Torna a infiammarsi la guerra nel Golfo, mentre il Pakistan media la diplomazia tra Usa e Iran

Seguiamo da tempo, con ottimistica speranza e continua curiosità la sorte dei negoziati che da alcuni mesi oramai, grazie all’ostinata volontà del Pakistan – erettosi attendibile intermediario diplomatico – tentano di riportare la pace in Medio Oriente. Purtroppo, nonostante gli sforzi compiuti, dobbiamo constatare che i rapidi e certamente non lusinghieri sviluppi delle ultime ore stanno mettendo in forte pregiudizio l’esito del processo diplomatico Iran-Stati Uniti che, ora dopo ora, appare sempre più fragile.
Cerchiamo di capire cosa sta accadendo. La nuova crisi è emersa in seguito alle affermazioni fatte dai media statali iraniani, che hanno riportato l’orientamento di Teheran in ordine alla sospensione dei negoziati indiretti – sempre mediati da Islamabad – con Washington, quale diretta conseguenza dell'escalation dovuta alle azioni militari israeliane in Libano, nonostante un cessate il fuoco che alla prova dei fatti risulta avere meno spessore di un foglio di carta velina.
Autorevoli fonti diplomatiche occidentali confermano i repentini e negativi sviluppi sul fronte della diplomazia, in un momento in cui entrambe le parti pensavamo, forse con un eccesso di ottimismo, di poter giungere a un'intesa potenzialmente significativa, dopo mesi di estenuanti negoziati. Fonti diplomatiche occidentali oltre a quelle mediorientali indicano che l'allarme si è diffuso rapidamente nelle capitali dei Paesi del Golfo, mentre crescono le preoccupazioni di un'escalation di ben più ampie proporzioni nell’intera area del Golfo.
Resta apprezzabile il fatto che Islamabad abbia risposto con un urgente riavvio del processo diplomatico, nel tentativo di riuscire a preservare il percorso negoziale prima che si sgretoli e svanisca del tutto. Ed è in questa complicata cornice che s’inserisce il tentativo pakistano volto a stabilire contatti sia con Teheran che con Washington per ricucire lo strappo, e tentare di riannodare i canali di comunicazione. Tutto questo, naturalmente, col fine di prevenire il crollo totale del processo che è già costato molti sforzi.
La ripresa delle ostilità da parte degli Usa e l’immediata controreazione dei Pasdaran – che hanno subito preso di mira alcuni Paesi del Golfo – costituiscono certamente un fattore che insidia tutta l’attività diplomatica compiuta e aumenta il rischio di creare ancora più confusione, in un quadro geopolitico che già dal 28 febbraio scorso ha messo in crisi la sicurezza dei transiti marittimi, portando in agitazione il mondo armatoriale in primis e, poi, a caduta, tutti i settori economici legati alle materie prime fossili, che dallo Stretto di Hormuz devono, necessariamente, transitare.
Auspichiamo che i negoziati mediati da Islamabad possano dunque arrivare alla fine del percorso diplomatico al più presto possibile, magari anche grazie a una maggior presenza delle Nazioni Unite che, oggi, sembrano purtroppo profilarsi distanti da questo cruciale teatro, fondamentale per il destino del pianeta.
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