Vita consacrata, presidio di fraternità
Un momento della celebrazione con le consacrate«La gratitudine, l’ammirazione e l’intercessione». Sono questi i sentimenti a cui ha dato voce l’Arcivescovo che, in una basilica di Sant’Ambrogio gremita, ha salutato le centinaia di religiose e i religiosi che hanno preso parte alla celebrazione, da lui presieduta, per gli anniversari di consacrazione di molti dei presenti.

La celebrazione
Concelebrata, tra altri presbiteri, dal vicario episcopale di Settore, monsignor Walter Magni e dall’abate di Sant’Ambrogio, monsignor Carlo Faccendini (di cui il vescovo Mario ricorda il 50esimo di ordinazione sacerdotale), la Messa è stata aperta dal saluto di suor Amparo della Congregazione messicana delle Missionarie dello Spirto Santo, proprio a evidenziare l’internazionalizzazione rappresentata dalle tante consacrate, impegnate in Diocesi, ma provenienti dai 4 angoli del mondo.
«Rappresentiamo quella “Chiesa dalle genti” – dice la religiosa – che vive la propria vocazione nel servizio instancabile alle parrocchie, alle scuole, agli ultimi e nei luoghi della carità. In questa liturgia facciamo memoria di anniversari che narrano storie di una fedeltà straordinaria: dalla freschezza di chi ricorda il 15° anno di cammino, attraversando tappe significative come il 25°, 50°, 60° e 70°, sino a giungere alla luminosa testimonianza di due sorelle che celebrano l’eccezionale traguardo dell’80° anniversario di professione».

102, complessivamente, le festeggiate, appartenenti a 27 diverse Congregazioni, sulle 140 che avevano segnalato i propri anniversari e che, con consorelle e confratelli, hanno acceso le loro piccole fiammelle, emblema della rinnovazione dei voti e del ringraziamento per il dono della vita consacrata, ribadito coralmente subito dopo l’omelia di monsignor Delpini. Una riflessione intensa, ispirata alla prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli al capitolo 11, con la profezia di Àgabo.
Le profezie di sventura
«Non mancavano profeti, a quanto pare, nella Chiesa di Gerusalemme e anche oggi», spiega, infatti, il vescovo Mario citando alcuni nomi che rimandano al loro valore simbolico: Macarìa, dal termine greco che significa “beata”, Filotea, “amica di Dio” e Irene “pace”. «Macarìa annuncia che sarebbe scoppiata una grande carestia su tutta la terra: una carestia della gioia. Ci sarà di tutto, ma la gioia non si troverà da nessuna parte. Ci saranno i ricchi che possono spendere e spandere, ma la gioia non si compra. Ci saranno i potenti che potranno fare e disfare, ma la gioia con si conquista e mancherà».

Allora i discepoli – suggerisce l’Arcivescovo – stabilirono di mandare un soccorso. «Si presentarono giovani donne radiose di letizia, donne attempate e donne operose: erano le consacrate e inviarono alla città triste un poco della loro gioia invincibile, dono di colui che ha vinto la radice di ogni tristezza, perché ha vinto la morte».
E così per la profetessa Filotea che annuncia la carestia della preghiera. «C’è un gran darsi da fare, una frenesia di iniziative, calendari congestionati di appuntamenti e adempimenti, ma non ci sarà la memoria devota e l’amicizia affettuosa con Gesù. Si fa molto di buono, ma non c’è tempo per pregare e finisce la speranza. La speranza non si conquista con l’impegno, ma si riceve con la promessa affidabile di Gesù e la carestia di preghiera induce alla disperazione. Parlano molto e parlano tutti, ma la carestia di preghiera impedisce di ascoltare la Parola che distingue il bene dal male, perciò la città è confusa, arrogante, allegra di una allegria malata».
E, anche in questo caso, l’aiuto venne da donne di ogni età e Paese come sono, appunto, le consacrate «che portano aiuto alla città con il coraggio che affronta la vita, la salute e la malattia, la ricchezza e la povertà, i giorni facili e i giorni difficili perché praticano la preghiera e confidano nella forza che viene da Dio».

La carestia di pace
Poi, Irene con la sua profezia della mancanza di pace sulla terra. «La carestia di pace è frutto di un volersi male, di un guardare gli altri e considerarli un pericolo, un problema. Nei tempi di carestia di pace la gente vive nella paura del nemico, anche se il nemico non c’è; la gente spende capitali enormi per costruire strumenti di morte e non ha più soldi per prendersi cura dei bambini, dei malati, degli anziani, per fare cose belle».
Eppure, la vita consacrata rimane un presidio di fraternità, pur nei molti problemi quotidiani, portando «soccorso», nelle infinite carestie di oggi, come conclude il vescovo Mario.

La profezia della vita consacrata
«Si mettono di mezzo uomini e donne per abitare là dove le persone si odiano: sono sorelle e fratelli, uomini e donne di ogni popolo. Si radunano nella stessa casa, vivono lo stesso carisma, si amano con amore sincero, si perdonano, vivono nella pace, prestano servizio gli uni agli altri. Come Àgabo annuncia la grande carestia di fame e i discepoli di Antiochia cercano di porvi rimedio, così anche i consacrati come i profeti interpretano con uno sguardo di fede la carestia che rende triste il mondo, cioè la mancanza di gioia, di preghiera e di pace. Che siano benedetti da Dio questi fratelli e sorelle che hanno pronunciato per anni la loro profezia».
Una benedizione che diviene, alla fine della celebrazione, un gesto di affetto semplice compiuto dall’Arcivescovo, tra tanti applausi e qualche lacrima, con il dono alle consacrate del volume di Marc Foley dedicato a Teresa di Lisieux, il cui titolo dice tutto: “L’amore che ci mantiene sani”.

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