Tanti concorsi pubblici per il Nord Italia: ma troppi posti restano vuoti

02 Luglio 2026 - 08:03
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lentepubblica.it

Si è invertita la tendenza della ricerca del “posto fisso” nelle Regioni del Nord Italia: e così, spesso molto concorsi vinti al Settentrione finiscono con il rimanere in gran parte con posti vacanti.


Un’intera generazione è cresciuta con un’idea, quasi una certezza, ben fissata nella propria mente da genitori e parenti: “Punta al posto fisso.” Stabilità, pensione e la firma dello Stato sul tuo rapporto di lavoro e sul tuo futuro. Per decenni quella promessa ha mosso centinaia di migliaia di giovani verso i concorsi pubblici, spingendoli a studiare per anni pur di entrare nel mondo della Pubblica Amministrazione. Oggi, però, questo mondo – almeno per quanto riguarda le Regioni del Nord Italia – rischia di trasformarsi in una landa desolata. Le amministrazioni bandiscono i concorsi, i posti ci sono, ma i candidati non arrivano. O arrivano, vincono, leggono la sede di destinazione e rinunciano. Il mito del posto fisso non è sparito, ma ha semplicemente cambiato indirizzo e quello nuovo non è a Milano, a Torino o a Bologna.

Il quadro: due Italie che si candidano in modo opposto

Dai dati raccolti da Formez e dall’analisi dei singoli bandi si evince chiaramente che nelle Regioni settentrionali la copertura dei posti messi a concorso si ferma spesso intorno al 75%, mentre al Sud regolarmente il numero di idonei è maggiore dei posti disponibili. Il settore della scuola offre l’esempio più chiaro di questa spaccatura del Paese. Il concorso PNRR/2 ha lasciato vacante circa 1/5 dei posti banditi, con una concentrazione maggiore proprio nelle province settentrionali.

Il fenomeno non riguarda però solo le cattedre, ma coinvolge anche la sanità territoriale, gli enti locali, i tribunali e gli uffici periferici dei ministeri, dove non è raro che un vincitore rinunci all’incarico appena scopre dove dovrà trasferirsi, costringendo l’amministrazione a ripescare dalla graduatoria o a indire un nuovo bando da zero.

Il risultato è che proprio le Regioni che producono la quota più consistente del PIL nazionale rischiano di vedere paralizzati i propri servizi pubblici per carenza cronica di organico, costrette a tappare i buchi con supplenze e contratti a termine che gravano sulla spesa pubblica senza risolvere il problema alla radice.

Perché i giovani non si candidano per il Nord: lo stipendio non basta più

Un funzionario pubblico alle prime armi guadagna in genere tra i 1.400 e i 1.800 euro netti al mese. A Milano, Torino o Bologna, dove un monolocale può costare tra 900 e 1.400 euro mensili, quella cifra lascia ben poco per vivere. Chi arriva dal Centro-Sud deve rinunciare alla rete familiare e al costo della vita più basso della propria regione per ritrovarsi, paradossalmente, con una qualità della vita percepita come peggiore rispetto a quella che avrebbe avuto restando a casa con lo stesso stipendio.

Il privato fa concorrenza spietata

Nelle Regioni settentrionali il mercato del lavoro privato offre stipendi d’ingresso più alti, carriere che avanzano più rapidamente e benefit (welfare aziendale, fondi pensione integrativi) che il pubblico fatica a replicare. Per le figure tecniche e sanitarie, come ingegneri, informatici, infermieri, medici, il divario retributivo tra i due mondi è particolarmente ampio proprio dove le aziende private competono di più per attrarre talenti. La sicurezza del posto fisso, da sola, non basta più a convincere chi ha alternative concrete.

Cinque anni lontano da casa

C’è poi un vincolo spesso sottovalutato. Infatti, chi vince un concorso è vincolato alla sede di assegnazione iniziale per almeno 5 anni. Ciò significa che i candidati del Centro-Sud, che normalmente costituiscono il principale bacino di chi tenta di accedere al pubblico impiego, restano legati alle sedi del Nord per un lungo periodo di tempo prima di poter chiedere il trasferimento. Si tratta di una prospettiva che pesa tantissimo e che spesso costituisce il principale motivo per cui si rinuncia a candidarsi o al posto di lavoro.

Meno giovani disponibili

Infine, rileva il fattore demografico, con il calo delle nascite e l’emigrazione dei laureati verso l’estero che riducono ulteriormente il bacino locale di candidati al Nord. Il Sud continua a fornire più giovani disposti a tentare un concorso pubblico, ma quel flusso non riesce più a colmare i vuoti nelle sedi settentrionali, anche per via dei fattori già visti.

I settori che soffrono di più

Scuola, sanità ed enti locali sono i tre ambiti dove la crisi si sente maggiormente.

Nella scuola, migliaia di cattedre restano scoperte ogni anno nelle Regioni del Nord, coperte all’ultimo momento da supplenti. Si pensi che, per l’anno scolastico 2022-2023, le 150.000 supplenze stimate si concentravano prevalentemente nelle Regioni settentrionali, un trend che le rilevazioni successive non hanno fatto che confermare.

Nella sanità, ASST lombarde, AULSS venete e ASL piemontesi faticano a riempire i turni di pronto soccorso per carenza di candidature sui bandi per infermieri e medici specialisti.

Negli enti locali, Comuni piccoli e medi non riescono a coprire posizioni tecniche e amministrative, schiacciate tra responsabilità crescenti e stipendi che non tengono il passo.

