Sulla revisione dell'Ets: una risposta alla dichiarazione di Confindustria, Bdi e Medef

La dichiarazione congiunta di Confindustria, BDI e MEDEF del 6 luglio, rilanciata sul Financial Times e indirizzata alla Presidente von der Leyen alla vigilia della proposta di revisione dell'ETS attesa per il 17 luglio, merita una risposta puntuale. La condivido con chi, come me, dovrà valutare quella proposta nelle prossime settimane.
1. Sulla traiettoria del Fattore Lineare di Riduzione
La dichiarazione chiede una revisione "realistica" del LRF, per tre ragioni. La prima si appoggia su uno studio del CESISP di Milano-Bicocca secondo cui, tra il 2013 e il 2024, la riduzione delle emissioni sarebbe derivata più dalla chiusura di impianti (-14,6%) che dal prezzo del carbonio. Ma per i settori a rischio di rilocalizzazione l'assegnazione gratuita ha coperto fino al 100% delle emissioni dirette per quasi tutto il periodo osservato, riducendosi solo molto gradualmente dal 2026: sulla parte che conta di più per l'industria pesante, i dati citati semplicemente non dimostrano nulla, né il fallimento né il successo dell'ETS. La seconda ragione è il rischio di una "carenza eccessiva di quote" prima che esistano percorsi di decarbonizzazione sostenibili in tutti i settori plausibile in astratto, ma presuppone un ritmo di innovazione che nessuno può garantire in anticipo, e rischia di diventare una scusa permanente per rinviare. La terza è che l'industria non debba fare da "variabile di aggiustamento" per una decarbonizzazione più lenta altrove, come in agricoltura: un argomento capovolto, perché è stata l'industria, finora, a ricevere anni di quote gratuite quasi integrali.
Vale anche la pena allargare lo sguardo: l'ETS non riguarda solo l'industria energivora e le utilities. Le sue entrate finanziano il Fondo sociale per il clima, la riqualificazione energetica degli edifici e l'Innovation Fund, a beneficio anche delle PMI. Per la maggior parte delle industrie, non energivore, il costo dell'elettricità pesa meno del 5% dei costi di produzione: sono i combustibili fossili a incidere, tra il 30 e l'80% (dati Agora Energiewende) — il problema è il gas, non l'ETS.
2. Sulla Market Stability Reserve
Le tre associazioni confindustriali chiedono di porre fine alla cancellazione automatica delle quote in riserva. Ma la MSR è nata per correggere l'eccesso di quote che aveva reso il prezzo del carbonio irrilevante per anni. E ci sono anche imprese non allineate con le tre associazioni. Nella "battaglia delle acciaierie" in corso, ArcelorMittal, ThyssenKrupp e voestalpine chiedono una pausa, ma nove produttori, tra cui Outokumpu, SSAB, Salzgitter e Riva Group, italiano, chiedono l'esatto contrario: un ETS prevedibile, non più morbido. Già a marzo oltre cento imprese, tra cui Tata Steel, Volvo Cars ed EDF, avevano chiesto di riaffermare l'impegno sull'ETS come leva di sovranità energetica europea.
3. Sulla protezione dal carbon leakage
La richiesta è di mantenere l'assegnazione gratuita oltre il 2034 e rendere permanente la compensazione dei costi indiretti, finché il CBAM non avrà "dimostrato pienamente la propria efficacia": ma chi potrà valutare questo? Si tratta di una condizione che rischia di non arrivare mai, perché l'assegnazione gratuita non ha mai garantito la transizione industriale, anzi semmai l'ha rallentata. Il CBAM va rafforzato, ma questo non deve essere un alibi per un regime transitorio permanente.
Sorprende, semmai, che anche Confindustria sottoscriva la richiesta di puntare sugli aiuti di Stato come principale protezione dal carbon leakage: su questo, l'interesse italiano e quello tedesco non coincidono. Sulla compensazione dei costi indiretti ETS permessi dalla normativa, dato pubblicato dalla stessa Confindustria, la Germania eroga 2,4 miliardi l'anno, l'Italia appena 150 milioni. A questo si aggiungono la Strompreiskompensation tedesca (4,5 miliardi fino al 2029) e l'Industriestrompreis (3,8 miliardi 2026-2028): cifre che il bilancio pubblico italiano non può lontanamente replicare. Non è la prima volta che questo succede: nella crisi energetica del 2022, quando la Commissione allentò le regole sugli aiuti di Stato, la Germania ottenne da sola circa il 49% di tutti gli aiuti approvati nell'Unione, l'Italia il 4,7%. Chiedere che la protezione dal carbon leakage post-2030 continui a basarsi sugli aiuti di Stato, per quanto "armonizzati" sulla carta, significa chiedere che questo squilibrio diventi permanente — è una richiesta che serve gli interessi tedeschi molto più di quelli italiani. La conseguenza per noi è diretta: all'Italia, che non ha lo stesso spazio di bilancio della Germania, conviene l'esatto contrario di quello che chiede questa dichiarazione.
