The Caribou Trail – Recensione


“Avevamo diciott’anni, e cominciavamo ad amare il mondo, l’esistenza: ci hanno costretti a spararle contro.”
Queste sono le parole con cui, nel proprio romanzo “Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale”, Erich Maria Remarque riassume in maniera perfetta che cosa significasse per un giovane dei primi anni del '900 l’esperienza della Prima Guerra Mondiale. Ragazzi infarciti di propaganda che vedevano nella battaglia che si stava consumando solo gloria eterna e un infinito riconoscimento per aver sconfitto valorosamente il nemico; un'illusione che si scontrava ben presto con l’amara realtà con cui si è dovuto fare i conti.
The Caribou Trail ritengo sia la produzione videoludica che più si avvicina allo stile utilizzato da Remarque nel suo romanzo. Il titolo, sviluppato da Unreliable Narrators e Manavoid Entertainment, si propone di raccontare la Grande Guerra spostando il focus dalle battaglie agli uomini che le combattono, sviscerando con estrema attenzione i sentimenti, le emozioni, le paure e l’ansia che i soldati vivevano ogni giorno, non solo sul campo di battaglia.
Il gioco prende ispirazione dalla missione messa in atto dalla Triplice Intesa nella penisola di Gallipoli. Questa campagna aveva come obiettivo quello di forzare lo stretto dei Dardanelli, punto di notevole importanza strategica per l’Impero Ottomano e tutta la Triplice Alleanza, e ristabilire quindi le comunicazioni con l’Impero russo. L’operazione, nonostante le grandi premesse, si rivelò un disastro totale, con l’obbligatoria ritirata da parte degli Alleati e un numero tra caduti e feriti che si attesta intorno alle 250.000 unità.
https://youtu.be/z_9Ko3CitLY?si=_Ms2rXCMOpTHPgC_Un pentolone di storie: L'antologia umana del fronte
In The Caribou Trail vivremo la storia del soldato Fischer, un militare canadese che decide di lasciare il porto di Terranova e arruolarsi nell’esercito britannico. Con lui condivideranno l’avventura due inseparabili compagni: Lonnie e Gordon. Il primo è il "fratellino minore" del gruppo, il più ingenuo, il meno adatto ad ambienti come questo, sempre impaurito ma che non smette mai di dare il massimo per il bene di tutti. Il secondo, invece, è il classico spaccone, il duro che ride in faccia al pericolo e che ha come hobby preferito schernire Lonnie per le sue “assurde” ansie e paure.
La scrittura dei protagonisti è ben congegnata e di notevole qualità, ma c’è molto di più. Il titolo è un enorme pentolone di storie: al suo interno si inseriscono tutti gli altri compagni, i generali, le persone che attraverso le lettere comunicano con noi e anche i caduti, che parlano attraverso le loro memorie, ispirate a testimonianze autentiche.
Proprio su questo punto vorrei soffermarmi. È raro che mi ritrovi davanti a una produzione, videoludica o cinematografica che sia, mosso da una forte commozione. Ovviamente ogni gioco riesce in qualche modo a emozionarmi, ma veramente in pochi sono riusciti a spingere la mia emotività così all’estremo come The Caribou Trail. Il dolore genuino che ho provato nel momento in cui realizzavo che le storie fittizie che stavo leggendo a schermo riflettevano traumi, avvenimenti e dinamiche realmente vissute, in carne ed ossa, da ragazzi della mia età, ed anche più piccoli, mi ha fatto riflettere profondamente.
È la stessa emozione che ho provato alla prima lettura di “Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale”: fermarsi tra le pagine del libro, o tra i frame del gioco, e riflettere, immedesimarsi, provare a comprendere cosa queste persone siano state costrette a vivere è una delle cose più destabilizzanti che ci siano.

