Sorvolo di droni, missili e altri ordigni esplosivi nei cieli dei Paesi Nato: errore o provocazione?

Sappiamo con certezza che la sera del 29 maggio, dalla capitale rumena, Bucarest sono partite grida allarmanti di una "escalation irresponsabile" e immediatamente è stato convocato l'Ambasciatore russo, dichiarando nel contempo il console generale a Costanza persona non grata; lo stesso presidente Nicusor Dan, presente sul luogo dell'incidente, a Galati, ha spiegato che l’ordigno russo è stato abbattuto sopra i cieli dell'Ucraina, nella regione denominata Reni, e solo successivamente si è diretto verso il territorio rumeno.
Vediamo dunque di comprendere la cinetica dell’ordigno che si è abbattuto a Galati, città collocata sul Danubio, di fronte alla città ucraina di Reni – un porto fluviale attraverso cui passa la logistica danubiana delle Forze Armate ucraine, compreso i materiali militari. Sin che dall'estate del 2023, l'esercito russo ha sempre preso di mira, in maniera sistematica, tutti i porti ucraini che si affacciano sul Danubio e, in conseguenza di questo fatto, non si è lontani dal vero se si afferma che Reni, insieme agli altri sbocchi portuali danubiani presenti sulla riva ucraina, è considerato bersaglio militare. Per dare una dimensione spaziale dei luoghi in esame, ricordiamo che la distanza dalla riva rumena si stima essere inferiore a quindici chilometri.
Per rimanere aderenti alle dichiarazioni delle autorità militari della Federazione Russa, occorre richiamare il fatto che il drone della classe “Geranium”, quello che, a detta delle autorità rumene, si è andato a schiantarsi contro un edificio nella cittadina di Galati, nella sua configurazione ordinaria, ha una velocità di crociera operativa di circa 200 chilometri orari: un vettore ritenuto lento e che vola bassa quota. Secondo la versione fornita da un alto funzionario della Nato, il drone in questione sembrerebbe essere entrato nello spazio aereo rumeno pochi minuti (circa 4) prima dell'attacco.
In questi pochi minuti, quindi, un bersaglio che vola basso, muovendosi lentamente, deve essere rilevato, classificato e conseguentemente va presa la decisione di abbatterlo, e tenendo in considerazione che si tratta di un'area popolata; naturalmente, tutto ciò dovrebbe avvenire senza far cadere detriti dell’ordigno colpito sulla popolazione residente, oggetto della protezione.
La versione ufficiale fornita dal Ministero della Difesa rumeno asserisce che due F16 e un elicottero Iar-300 sono stati immediatamente fatti alzare in volo e ai piloti è stato dato il permesso di ingaggiare il drone senza però che questi riuscissero ad abbatterlo. Riteniamo che i piloti dei caccia abbiano considerato assai rischioso sparare un razzo da combattimento per abbattere un drone mentre questo stava sorvolando un edificio di 10 piani: con molte probabilità questo abbattimento del drone avrebbe potuto causare più danni dello stesso drone.
L’episodio di Galati potrebbe, dunque, essere considerato quasi un risultato naturale della geometria, e ciò a nostro avviso concorrerebbe ad escludere un'intenzione maliziosa: si tratterebbe, comunque, di un importante centro logistico collocato a quindici chilometri dalla linea di confine coi Paesi della Nato, come noto, bersaglio di decine di droni ogni notte.
La lettura che viene data dall'Occidente all’episodio – che fortunatamente non ha causate vittime – è stata centrata sul fatto che il drone era russo, presumibilmente un “Geranio-2”; così si sono espressi sia il segretario generale della Nato Mark Rutte che la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, condannando Mosca prima di svolgere qualsiasi indagine; infatti, poche ore dopo, la Russia ha risposto allo stesso modo e con il messaggio naturalmente di segno opposto. L’affermazione di Vladimir Putin: l'origine del dispositivo può essere determinata "solo dopo un'indagine approfondita", e in linea con l’affermazione fatta, ha reclamato la consegna dei frammenti alla parte russa per determinarne l’origine, sostenendo contemporaneamente che la Russia "non dirige mai droni e missili contro Paesi europei e della Nato". L’altro lato di osservazione, invece, mostra diversi commentatori filorussi che hanno definito l'incidente una “provocazione deliberata messa a punto da Kiev”.
Di teorie in teorie il rischio maggiore è proprio quello di allontanarsi dalla verità dei fatti, contribuendo incautamente ad aumentare la confusione, allontanandosi sempre più da un possibile confronto chiarificatore. La teoria della provocazione, va detto, costituisce appunto una teoria, non un fatto consolidato e, in quanto tale va trattata con la massima prudenza e cautela.
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