Tutto ancora in stallo: lo Stretto di Hormuz trasformato in un pantano in cui non si può navigare in sicurezza

Ancora una volta, partiamo da Islamabad per tentare di capire cosa sta accadendo nell’area del Golfo Persico, che è diventata il baricentro del modo: non che prima non lo fosse, però soltanto oggi ce ne rendiamo conto con una consapevolezza che, forse, non tutti avevano. Sappiamo che il presidente cinese, Xi Jinping, ha già presentato una proposta in quattro punti, con l’intento di promuovere la pace e la stabilità nella regione del Golfo, individuando nel Pakistan – che formalmente ha accolto l'iniziativa – il partner adatto a poter costruire una cooperazione regionale. Le quattro proposte avanzate dalla Cina sono state vagliate e condivise nel più ampio contesto scaturito dall'approfondimento della cornice strategica sino-pakistana e rivolta alle questioni mediorientali di più scottante attualità. Del resto, sono note a tutti le tensioni in corso e le negative influenze esercitate sulla sicurezza energetica e sulle rotte commerciali fondamentali non solo per l'economia pakistana ma per l’economia industriale dell’intero pianeta. Da questa prospettiva, dunque, appare comprensibile il pieno sostegno del Pakistan alle proposte cinesi, considerandole allineate alla linea politica tenuta da Islamabad e che riguarda la sovranità, la convivenza pacifica e la stabilità necessaria al percorso di sviluppo intrapreso dal governo, guidato dall'attuale primo ministro, Shehbaz Sharif, in carica dal 3 marzo 2024.
A questo punto, per facilità di comprensione, occorre dare un rapidissimo sguardo alle quattro proposte delineate dal Xi Jinping, che includono:
- il posizionamento del Pakistan quale ponte strategico per le relazioni esistenti tra i paesi del Golfo Persico e, più in generale, col più ampio mondo islamico;
- l’istituzione di meccanismi di sicurezza congiunti per gli stati del Golfo Persico, assicurando il mantenimento nel contempo la convivenza pacifica e il pieno rispetto della sovranità nazionale del Pakistan e di tutti i Paesi della regione;
- il rifiuto dell'approccio tipo "legge della giungla" nelle relazioni internazionali e sostenere l'adesione alle norme consolidate nello stesso diritto internazionale;
- collegare direttamente le iniziative di sviluppo con gli sforzi di stabilità politica regionale sia in Pakistan che negli altri Paesi del Golfo.
Naturalmente, la diplomazia pakistana considera le proposte oggi in esame quali “complementari” alla prima iniziativa, articolata in cinque punti, avanzata congiuntamente da Cina e Pakistan alla fine di marzo 2026 e finalizzata a ristabilire la pace nel Golfo Persico e in tutta l’area Mediorientale; insomma, si tratta chiaramente di un tentativo posto in essere dall’antica e saggia diplomazia cinese che, in quanto a pazienza e prudenza, non ha nulla da invidiare alle diplomazie occidentali.
Del resto, non possiamo trascurare che la Cina ha già investito dal 2013 oltre 65 miliardi di dollari in progetti CPEC (Corridoio Economico Cina-Pakistan), concentrandosi su energia, infrastrutture e zone economiche speciali; inoltre, il commercio del Pakistan con i Paesi del GCC (Consiglio di Cooperazione del Golfo) supera i 20 miliardi di dollari all'anno, con importazioni di energia che rappresentano componenti critici dell'economia, senza contare che la regione del Golfo Persico fornisce il 60 % delle importazioni di petrolio greggio pakistane e le interruzioni causate dalla guerra nello Stretto di Hormuz influenzano direttamente e pesantemente i prezzi del carburante e l'inflazione nel Paese asiatico, che attualmente si stima aggirarsi intorno al 6/8% .
C’è anche da dire che le sopra accennate proposte arrivano mentre il Pakistan continua quotidianamente ad impegnarsi nella diplomazia “navetta”: raccoglie le proposte americane e iraniane in modo tale che i negoziatori di entrambe le parti siano in grado di confrontarsi, sfruttando in questo delicatissimo ed importantissimo ruolo diplomatico i suoi legami sia con la Cina che con i principali Stati del Golfo Persico, tra cui spiccano l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, entrambi Paesi fornitori di importanti pacchetti d’investimento a Islamabad.
In definitiva, mentre dall’Occidente non arrivano segnali (se non discontinuamente e spesso in maniera contraddittoria) di fermento diplomatico, dall’oriente asiatico, per fortuna, le diplomazie sono all’opera e piaccia o no al gigante americano, bisogna tenerle nella giusta considerazione. La guerra scatenata dal duetto israelitico-americano lascerà pesanti strascichi geopolitici e geostrategici su tutta la regione mediorientale i cui riflessi non sono ancora ben percettibili ed è vitale per il Pianeta porvi fine il più rapidamente possibile.
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