Sono diventata edoardopratista della prima ora, e la colpa è sua (e di Masneri e Minuz)

01 Luglio 2026 - 04:47
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Sono diventata edoardopratista della prima ora, e la colpa è sua (e di Masneri e Minuz)

Per fortuna ho un buon rapporto col cambiare idea, per fortuna dico «mi ero sbagliata» con gran disinvoltura: se fossi una di quelle che amano tenere il punto, in questo periodo certi ripensamenti mi farebbero soffrire più del caldo.

Una volta era solo “La grande bellezza”. Non ricordo neanche come andò, se non a grandissime linee: vidi il film, mi innervosii tantissimo, per mesi non feci altro che scrivere ovunque quanto fosse orrendo. Era diventata così tanto una mia fissa che, poiché le fisse sono sempre ricambiate, quando il film vinse l’Oscar lo sceneggiatore fece un post su Facebook dicendo che l’avevano vinto alla faccia mia.

Non mi ricordo neanche come mai ho cambiato idea, forse alla centesima volta in cui ho citato Jep Gambardella ho iniziato a pensare che un film che citavo così spesso qualcosa di buono doveva avercelo. O forse è che mi sono arresa alla più evidente delle verità: tutto ciò che ci infastidisce ci somiglia.

Però era un’eccezione, e infatti ho amici e conoscenti che, ogni volta che dico che qualcosa mi fa orrore, mi dicono cose tipo: guarda che finisce come coi fenicotteri. Ci finisce sempre più spesso, ultimamente non faccio altro che rivalutare roba che mi faceva schifo: Sorrentino ha un sacco di compagnia.

Ho cominciato con Stefania Andreoli, che è tutto quel che una psicanalista nel mio universo di desideri non dev’essere, ma è figlia del suo tempo, e persino meno corriva di altri: diversamente da quelli maggiormente presentabili, almeno lei ogni tanto ricorda al pubblico che esso è grandemente rincoglionito.

Alla centesima persona che mi diceva che Emma Lazzari, la psicanalista del mio romanzo, era senz’altro lei, che le somigliava nell’ambizione e nel commercio, ho iniziato a dire: ma perché, gli altri? Esiste un modo diverso di essere di successo oggi? Non mi risulta. È peggio la Andreoli che si autoscatta di Lingiardi che si fa fotografare con la Aspesi o la Vanoni? Chi l’ha deciso? Il conteggio dei cuoricini?

Le mie amiche, che sono tutte saldamente del ceto medio complessato epperciò tengono tantissimo alla presentabilità sociale, scuotono la testa quando dico «ma ti dirò, la Andreoli, Spinaceto» (citazione che capiscono perché appunto ceto medio complessato con repertorio degli anni Novanta), e quasi svengono quando dico «ah perché Lancini invece».

Ho proseguito con Edoardo Prati, che non è che abbia mai molto avuto la mia attenzione, ma mi sembrava indicativo del declino delle élite: dimmi te se Repubblica e Fazio devono prendersi il ragazzino bellino col suo sguardo garbato gli occhiali e con la vocina (anche questa è una citazione, non vorrei che vi mancassero i fondamentali), dimmi te se le nuove generazioni devono avere uno scolaro secchione là dove noi avevamo Baricco.

Non è che mi ci sia dedicata con l’ardore con cui mi dedico a stigmatizzare la raccolta della spazzatura, ma mi pareva, Prati, un buon indicatore del declino delle élite e di quello di Bologna. Io alle medie andavo al Duse a vedere Gigi Proietti o Giorgio Gaber, e questi poveri giovani d’oggi vanno nello stesso teatro a vedere Edoardo Prati, chiunque egli sia.

Poi è arrivato il generico. È cominciata con un video di Prati su De Gregori, in cui diceva cose più lucide di molti adulti. Ne avevo scritto qui, e non molto dopo mi era passato davanti, sempre su Instagram, un altro video, di uno che sembrava lui ma non lo era. Uno che stava a Prati come il generico sta allo Xanax. Ricciolino, concitato, smanioso di far vedere che aveva studiato. Ma molto più aggressivo, e pieno di scemenze. Mi hanno poi spiegato che non veniva dall’allevamento Fazio ma da quello Gruber, sarà questo che gli ha dato quell’aria da ospite disperatissimo di talk-show il cui unico scopo è diventare virale nel consumo a pezzettini della tv.

