Tumore del pancreas, il nuovo esame del sangue ne individua quasi 9 su 10 nelle fasi iniziali: cosa sappiamo
Un semplice prelievo di sangue potrebbe aiutare a individuare il tumore del pancreas quando è ancora nelle fasi iniziali. È la prospettiva suggerita da un nuovo studio internazionale pubblicato sulla rivista Nature Medicine, nel quale un test sperimentale ha raggiunto una sensibilità dell’86,8% per i tumori pancreatici negli stadi I e II.
Il risultato è particolarmente interessante perché il tumore del pancreas è spesso difficile da individuare precocemente e può non dare sintomi riconoscibili nelle prime fasi.
Ma c’è una precisazione importante: non si tratta ancora di un esame disponibile per tutti e non è oggi uno screening di routine. Il test deve essere ulteriormente validato prima di poter entrare nella pratica clinica.
Perché il tumore del pancreas è così difficile da scoprire presto
Il pancreas è un organo situato in profondità nell’addome e i tumori che lo colpiscono possono crescere senza provocare immediatamente sintomi specifici.
Nelle fasi iniziali, infatti, molte persone non avvertono disturbi evidenti. Quando compaiono segnali come ittero, perdita di peso, dolore addominale o alla schiena, nausea e debolezza, la malattia può essere già più avanzata.
È proprio questo uno dei motivi per cui la diagnosi precoce rappresenta una delle grandi sfide della ricerca sul tumore pancreatico.
Oggi non esiste un test di screening raccomandato per la popolazione generale che permetta di individuare il tumore del pancreas prima della comparsa dei sintomi. Per le persone considerate ad alto rischio, invece, possono essere utilizzati programmi di sorveglianza che comprendono esami come risonanza magnetica e ecoendoscopia.
Il nuovo test parte da un semplice prelievo
Lo studio pubblicato su Nature Medicine ha coinvolto 1.785 persone, con e senza adenocarcinoma duttale del pancreas, provenienti da quattro Paesi. I ricercatori hanno sviluppato una forma di biopsia liquida, cioè una tecnica che cerca nel sangue segnali molecolari associati alla presenza di un tumore.
Il test si chiama PANXEON, acronimo di PANcreatic cancer eXosome Early detectiON.
La sua particolarità è che non cerca semplicemente una singola sostanza. Il sistema combina una firma composta da 10 microRNA con il livello ematico del CA 19-9, un marcatore già conosciuto e utilizzato nella gestione del tumore pancreatico.
Cosa sono i microRNA?
I microRNA sono piccole molecole di RNA che partecipano alla regolazione dell’attività dei geni. Le cellule tumorali e quelle che compongono l’ambiente circostante al tumore possono presentare alterazioni nei loro profili di microRNA. Alcune di queste molecole possono essere trasportate nel sangue all’interno di piccole strutture chiamate vescicole extracellulari.
L’idea alla base della biopsia liquida è quindi cercare una sorta di “firma molecolare” nel sangue che possa indicare la presenza della malattia.
Non si tratta di vedere direttamente il tumore attraverso il prelievo, come avviene con una TAC o una risonanza. Si cerca invece una traccia biologica lasciata dalla malattia.
Quasi 9 tumori iniziali su 10 individuati

È qui che arriva il dato più interessante dello studio. Nel gruppo di verifica, la sola firma dei microRNA ha raggiunto una sensibilità dell’83,8% per il tumore pancreatico in fase iniziale.
Quando i ricercatori hanno combinato questa informazione con il CA 19-9, la sensibilità è salita all’86,8% per i tumori negli stadi I e II.
In termini semplici, nelle condizioni specifiche dello studio, il test ha riconosciuto quasi 9 casi iniziali su 10 tra quelli effettivamente presenti.
È un risultato promettente, ma la parola importante è proprio “promettente”: non significa che nove persone su dieci nella popolazione generale riceverebbero una diagnosi corretta.
Attenzione alla differenza tra sensibilità e accuratezza
Questo punto è fondamentale per capire cosa significa davvero quel numero. Una sensibilità dell’86,8% indica la capacità del test di individuare i casi di tumore presenti nel gruppo analizzato.
Non significa invece che una persona che riceve un risultato positivo abbia l’86,8% di probabilità di avere un tumore.
Per valutare quanto un test possa funzionare in uno screening reale bisogna considerare anche la specificità, la frequenza dei falsi positivi e soprattutto quanto la malattia sia frequente nella popolazione sottoposta al test.
Ed è proprio qui che emerge uno dei principali limiti della ricerca.
I falsi positivi sono una questione importante
Nel gruppo di verifica, PANXEON ha prodotto risultati falsamente positivi nel 3,2% dei controlli considerati a basso rischio.
La percentuale è invece salita al 15,6% nei controlli ad alto rischio. Il dato non significa che il test sia inutile. Significa però che un eventuale utilizzo su larga scala dovrebbe essere studiato con grande attenzione.
