Trame di umanità. I ritratti di Pino Ceriotti al Museo del Tessile

Fin dalla prima volta che ho incrociato i dipinti di Pino Ceriotti, mi sono domandato perché mi emozionassero così tanto. E forse non esiste una sola risposta.
Negli sguardi di quei ritratti si coglie una ricerca di verità che intercetta la nostra esistenza, segnata da una traiettoria artistica che assume la forma di una circolarità tanto concreta quanto simbolica.
È circolare il gesto originario che trasforma i teleri di Ceriotti, campioni di stoffa provenienti dall’azienda tessile di famiglia, in superfici pittoriche, restituendo al materiale una nuova vita, una seconda possibilità, ben prima che il lessico del riciclo e della sostenibilità diventasse patrimonio condiviso e consapevole.
Ed è circolare, soprattutto, il movimento dello sguardo, un continuo andare e tornare tra geografie, culture e tempi diversi, che nei suoi lavori si condensano in immagini di forte intensità umana.
Queste grandi superfici non intelaiate, che conservano la memoria del loro uso originario, diventano così il luogo di un incontro che non conosce limiti di tempo. È il saper fare, così caro a queste latitudini, che si trasforma in conoscenza dell’altro.
VOLTI CHE INTERROGANO
Qui si affacciano volti che interrogano, presenze che non si limitano a essere rappresentate, ma chiedono di essere ascoltate con attenzione. Sono uomini e donne incontrati nel lungo peregrinare dell’artista tra le metropoli dell’India e del Nord America, luoghi in cui ha vissuto. Al tempo stesso sono figure simboliche, maestri spirituali, poeti e pensatori che attraversano i confini della storia e delle appartenenze. In questo spazio convivono Paramahansa Yogananda e Pier Paolo Pasolini, Georges Ivanovič Gurdjieff e Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti e il Dalai Lama, insieme a molti volti anonimi.
Un melting pot in cui tradizioni e visioni si fondono, dando forma a un’identità plurale e condivisa.
CONOSCENZA E SAPERE
La pittura di Ceriotti si nutre di questa tensione tra conoscenza e sapere, tra esperienza vissuta e ricerca interiore. I suoi ritratti, spesso monumentali e ispirati anche all’estetica popolare dei cartelloni del cosiddetto “terzo mondo”, si appropriano del linguaggio pubblicitario per rovesciarne il senso. Non più consumo e superficie, ma profondità e consapevolezza. Come afferma lo stesso artista, si tratta di una sorta di “pubblicità progresso per l’anima”, in cui l’urgenza di catturare lo sguardo si trasforma in invito alla riflessione.
In questo contesto, l’occhio diventa il fulcro della narrazione. È attraverso lo sguardo che emergono storie individuali e collettive, tracce di culture minacciate, memorie di saperi antichi.
UNA TRAMA COMUNE
Ceriotti ritrae individui spesso appartenenti a popoli quasi dimenticati, testimoni di verità profonde e di una saggezza che rischia di essere cancellata da logiche economiche e politiche omologanti. I loro volti, segnati e intensi, restituiscono una conoscenza che non passa dal pensiero razionale, ma sembra inscritta nel corpo, nel DNA, nella stratificazione dell’esperienza. La circolarità si manifesta allora anche come ritorno a un’essenzialità perduta. In un’epoca dominata dall’estetica e dalla bruttezza del potere, questi volti riportano al centro domande fondamentali: chi siamo, da dove veniamo, quale relazione ci lega agli altri.
Le differenze culturali, religiose e geografiche non vengono negate, ma attraversate e ricomposte in una trama comune, dove il sud e il nord del mondo si specchiano l’uno nell’altro, riconoscendosi portatori delle stesse inquietudini. I teleri di Pino Ceriotti emozionano perché sono un device dell’anima, capace di connettere materiali e significati, individui e comunità, passato e presente. Un movimento continuo, circolare appunto, che non si chiude mai su se stesso, ma resta aperto e costantemente in ascolto.
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