Di fronte al generico di Prati, immediata è stata la rivalutazione del Prati di marca. Sabato Andrea Minuz e Michele Masneri, sul Foglio, hanno scritto dei due (e di altri del catalogo «giovani con opinioni», altri che non so chi siano perché io i social li guardo perlopiù per vedere Gwyneth Paltrow e Madonna).

Ho scorso il pezzo in diagonale (non ho ancora letto le “Upanishad”, figurarsi se leggo Minuz e Masneri), quindi non so per quale dettaglio Edoardo Prati si sia offeso. Forse solo per il fatto che un pezzo che ti mette nel calderone «ventenni con pretese su TikTok» ti considera per forza un cliché, e nessuno fa mai pace col proprio essere un cliché – dico: neanche gli adulti, figuriamoci Prati che ha un’età alla quale io non sapevo trovarmi il culo con le mani.

Lunedì, Prati ha risposto. Una risposta che è al tempo stesso un catalogo degli equivoci di questo tempo sbandato, e un carosello che mi ha trasformata in un’edoardopratista della primissima ora. Da quando sono sempre stata edoardopratista, ho deciso che la risposta merita un’analisi dettagliata. Che farò scorrendo le venti diapositive in cui Prati ha diviso le cose da dire, essendo il giovanotto consapevole (diversamente da Minuz, da Masneri, ma specialmente da me) che duecento righe fitte di ipotassi non le legge un cazzo di nessuno più.

«L’odore è quello dell’ascella pezzata dall’agitazione di quella vecchia zia che sebbene abiti all’Olgiata si lamenta dei nordafricani, da lei incontrati una sola volta nei lontani anni Settanta in occasione di una crociera sul Mediterraneo». Quello che Prati sta qui dicendo a M&M è: Baricco era capace di architettare entusiasmo e scrivere “I barbari”, voi solo un articolo ostile, sfigati.

«Mi stupiscono quando lasciano intendere il timore di essere sostituiti da noi, orda di “baby opinionisti”[,] come veniamo icasticamente liquidati». Ed è qui che parte il capolavoro, perché è qui che Edoardo Prati, che nel mondo di prima non ha mai vissuto, ne parla come se quello di prima fosse il mondo di adesso. Come se non si fosse sbriciolato tutto. Come se i libri contassero ancora qualcosa e non fossero stati sostituiti dalle slide, come se i giornali contassero ancora qualcosa e non fossero stati sostituiti dalle community.

«Forse per la mia ingenuità di ventenne che vorrebbe trovare nel panorama culturale qualche venerando maestro, immaginavo che essendo arrivati alle vette del mondo culturale prima dell’avvento dei social […]». Ora. La crudeltà di questa frase è così sublime che non so come prenderla. È forse l’antifrastica di uno che sa benissimo che le vette del mondo culturale non esistono più e i poveri Minuz e Masneri, che hanno iniziato a muoversi nei media negli ultimi quindici anni, non ne hanno beccato neanche la coda lunga, non hanno mai fatto un viaggio di lavoro non in seconda classe, non hanno mai avuto un pubblico che ritagliasse i loro articoli per attaccarli sul frigo, e vivono la frustrante vita di chi è arrivato alla festa quando era finito persino il prosecco tiepido?

«Mentre voi scrivete i vostri articoli e i vostri libri, noi veniamo presi venduti e buttati nel cestino. Voi dai vostri editori venite letti, noi veniamo quotati. Su di voi nel corso degli anni si è investito dal punto di vista culturale, siete stati formati, cresciuti, rimproverati, istruiti, vi è stato dato modo di applicare le vostre virtù e le vostre abilità, a noi no. […] dove voi avete trovato pagine da scrivere noi abbiamo trovato contratti, e ahimé, qualcuno lo abbiamo firmato nella speranza di aprirci una strada». Edoardo. Vieni, siediti, scusami. Edoardo, io non ti avevo capito. Edoardo, io non credevo tu fossi un genio crudele che costringe i poveri M&M a pensare «ma veramente a me non m’ha mai corretto un cazzo nessuno, guarda questo pezzo, l’ho mandato con dieci refusi, è uscito con undici. Quanto ai contratti, il mio ultimo libro ha avuto un anticipo di due lupini e tre olive». Edoardo, tu devi tenere dei corsi di retorica.