Un risultato falso positivo potrebbe infatti portare a ulteriori esami diagnostici, procedure invasive, costi e soprattutto forte preoccupazione per il paziente.
Per uno screening rivolto a persone apparentemente sane, questo aspetto è fondamentale quanto la capacità di trovare un tumore.
Il test potrebbe avere un ruolo anche nelle cisti pancreatiche
I ricercatori hanno inoltre valutato la capacità di PANXEON di riconoscere la displasia di alto grado nelle persone con cisti pancreatiche considerate ad alto rischio.
In questo gruppo, il test ha mostrato una sensibilità del 64,3%.
È un dato ancora preliminare, ma apre un’altra possibile prospettiva: non utilizzare la biopsia liquida soltanto per cercare un tumore già sviluppato, ma anche per contribuire alla valutazione di alcune persone che presentano lesioni pancreatiche che necessitano di sorveglianza.
E potrebbe servire anche a seguire la malattia?
Un altro elemento interessante arriva da un piccolo gruppo di 19 pazienti seguito nel tempo. In queste persone, i livelli della firma dei microRNA sono diminuiti durante la chemioterapia preoperatoria e dopo l’intervento chirurgico. Successivamente, sono aumentati prima della comparsa di una recidiva.
Il risultato suggerisce che, in futuro, questo tipo di biomarcatore potrebbe avere un ruolo non soltanto nella diagnosi, ma anche nel monitoraggio della risposta alle cure e della possibile ricomparsa della malattia. Il campione, però, è troppo piccolo per trarre conclusioni definitive.
Perché il CA 19-9 da solo non basta
Il CA 19-9 è uno dei marcatori più conosciuti nel tumore del pancreas, ma non è un test di screening sufficientemente accurato da solo. Può aumentare anche in presenza di condizioni non tumorali e, al contrario, alcune persone con tumore pancreatico non producono quantità significative di questo marcatore.
Per questo la ricerca sta cercando di combinare il CA 19-9 con altre informazioni biologiche. L’idea di PANXEON segue proprio questa strada: non affidarsi a un unico segnale, ma combinare più tracce molecolari.
Non è ancora arrivato il test del sangue per tutti
È probabilmente la precisazione più importante dell’intero studio. Gli autori stessi sottolineano che PANXEON deve essere sottoposto a ulteriori studi prospettici di grandi dimensioniprima di poter essere considerato uno strumento clinico consolidato per la diagnosi precoce.
Oggi non esiste uno screening ematico di routine per il tumore del pancreas nella popolazione generale.
Per le persone ad alto rischio, invece, la sorveglianza può essere valutata in centri specializzati attraverso esami di imaging come risonanza magnetica e ecoendoscopia, soprattutto in presenza di determinate predisposizioni genetiche o familiari.
La ricerca sui test del sangue sta accelerando
Lo studio su PANXEON non è un caso isolato. Negli ultimi anni sono stati sviluppati numerosi approcci alla biopsia liquida per cercare nel sangue segnali del tumore pancreatico: microRNA, proteine, DNA libero circolante e altre caratteristiche molecolari.
Anche nel 2026 altri gruppi di ricerca hanno riportato risultati incoraggianti con pannelli di biomarcatori sanguigni.
Questo è importante perché suggerisce che la diagnosi precoce potrebbe in futuro non dipendere da un unico test, ma da una combinazione di diversi segnali biologici e strumenti diagnostici.
Perché scoprire prima il tumore può cambiare la situazione
La vera posta in gioco non è semplicemente riuscire a trovare un maggior numero di tumori.
L’obiettivo finale di qualsiasi test di diagnosi precoce è anticipare il momento della diagnosi abbastanza da permettere trattamenti più efficaci.
Quando il tumore è localizzato e può essere rimosso chirurgicamente, infatti, esistono possibilità terapeutiche che diventano molto più limitate quando la malattia si è già diffusa.
Per questo un test che individua il tumore in una fase iniziale potrebbe avere un enorme valore clinico, ma soltanto se gli studi futuri dimostreranno che il suo utilizzo porta realmente a diagnosi più precoci e, soprattutto, a un miglioramento della sopravvivenza.
Quali sono i sintomi da non ignorare?
Il fatto che non esista ancora uno screening generale non significa che i sintomi debbano essere ignorati.
Tra i segnali che possono comparire nel tumore del pancreas ci sono ittero, perdita di peso non intenzionale, perdita di appetito, dolore addominale o alla schiena, nausea e vomito e stanchezza.
Nessuno di questi sintomi significa automaticamente avere un tumore: nella maggior parte dei casi possono dipendere da condizioni molto più comuni.
È però importante parlarne con il proprio medico quando sono persistenti, inspiegati o associati ad altri cambiamenti.
L'articolo Tumore del pancreas, il nuovo esame del sangue ne individua quasi 9 su 10 nelle fasi iniziali: cosa sappiamo proviene da Blitz quotidiano.
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