Un po’ di luce: il regista Ali Asgari alla ricerca di speranza nell’Iran di oggi
Una scena del film Un po' di luce
Una scena del film Un po' di luceGuardando Un po’ di luce si può intuire chiaramente il contesto emotivo in cui è nato il film di Ali Asgari. È come se Arash, il protagonista interpretato da Misagh Zareh – già visto ne Il seme del fico sacro in un ruolo opposto a questo – interpretasse lo sconforto di un popolo. È un medico a cui hanno chiuso lo studio per avere soccorso alcuni manifestanti feriti. Mentre nelle strade si combatte per rovesciare il regime, gli Stati Uniti minacciano di bombardare il paese, ma solo con attacchi mirati alle infrastrutture senza colpire i civili. «Sono più tranquillo ora, Trump non mentirebbe» si dice in una delle poche battute sarcastiche.
Asgari mette da parte l’ironia che ha caratterizzato i suoi precedenti film, per abbracciare un senso di vuoto. Lunghe inquadrature fisse, ampi silenzi, accompagnano la decisione di Arash di togliersi la vita. Un po’ come ne Il sapore della ciliegia di Kiarostami l’uomo vagherà per comunicare la decisione ai famigliari. A stupire sono le reazioni: non c’è sorpresa. Anzi, sembrano accoglierla come un passaggio logico e tutto sommato condivisibile, vista la situazione.

È qui però che Un po’ di luce diventa un grande film sulla speranza. Perché, senza clamore o scene strappalacrime, Asgari rompe la freddezza della sua messa in scena utilizzando quel tempo sospeso per svelare i legami invisibili. Il popolo iraniano si racconta al cinema come ostinatamente resiliente, incapace di arrendersi. La ragione sta nel credere che la vita non sia solo di chi la vive, ma sia condivisa con tutte le persone che si hanno accanto. Un destino condiviso fatto non di una grande ragione per andare avanti, bensì da tanti piccoli motivi per resistere.

Un po’ di luce dura solo 87 minuti, ma non è un film semplice. Richiede, per essere visto, la pazienza di non avere stimoli visivi ogni 30 secondi ma, al contrario, la capacità di usare quegli istanti di sospensione narrativa per riempirli con i nostri pensieri. La filosofia minimale di Asgari parte dallo stile adottato e si riflette in un titolo che può parlare a chiunque: quando tutto è buio non si può pretendere che tutto si rischiari. Eppure basta solo Un po’ di luce per riottenere quel briciolo di speranza che fa andare avanti, anche quando il proprio mondo sembra finire.
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