C’è una cosa che diceva Nora Ephron: «Trovo sempre interessante che le persone parlino degli anni Sessanta in un tono sussurrato con cui vogliono connotare che decennio serio fosse, perché quel che mi ricordo io degli anni Sessanta è che la gente non aveva ancora finito il proprio dessert e ti chiedeva se poteva mangiare la tua mousse». Mi è venuta in mente perché anche l’editoria come la evoca il giovane Prati non somiglia granché a quella che racconterebbe un po’ chiunque non arrivi all’editoria dall’accendersi la telecamera del telefono in faccia; i Prati nessuno li scambia per Cioran, ma hanno almeno il vantaggio, in questa desolazione, di far sperare per un attimo in grandi vendite.

Di nuovo Prati: «Quando qualcuno di noi alza la testa e dice di non voler essere la Wanna Marchi di sé stesso, viene eliminato. Quando qualcuno di noi dice di non volerlo fare[,] il video in cui corre nudo all’orizzonte mentre promuove la sua raccolta di poesie, viene eliminato». Edo, lascia che ti parla dei contratti dei non influencer, che qui sembri pensare essere trattati come persone serie, intellettuali cogenti e altre amenità.

Io ho firmato il mio ultimo che il libro era già in tipografia, dopo quasi un anno in cui io dicevo che un contratto con scritto che mi impegnavo a promuovere il libro sui social non lo firmavo, e l’ufficio contratti sgranava gli occhioni e diceva di non capire il perché: non vuoi tu vendere sui tuoi canali la batteria di pentole di cui l’ufficio comunicazione Mondadori col cazzo che si occuperà?

Edoardo, guardami: veramente tu pensi esista un’editoria seria alla quale tu non hai generazionalmente accesso? Veramente pensi che fuori da ciò cui puoi arrivare coi tuoi quasi settecentomila follower ci sia Pavese che ti edita il testo e la Ginzburg che t’intervista per il lancio? Veramente sei convinto che, tra te che fai l’ospite fisso in uno degli ultimi programmi che ancora vendono libri e i cinquantenni disperatissimi che per un invito da Fazio venderebbero le figlie alla tratta delle bianche, quelli in vantaggio siano gli adulti?

«Come dimostra il fatto che dopo essere stato sfottuto su un quotidiano io sia costretto a rispondervi su Instagram, non giocheremo mai con voi, che invece siete tanti, un po’ stagionati e forti di quella tradizione novecentesca […]». Edoardo, non spaventarmi. Stai davvero dicendo che Repubblica – il giornale che noialtri leggevamo da piccoli, il giornale su cui da piccolo tu scrivi, il giornale sul quale Minuz e Masneri darebbero un organo per scrivere persino ora che è il giornale tuo e di Massini, invece che di Eco e Arbasino – non è stato abbastanza furbo da pubblicare la tua risposta nonostante tu gliel’avessi offerta?

Non ci voglio né posso credere. Ma ti faccio presente che 649mila, i tuoi follower, non sono solo una cifra che ormai qualunque giornale si sogna, ma addirittura, nel mondo sbriciolato, sono considerati un buon risultato per una prima serata televisiva. Ma questo tu secondo me lo sai: volevi solo maramaldeggiare su quei due.

Ti pare bello, Edoardo, prendersela con gente arrivata troppo tardi per godersi i giornali quando avevano i soldi e la gravitas, e troppo presto per avere un rapporto disinvolto con la telecamera del telefono? Ti pare bello dirgli che ti hanno arrubbato il futuro come i ventenni dei tempi miei facevano dalla balconata di Santoro? Ti pare bello – e questa citazione è solo per te che la sai e potrai spiegarla anche a quei due – infierire, coi tuoi pochi anni, sui loro (sui nostri) che sono cento?

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