Specie italiane in pericolo di estinzione: il cavedano dell’Ombrone

05 Ottobre 2026 - 21:30
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Specie italiane in pericolo di estinzione: il cavedano dell’Ombrone

Tra le specie italiane classificate nella categoria di massimo rischio della Lista Rossa c’è anche un ciprinide di taglia medio-piccola che vive esclusivamente nelle acque dolci del nostro Paese: il cavedano dell’Ombrone, spesso denominato anche cavedano etrusco (Squalius lucumonis).

È un endemismo dell’Italia centro-occidentale, presente nei sistemi fluviali del Magra, Serchio, Arno, Ombrone e Tevere. La sua validità come specie autonoma, in passato messa in discussione, è oggi sostenuta da evidenze genetiche e morfologiche.

La situazione conservazionistica è molto grave. La specie è classificata dalla IUCN in pericolo critico (CR) e si stima che abbia subito una riduzione di almeno l’80% negli ultimi 15 anni, equivalenti a circa tre generazioni.

Le osservazioni sul campo mostrano infatti un declino continuo dalla fine del secolo scorso. Il cavedano dell’Ombrone risulta ormai scomparso dall’Ombrone, dal basso Arno e dal basso Tevere ed è sempre più confinato a brevi tratti di piccoli fiumi e torrenti delle zone collinari e montane. Particolarmente grave appare la situazione nell’alto bacino del Tevere.

Il suo habitat tipico è costituito dai tratti medi e superiori di torrenti e affluenti con acque limpide, vegetazione ripariale ben sviluppata e fondali di roccia, ghiaia e ciottoli.

Molti di questi corsi d’acqua sono caratterizzati da forti variazioni stagionali della portata e durante l’estate possono ridursi notevolmente. In questi periodi alcuni individui sopravvivono nelle pozze residue, che diventano veri e propri rifugi fondamentali per la conservazione delle popolazioni.

La dieta è costituita soprattutto da invertebrati, ma comprende anche materiale vegetale e detrito organico; gli individui più grandi possono predare piccoli pesci e larve di anfibi.

La riproduzione avviene da aprile a giugno, in acque basse e correnti su fondali ghiaiosi o comunque costituiti da materiale grossolano.

Il declino del cavedano dell’Ombrone non dipende da una sola causa.

Dighe, briglie e altri sbarramenti hanno modificato il naturale regime dei corsi d’acqua, alterato il trasporto dei sedimenti, frammentato le popolazioni e ridotto gli habitat disponibili.

A questi fattori si aggiungono i prelievi idrici, la perdita della vegetazione ripariale, l’inquinamento agricolo, urbano e industriale e periodi di siccità sempre più prolungati. La riduzione delle portate estive può essere particolarmente pericolosa perché determina anche la scomparsa delle pozze utilizzate come rifugio durante la stagione secca.

Un problema importante è rappresentato anche dalle specie ittiche introdotte. Nell’areale del cavedano dell’Ombrone sono presenti numerosi pesci non originari di questi bacini, oggi classificati alieni invasivi, in quanto capaci di esercitare effetti negativi attraverso predazione, competizione, alterazione dell’habitat o diffusione di patogeni.

Tra questi figurano persico sole, persico trota, persico reale, carassio, pseudorasbora, pesce gatto, trota fario e trota iridea.

Un caso particolare è quello della lasca (Protochondrostoma genei), specie italiana ma naturalmente assente dall’areale del cavedano dell’Ombrone, con il quale condivide esigenze ecologiche simili.

Nel bacino del Tevere la specie sembra inoltre ritirarsi progressivamente verso quote più elevate, probabilmente per l’azione combinata del cambiamento climatico, del deterioramento degli habitat e della presenza di specie introdotte nei tratti più a valle.

Dal punto di vista della protezione Il cavedano dell’Ombrone è incluso nell’Allegato II della Direttiva Habitat e nell’Appendice III della Convenzione di Berna*.

Un dato particolarmente interessante viene da due torrenti del bacino del Tevere, dove tra il 2020 e il 2022 è stata sperimentata la rimozione di specie ittiche non native. In entrambi i siti l’intervento è stato seguito da un aumento del numero di cavedani dell’Ombrone.

È una dimostrazione concreta di come la riduzione di una pressione ambientale possa consentire il recupero delle popolazioni autoctone.

La conservazione della specie richiede però grande cautela. Le analisi genetiche hanno evidenziato differenze importanti tra popolazioni appartenenti a diversi bacini e persino tra località differenti dello stesso bacino del Tevere. Per questo eventuali ripopolamenti o traslocazioni devono essere pianificati con attenzione, evitando di mescolare popolazioni geneticamente distinte.

Il cavedano dell’Ombrone è una delle tante specie poco conosciute che testimoniano la ricchezza, ma anche la fragilità, della biodiversità italiana.

Abbiamo chiesto al professore Francesco Nonnis Marzano ittiologo dell'Università di Parma, quali siano gli interventi più urgenti per scongiurare l'estinzione della specie. Questa è la sua risposta:

“la fauna ittica delle acque dolci italiane si trova oggi in uno stato di malessere generalizzato, a causa di una molteplicità di fattori che devono essere affrontati e risolti in modo coordinato. Permettetemi di dire che le carenze legislative e lo scarso controllo nell’applicazione di Direttive e Regolamenti comunitari acuiscono le numerose criticità ecologico-ambientali già evidenziate in precedenza in questo articolo. Gli interventi piu’ urgenti riguardano sicuramente una miglior gestione e tutela della risorsa idrica in ambito appenninico, nel tentativo di preservare flussi e temperature idonee alla sopravvivenza della specie nei tratti medi dei corpi idrici; ricordando altresì che i tratti fluviali collinari e basso appenninici sono quelli più ricchi di specie della Direttiva Habitat, considerate oggi nelle maggiori categorie di rischio dalla IUCN. Un miglioramento dei flussi idrici, anche eventualmente attraverso processi di microbacinizzazione per la raccolta dell’acqua e il successivo rilascio in periodi siccitosi, consentirebbe una ripresa degli habitat oltre ad una migliore difesa dagli uccelli ittiofagi. Particolare attenzione dovrà anche essere posta all’effettuazione di pratiche di ripopolamento, programmate sulla base di una seria analisi del rischio che consideri la fragilità delle popolazioni relitte. L’introduzione e il ripopolamento di specie alloctone sono diventati infatti una piaga generalizzata nei nostri corsi d’acqua, nonostante il DPR 357/1997 già da allora ne vietasse queste infauste pratiche”: 

Salvare questo piccolo pesce significa quindi proteggere non soltanto un endemita esclusivamente italiano, ma anche gli ecosistemi fluviali dai quali dipende.

*Convenzione di Berna - Convenzione del 1979 per la tutela della flora, della fauna selvatica e degli habitat naturali in Europa.

Direttiva Habitat - Direttiva 92/43/CEE per la conservazione degli habitat naturali e delle specie di interesse comunitario, alla base della rete Natura 2000.

Quest’articolo fa parte della rubrica settimanale a cura di Giampiero Sammuri, in esclusiva su greenreport, per esplorare le specie a rischio estinzione meno dibattute sul territorio italiano, perché non solo gli animali "carini" meritano di essere tutelati. Qui la precedente puntata.

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