La risposta giusta è rafforzare gli strumenti europei, a partire dall'Innovation Fund, che dovrebbe ricevere molte più risorse da proventi ETS "europeizzati" invece che essere aggirato da aiuti nazionali che, come dimostra il divario Italia-Germania, premiano chi ha più margine di bilancio, non chi decarbonizza meglio.
Un'ultima cosa, sui benchmark. Le quote gratuite non seguono le emissioni reali di ogni impianto, ma un valore di riferimento calcolato sul 10% degli impianti più efficienti in Europa: chi inquina meno del benchmark ci guadagna vendendo l'eccesso, chi inquina di più deve comprare sul mercato. È l'unico pezzo del sistema pensato per premiare l'efficienza. Chiedere di renderlo "più flessibile in base al contesto geografico" apre la porta a benchmark negoziati caso per caso — l'opposto di una regola uguale per tutti.
4. Sulle entrate dell'ETS
Qui c'è convergenza nel principio: si chiede che le entrate ETS siano "interamente destinate alla decarbonizzazione", non a bilanci generali — esattamente quello che industrie che già hanno scelto la decarbonizzazione e ONG chiedono da anni. Delle quasi 245 miliardi raccolte dall'avvio del sistema, solo il 5% circa è stato reinvestito in decarbonizzazione industriale; il resto è confluito nei bilanci nazionali. Il problema non è mai stato Bruxelles: sono i governi a non avere vincolato la spesa.
Ciò detto, la formulazione scelta nella lettera, "competitività e trasformazione industriale", è generica, e lascia spazio anche a sgravi che non generano un euro di abbattimento reale: bisognerebbe invece interrompere il collegamento tra entrate ETS e compensazione dei costi indiretti. Un vincolo più netto, come chiede ECCO Climate, fisserebbe al 100% la quota destinata a decarbonizzazione verificabile, con rendicontazione pubblica. E la richiesta coerente non è prorogare l'assegnazione gratuita, che si traduce in meno proventi ETS, ma pretendere che i governi rispettino l'obbligo di reinvestimento già esistente.
5. Su flessibilità e ambito di applicazione
Due punti brevi. I crediti internazionali ex articolo 6 di Parigi rischiano di sostituire la trasformazione industriale europea con riduzioni pagate altrove, spesso di integrità incerta. E l'esclusione di marittimo e aviazione, in ETS dal 2024, sarebbe la prima volta che un ambito già coperto viene fatto uscire invece che esteso, rappresenterebbe un precedente negativo, che renderebbe ancora più incerto il quadro normativo. Senza contare che proseguirebbe il vantaggio del trasporto aereo rispetto ad altri mezzi meno inquinanti ma molto costosi come il treno. E c'è un'altra ragione, a parte il precedente: aviazione e trasporto marittimo sono tra le fonti di emissioni che crescono più in fretta in Europa: è il momento peggiore per allentare la sorveglianza.
La dichiarazione comune afferma che l'obiettivo non è mettere in discussione gli obiettivi climatici europei. Ma un sistema che rallenta il cap, reimmette quote in riserva, proroga l'assegnazione gratuita e ammette crediti esteri non chiede un ETS "più realistico": chiede un ETS più debole, proprio quando la credibilità del segnale di prezzo, è ciò di cui le imprese hanno bisogno per investire. Un vero atto europeista chiederebbe l'esatto contrario: un cap credibile, entrate ETS vincolate come la stessa Confindustria chiede, un Fondo europeo per la competitività con risorse vere nel prossimo QFP. Mi auguro che la Commissione tenga fede al suo doppio ruolo, guardiana degli interessi europei e garante di coerenza con gli obiettivi fissati, e non ceda. Aspettiamo la proposta del 17. Avremo certamente modo di ridiscuterne.
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