Un figura emblematica della Chiesa senza confini
Era cresciuto in una Chiesa fondata da missionari: la diocesi di Daejeon, in Corea del Sud. A tre anni dalla sua scomparsa, riferisce Fides, la figura di padre Stefano Kim Seong Hueon continua ad abitare la memoria della Chiesa in Mongolia. Missionario coreano, vicario generale della Prefettura apostolica di Ulan Bator, aveva fatto della sua vita una risposta a una domanda che lo accompagnava fin dall’infanzia: “Perché sono venuti qui?”. L’agenzia missionaria vaticana l’aveva incontrato un mese prima la sua morte. In una cappella che si trova sotto la cattedrale, dedicata alla Madonna di Fatima, alla quale era particolarmente devoto. Aveva raccontato il suo percorso spirituale e vocazionale, in particolare il ricordo della tomba di un missionario francese sepolto nel villaggio dove era cresciuto. Durante gli studi, l’incontro con un missionario coreano segnò una svolta: “Non ricordo il contenuto esatto del suo intervento .Ma sento ancora le ultime parole che disse: ‘Uno di voi andrà all’estero come missionario‘”. Quella frase lo trafisse. “Quando lo sentii dire così, mi dissi: ‘E se fossi io?'”. Da lì cominciò a cambiare lo sguardo sulla propria vocazione. Al quarto anno, il vescovo lo inviò a Roma a studiare missiologia: “Così mi ritrovai a studiare missiologia, mentre mi stavo preparando a diventare sacerdote per la mia diocesi”.

Chiesa in uscita
Da questa tensione nacque una domanda più radicale: “Ma qual era la mia identità sacerdotale? Come potevo coniugare la mia identità di sacerdote diocesano con quella di missionario, che allora mi sembrava piuttosto un abito troppo grande per me?”. La risposta prese forma guardando al Vangelo: “Mi chiesi: i dodici discepoli erano sacerdoti diocesani o missionari? E Gesù?”. Contemplando la loro vita, riconobbe un tratto comune: “Essi erano i predecessori di quei sacerdoti diocesani che non chiudono mai la porta, neppure quando sono stanchi, e dicono: ‘Lasciate che la gente venga da me!'”. In quella immagine trovò una sintesi: “Perché è proprio questa la spiritualità del sacerdote diocesano: tenere la porta aperta“. E dentro di lui “risuonò un grande sì”. Perché capì che il sacerdote diocesano “poteva essere un missionario”: Prima ancora di partire, decise di vivere così la sua vocazione”: “Poiché il coreano era la lingua che conoscevo meglio, decisi di essere un missionario coreano in Corea, come se fossi alla fine del mondo”. Questo cambio di prospettiva, raccontava, lo rese “profondamente felice”.
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