Le contromisure del Governo

È chiaro, dunque, che un problema c’è e servono soluzioni efficaci e rapide. Il Ministro Zangrillo ha presentato un pacchetto di interventi pensato per rendere la P.A. più attrattiva, a partire dall’apertura dei concorsi ai diplomati ITS Academy, che potranno entrare come funzionari tecnici in Regioni, Province ed enti locali. L’obiettivo è quello di consentire l’accesso al pubblico impiego anche ai profili digitali e specialistici che sono particolarmente richiesti al Nord. Il progetto “PA 110 e lode” introduce invece un contributo economico per chi sceglie il percorso pubblico, segnando un cambio di prospettiva rispetto al concorso inteso come pura selezione. Sul piano procedurale, il rafforzamento della Commissione RIPAM punta ad accorciare i tempi di reclutamento, da sempre uno dei punti deboli del sistema rispetto a un mercato privato capace di rispondere in poche settimane.

La norma “taglia idonei” è tornata in vigore

Qui serve una precisazione importante, perché la situazione è cambiata di recente. La sospensione della cosiddetta norma “taglia idonei” – che durante il biennio 2024-2025 aveva permesso alle amministrazioni di attingere a graduatorie più ampie del solito – non è stata prorogata. Dal 1° gennaio 2026 la regola è tornata pienamente operativa, per cui, per i concorsi banditi da quest’anno, gli idonei non vincitori utilizzabili per eventuali scorrimenti non possono superare il 20% dei posti messi a bando. Il Governo ha esplicitamente escluso, tramite le risposte fornite in Parlamento, ulteriori proroghe. Questo significa che, per le amministrazioni del Nord, il bacino di candidati a cui attingere in caso di rinunce si è ristretto.

Il Piano Casa entra nel vivo

Sul fronte abitativo, invece, qualcosa di concreto sta arrivando. Il d.l. 66 del 2026 (meglio noto come Piano Casa) ha visto l’approvazione dell’emendamento 1.31, che estende l’accesso agli alloggi a canone calmierato anche al personale pubblico fuori sede, tra cui insegnanti, personale ATA, forze dell’ordine, vigili del fuoco, personale sanitario. È una correzione significativa rispetto alla versione originaria del decreto, pensata quasi esclusivamente per i lavoratori del settore privato. Il provvedimento prevede inoltre la nomina di un commissario straordinario per coordinare gli interventi di edilizia residenziale pubblica e sociale, con l’iter parlamentare che dovrà concludersi entro l’8 luglio 2026.

Una questione di dignità e non solo di stipendio

1.800 euro al mese. Sulla carta sembra uno stipendio dignitoso. Nella realtà di Milano o Torino, dopo aver pagato l’affitto di un appartamento che spesso è poco più di un monolocale in periferia – magari a 40 minuti dalla sede di lavoro – quello che resta non è vivere, ma sopravvivere. Fare la spesa con il bilancino, rinunciare a una cena fuori, rimandare le vacanze. Per molti giovani che hanno studiato anni per superare un concorso pubblico, questa è la prospettiva concreta che li aspetta se accettano una sede al Nord. Numeri alla mano, la risposta più logica, per quanto difficile, è spesso rinunciare.

Tuttavia, il problema del costo della vita non è l’unico. Ce n’è un secondo, meno visibile e forse ancora più scoraggiante: la carriera. Nel settore privato, chi ha talento e determinazione sa che quell’energia può tradursi in qualcosa, come una promozione, un aumento, un’opportunità in un’azienda migliore. L’esperienza accumulata diventa moneta spendibile.

Nella Pubblica Amministrazione, invece, il sistema di avanzamento è strutturalmente rigido, con scatti legati all’anzianità, concorsi interni rari e una meritocrazia che fatica a trovare spazio in strutture costruite intorno alla stabilità più che alla crescita. Il confronto con il privato, su questo punto, è impietoso. La sicurezza del posto fisso vale sempre meno quando in cambio si rinuncia alla possibilità di costruire una carriera professionale che cresca nel tempo.

Lo smart working non come privilegio, ma come chiave che la P.A. si ostina a non usare

C’è poi una misura che potrebbe cambiare significativamente le cose e che invece continua a essere trattata con diffidenza da buona parte delle amministrazioni pubbliche: il lavoro agile. Non come sostituto della presenza in ufficio, ma come strumento di equilibrio tra vita professionale e vita personale, soprattutto per chi ha accettato di trasferirsi lontano da casa. Immaginiamo un lavoratore del Centro-Sud che ha vinto un concorso all’Agenzia delle Entrate di Milano: con alcuni giorni di smart working al mese, fruibili consecutivamente, ogni mese ha la possibilità di rivedere la famiglia e di non sentirsi del tutto sradicato.

Eppure, in molte P.A. il lavoro agile è ancora assente, o concesso con una tale parsimonia da risultare inutile nella pratica. Nelle fasi iniziali di un incarico la presenza in ufficio è naturalmente necessaria, in quanto bisogna conoscere i colleghi, capire le procedure, entrare nei ritmi dell’ente. Una volta raggiunta l’autonomia operativa, negare la flessibilità non produce lavoratori più efficienti, bensì lavoratori che cercano la prima occasione per andarsene.

Come si risolve il problema dei posti vuoti al Nord?

La verità è che il problema dei posti vuoti al Nord non si risolve soltanto con i bandi, con le graduatorie più lunghe o con le indennità di sede. Si risolve ripensando cosa significa lavorare per lo Stato nel 2026 e quindi quanto si guadagna davvero, dove si riesce a vivere con quello stipendio, quanto spazio c’è per crescere, quanto peso si dà alla vita delle persone al di fuori dell’ufficio. Finché queste domande non troveranno risposte concrete, il mito del posto fisso continuerà a spostarsi verso Sud e le amministrazioni del Nord continueranno ad aspettare candidati che non arrivano.

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