Varese e la mala di confine: “Ma quale metodo mafioso? Dimostrerò il contrario fino alla Cassazione”

Se non era tensione quella respirata fuori dal tribunale di Varese lunedì mattina, almeno si poteva chiamare aria di attesa, che faceva il paio con le nuvole piuttosto scure che adombravano piazza Cacciatori delle Alpi.
Ben più che un presagio per alcuni dei 12 imputati cui viene contestato il “metodo mafioso” per portare a termine estorsioni, minacce, usura, violenze private oltre allo spaccio di droga (in quest’ultimo caso reato prescritto). Un colpo pesante arrivato poche decine di minuti dopo con la sentenza “storica” per quella parte di provincia di Varese che non è risultata immune, se non alla presenza di Locali di ’ndrangheta, almeno all’impiego di alcuni metodi per incutere il terrore che si respira materialmente altrove.
Estorsioni, droga e minacce con metodo mafioso nell’Alto Varesotto: in 19 sono imputati a Milano
Nelle more della decisione i cronisti sono stati resi partecipi di quei pronostici che arrivano prima delle occasioni importanti, forse per cercare una rassicurazione che tutto si sarebbe risolto per il meglio: ma così non è andata, almeno in primo grado, perché le condanne sono arrivate per tutti e 12 gli imputati e, in alcuni casi, anche in maniera più severa di quanto richiesto dalla Procura.
Di certo una fra tutte è la figura su cui nel processo si sono accese le luci dei riflettori, ed è quella di “Zio Pino”, al secolo Giuseppe Torcasio, classe 1956, nato a Lamezia Terme, la stessa località della Calabria da cui viene fatta discendere la sua parentela con Vincenzo Torcasio detto “u Niru”, condannato per associazione di stampo mafioso con sentenza della Cassazione del luglio 2017.
«Ma quale mafia», si difende Zio Pino fuori dal tribunale prima ancora della sentenza che lo condannerà a 13 anni, oltre 10 mila euro di multa e 4 anni e 3 mesi di libertà vigilata (la Procura aveva chiesto per lui 11 anni e 5 mesi).
«Io dimostrerò la mia innocenza fino in Cassazione. Non sono un mafioso. Se avessi voluto fare il mafioso me ne sarei stato altrove. Invece sono venuto in Lombardia, al Nord, per lavorare e a dimostrazione di questo ci sono le linee di credito aperte con le banche per svolgere la mia attività lavorativa come costruttore».
Il resto dei presenti non aveva molto da aggiungere, anche alla luce del fatto che era chiaro un dato appurato anche in sede di giudizio, durante il dibattimento: dei testimoni, nessuno o quasi ha confermato il contenuto delle sommarie informazioni testimoniali rese ai carabinieri, per poi venire in aula a farfugliare qualche risposta fra amnesie momentanee o definitive. Un particolare che non ha certamente giovato agli imputati sui quali incombe l’ombra — sebbene siamo al primo grado e valga la presunzione di innocenza — della “forza” legata ai nomi di peso della criminalità organizzata, alle “famiglie”.
Difatti la mannaia della legge è caduta pesante.
Un altro profilo di rilievo nel processo era quello di Berardino Moneta detto “Dino”, ad oggi in carcere per altro reato che è stato condannato a undici anni di carcere e a una multa superiore ai 3mila euro; anche in questo caso il tribunale ha disposto l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, la libertà vigilata per tre anni e mezzo e la confisca del profitto del reato.
Un altro imputato, considerato il braccio violento di Zio Pino, è stato condannato a otto anni e tre mesi di reclusione e 5mila euro di multa. Fra le condanne più alte nove anni e sei mesi e sette anni e quattro mesi sempre per estorsioni; cinque anni di carcere sono stati invece comminati a un imputato riconosciuto colpevole di tentata estorsione e altri reati in continuazione. Due imputati accusati di tentata estorsione sono stati condannati a tre anni e tre mesi ciascuno. Condanne più lievi, comprese tra uno e due anni, hanno riguardato altri imputati coinvolti in episodi considerati minori.
Nel corso della lettura del dispositivo non sono mancate assoluzioni: un imputato è stato assolto “perché il fatto non sussiste”, un altro “per non aver commesso il fatto”. In diversi casi il tribunale ha inoltre dichiarato la prescrizione per alcuni episodi contestati, soprattutto legati agli stupefacenti, dopo la riqualificazione giuridica delle accuse.
Per molti degli imputati i giudici hanno disposto anche pene accessorie particolarmente pesanti, tra cui l’interdizione legale e la libertà vigilata per periodi variabili fino a tre anni e mezzo.
Il procedimento è stato uno dei più complessi celebrati negli ultimi anni a Varese, sia per il numero degli imputati sia per la mole delle contestazioni. Dopo numerose udienze e una lunga istruttoria dibattimentale, la sentenza di primo grado chiude una fase importante del processo. Ora si attende il deposito delle motivazioni, passaggio decisivo per comprendere le valutazioni del tribunale e le eventuali mosse delle difese in vista dell’appello.
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