Travaglio non ha querelato la procura generale di Milano per il caso Minetti

09 Luglio 2026 - 06:34
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La sera leoni, la mattina… Travaglio. E’ impossibile dimenticare l’enfasi, la rabbia e l’indignazione con cui, la sera del 4 giugno scorso, il direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio, ospite a “Otto e mezzo” su La7, attaccò la procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni, minacciando querele per diffamazione contro i magistrati milanesi nel caso in cui non avessero chiesto scusa per aver smentito il romanzo messo in piedi dal Fatto sulle presunte irregolarità nella procedura di grazia concessa a Nicole Minetti. Da quello sfogo è trascorso più di un mese ma, come risulta al Foglio, nessuna querela è mai stata presentata da Travaglio e dal Fatto nei confronti dei componenti della procura generale di Milano. Travaglio ha altri due mesi di tempo per presentare querela, ma ci sono diversi motivi che potrebbero averlo convinto a rinunciare a far causa alle toghe.

Sicuramente un invito ad abbassare i toni e a tornare sui propri passi, rispetto alle minacce di querele, sarà giunto a Travaglio da parte di qualche magistrato. In fondo è noto che il Fatto rappresenta un po’ il mattinale delle procure e non sarebbe carino se il quotidiano si mettesse a denunciare dei pm. Persino l’Associazione nazionale magistrati sarebbe costretta, suo malgrado, a prendere posizione per difendere i colleghi milanesi di fronte a un’iniziativa inedita.

Ma a convincere il direttore del Fatto a non presentare querela potrebbe essere stato soprattutto lo studio legale del quotidiano, che al momento si ritrova a gestire due richieste di risarcimento danni presentate da Minetti e dal compagno Giuseppe Cipriani per le inchieste pubblicate sul Fatto: una in Italia da cinque milioni di euro, l’altra negli Stati Uniti da addirittura 250 milioni di dollari.

Il teorema della trattativa Quirinale-Nordio-Minetti, elaborato dal Fatto attorno alla grazia all’ex consigliera regionale, lo ricordiamo, venne demolito in ogni suo aspetto dalla procura generale di Milano nel nuovo parere favorevole alla grazia, presentato lo scorso 3 giugno dopo mesi di accertamenti per verificare le accuse lanciate dal Fatto: non era vero che Minetti “ha fatto causa per avere il bambino che le è valso la grazia”, non era vero che esistono “dubbi sulle cure mediche alla base della grazia”, non era vero che l’avvocata dei genitori biologici del minore è morta carbonizzata in circostanze misteriose, non era vero che Minetti avrebbe mentito sull’attività di volontariato svolta negli ultimi anni in Italia, infine non era vero che Minetti non avrebbe cambiato condotta rispetto agli anni in cui venne condannata per favoreggiamento della prostituzione, tanto da “gestire in Uruguay un ranch con le squillo”. Tutto falso, come appurato dai magistrati milanesi, che in un comunicato stampa ricordarono che queste false notizie erano state pubblicate proprio sul Fatto.

La sera dopo Travaglio si presentò da Gruber e difese il lavoro del proprio giornale sostenendo che la procura generale di Milano avesse “chiesto all’oste se il vino era buono”. Poi, mettendo da parte l’immancabile sorrisino, Travaglio si fece scuro in volto e lanciò un avvertimento ai magistrati: “La procura generale non può accusarci di falso perché questo è una diffamazione e perché non hanno sentito le persone che abbiamo sentito noi. Quindi o se la rimangiano e ci chiedono scusa o li denunciamo”. Concetto ribadito il giorno seguente da Travaglio in un editoriale in prima pagina, in cui diceva che i pm avrebbero dovuto “trovare altri testimoni che i nostri cronisti sul campo continuano a incontrare registrando sempre nuove conferme su quei festini che presto il Fatto racconterà e che la procura generale ha omesso di cercare, esponendo la presidenza della Repubblica a nuove figuracce involontarie”.

A ben vedere, quindi, gli annunci non mantenuti da Travaglio sono due. Uno riguarda la presentazione di una querela contro la procura generale, che ovviamente non si è mai scusata con il quotidiano che aveva pubblicato una serie di notizie false. Il secondo riguarda le “sempre nuove conferme sui festini” che il Fatto stava raccogliendo in quelle ore ma di cui poi non ha mai dato notizia nel mese seguente. Insomma, se c’è qualcuno che ha fatto “figuracce”, questo sembra essere proprio Travaglio.

Al contrario, a muoversi sono stati Minetti e Cipriani. Il 26 giugno si è tenuto il primo incontro di mediazione legale nell’ambito della causa da 5 milioni intentata contro il Fatto dai legali di Minetti e Cipriani davanti al tribunale di Roma. Di fronte alla Corte distrettuale di New York, invece, i legali di Cipriani hanno avanzato richiesta di risarcimento per 250 milioni di dollari contro il Fatto e la Rai, evidenziando “il danno commerciale” sofferto a seguito della diffusione di “notizie false”.


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