La quotidianità del soldato: Un gameplay di "pace" apparente
Mettiamo subito le cose in chiaro: The Caribou Trail è uno story driven puro. In questo titolo c’è una rottura totale con quelli che sono gli aspetti predominanti nei classici titoli di guerra: azione, frenesia e ritmi serrati in stile Call of Duty sono quanto di più lontano possibile. L'esperienza fa vivere i momenti al fronte un pezzo alla volta, senza che forze esterne influiscano sul ritmo di gioco.
L’attenzione viene posta interamente sui momenti di “pace” apparente e sulla quotidianità della vita da soldato. Poter passeggiare per l’accampamento o lungo le trincee scavate parlando con i propri compagni è il fulcro dell’esperienza che, oltre a farci immergere nelle vite di tutti i membri del battaglione, ci permette di svolgere anche altre attività: tagliare il filo spinato, scavare latrine e tunnel, preparare pasti caldi o semplicemente raggiungere un promontorio e scrutare all’orizzonte ciò che il paesaggio offre.
Per la natura stessa del genere, il gameplay di The Caribou Trail è decisamente semplice in quanto si tratta di un aspetto marginale ai fini dell’avventura. Nonostante questo, le meccaniche che vengono proposte sono molto curate e ben assortite: pad alla mano non si ha mai la sensazione di star facendo qualcosa di ripetitivo o di già vissuto.

Pennellate di guerra: Grafica, sonoro e performance
Sotto il punto di vista estetico il gioco si può definire davvero ben fatto. Sarà anche per la mia personale predilezione per stili grafici tendenti al cartoon, che in questo caso crea una meravigliosa, e ancora più impattante, contrapposizione tra i temi trattati e come questi vengono raffigurati. Una nota di merito va anche alla creazione dei paesaggi, davvero suggestivi da ammirare attraverso il nostro binocolo.
Un elogio va fatto al comparto sonoro, con una colonna sonora sempre azzeccata sia nei momenti più concitati sia nella normale vita quotidiana. In più, essendo il gioco molto leggero, su PS5 scorre a meraviglia, senza alcun intoppo di sorta.
Per quanto riguarda il porting, non è prevista la traduzione in italiano e neanche i sottotitoli nella nostra lingua. Purtroppo, è un’esperienza che potrete godervi solo ed esclusivamente se avete una discreta padronanza dell’inglese, in quanto i dialoghi e le note scritte sono parti essenziali e non comprenderle significa perdersi buona parte dell’opera.
Arriviamo all’unica macchia che ha caratterizzato la mia personale esperienza con te Caribou Trail: un inconveniente tecnico avvenuto nel momento in cui, dopo aver diviso il gioco in due sessioni, un aggiornamento del software ha cancellato i progressi della mia prima partita, costringendomi a ricominciare da capo.

Un'intensità condensata (forse troppo)
The Caribou Trail ha una durata molto breve, stimata tra le 3 e le 5 ore. Se da un lato è una longevità generalmente in linea per titoli del genere, in questo caso risulta una limitazione. Qualche ora in più avrebbe dato maggior respiro alla storia e avrebbe permesso di sviluppare ancora meglio l’ottima scrittura dei personaggi.
In questo senso, mi vedo in dovere di consigliare a chiunque abbia intenzione di approcciarsi a questo gioco di giocarlo tutto in un’unica sessione. Portarlo a termine tutto di fila permette di vivere appieno l’intensità e il flusso del racconto che, altrimenti, spezzando le sessioni, perderebbe parte del suo appeal.

Conclusione
The Caribou Trail, in conclusione, non è un gioco privo di difetti. La mancanza della localizzazione in italiano, aggiunta al piccolo inghippo del salvataggio e coronata da una durata che sembra moncare l’opera di alcune parti, lo rendono imperfetto.
Eppure, nel momento in cui ti fermi a leggere i titoli di coda, tutto passa in secondo piano: a restare è solo il peso enorme delle storie raccontate. Confezionando un’esperienza da vivere tutta d’un fiato, Unreliable Narrators e Manavoid Entertainment sono riusciti in un’impresa cinematografica e letteraria rarissima nel panorama videoludico odierno: spogliare la guerra da qualsiasi velleità eroica per restituirle la sua tragica e nuda umanità.
Volendo evitare paragoni sacrileghi, credo che se Erich Maria Remarque al posto di una macchina da scrivere avesse avuto gli strumenti per sviluppare un videogioco, probabilmente avrebbe dato vita a qualcosa di molto simile. The Caribou Trail, così come “Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale”, tiene a ricordarci che dietro ad ogni croce fittizia sulla mappa di gioco c’è stato un ragazzo in carne ed ossa che è stato costretto a “sparare contro l’esistenza”.
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