Zuppi: San Francesco ci ricorda che la guerra non è un destino

05 Ottobre 2026 - 13:30
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Zuppi: San Francesco ci ricorda che la guerra non è un destino
La celebrazione nella Basilica di San Francesco (©Sala Stampa Sacro Convento di San Francesco)La celebrazione nella Basilica di San Francesco (©Sala Stampa Sacro Convento di San Francesco)

da Vatican News

«Solo se la pace è con tutti è davvero pace». Ha preso le mosse da uno sguardo sul mondo segnato «da guerre, terribili, follia che rende folli», oggi come secoli fa, l’omelia del cardinale Matteo Maria Zuppi nella Messa presieduta ieri ad Assisi, nella festa di San Francesco e nell’ottavo centenario della sua morte, avvenuta il 3 ottobre 1226 alla Porziuncola, celebrata da monsignor Felice Accrocca, vescovo di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino e di Foligno, con i ministri dell’Ordine dei frati minori conventuali e il cardinale Ángel Fernandez Artime, legato pontificio per le basiliche papali di Assisi. Nella Basilica di San Francesco assiepata di fedeli, presenti il capo dello Stato italiano, Sergio Mattarella, e le autorità istituzionali di tutta Italia, di cui San Francesco è patrono assieme a Santa Caterina da Siena, nonché di diversi Paesi. Nelle parole dell’arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), il Poverello di Assisi è stato ricordato come «immagine viva di Cristo», «pieno di gioia», «poeta della vita», cantore della «bellezza tutta umana e tutta divina del creato».

Nessuno è perduto, nemmeno il nemico

Frate Francesco, nella sua figura quanto mai attuale che ispira ad andare controcorrente e a coltivare la riconciliazione, come ricordato da Papa Leone XIV nella sua visita pastorale ad Assisi dell’agosto scorso, «aiuta a vedere» la presenza del Signore che, ha riflettuto il porporato, ci spinge a «fare la sua volontà», secondo cui nessuno è perduto, «neppure il nemico».

Quindi un accorato e molteplice ringraziamento, sulle orme del Cantico delle Creature: «Laudato si’ perché frate Francesco continua a donarci pace e ad essere operatori di pace, per portarla dove c’è violenza, odio, incomprensione. Si è spogliato di tutto per essere disarmato», ha ricordato il cardinale Zuppi, riflettendo su un tempo, quello «minaccioso» che viviamo, in cui «siamo tentati e sedotti dalla cultura della potenza, volgare e invadente, ingannevole, frutto anche di enfasi mal riposte e di sfacciati e enormi interessi economici, di nazionalismi che rovinano le nazioni, di campagne che creano il nemico invece di cercare quello che unisce». La via, allora, è quella di disarmare «le mani e il cuore».

Semplicità, ma non superficialità

Lui, Francesco, «l’umile», è capace di «sgonfiare», con cortesia e «senza nessuna supponenza», «l’arroganza dei forti, parla con tutti perché la sua fede non è contro qualcuno ma amore per tutti». Nella sua semplicità, che non è «superficialità o schiavitù dell’apparenza», sta l’essenziale, «che è invisibile agli occhi ma che tutto rende visibile, vero, prezioso, luminoso, anche la malattia e il buio sconfortante e terribile della morte». E ci ricorda che «l’unica ragione da cercare» è quella della pace e della giustizia, «perché solo queste fanno trovare e difendere tutte le ragioni», e che la guerra «non è un destino e la pace inizia da noi ed è l’unico futuro possibile». Francesco, evidenzia il presidente della Cei, «scrive ai reggitori delle nazioni perché scelgano la pace. Non c’è tempo da perdere, perché la sofferenza è enorme, il divisore continua a complicare le soluzioni, imbroglia le menti, fa credere – che imbroglione! – che la pace la troviamo con le armi e non con il dialogo e il diritto».

Ma il messaggio di frate Francesco, povero che «rende ricchi gli altri», arriva fino a noi per farci comprendere «che non staremo mai bene se possediamo, ma solo se regaliamo, perché tutto è nostro se amiamo»: amare è donare, ha osservato il cardinale Zuppi, e «non c’è gioia senza rendere contento il prossimo, a cominciare dal povero». Di qui una esortazione a «legarsi al povero non come oggetto di interesse, ma come nostro fratello»: non è un sacrificio, ma una «esperienza di amore».

I Comuni d’Italia

San Francesco, ha proseguito al termine di «questo straordinario ottavo centenario», ci fa inoltre «scoprire e riscoprire le radici più profonde e comuni» dell’Italia, «che ci rendono umani e pieni di cultura che viene da Cristo e porta a Cristo, che dobbiamo nutrire con la preghiera e il servizio, possibile a tutti». Come fece egli stesso, «piccolo fratello universale» che «voleva raggiungere tutti e si sentiva a casa ovunque e tutti con lui si sentivano a casa». «Non riduciamo San Francesco a noi, ma seguiamolo noi per sentire nostro il mondo e ogni popolo». Francesco, in fondo, «chiede solo operatori e architetti umili di pace», che con coraggio aiutino «a vivere insieme, forti del diritto e non imponendo il diritto della forza».

L’olio e la lampada

All’inizio della celebrazione, il momento dell’offerta dell’olio, quest’anno da parte della Regione Umbria, e l’accensione per mano del sindaco di Assisi, Valter Stoppini, della lampada votiva dei comuni d’Italia, che arde presso la tomba del Santo.

Il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella (©Sala Stampa Sacro Convento di San Francesco)

Il discorso del presidente Mattarella

Quindi, al termine, i discorsi dalla Loggia del Sacro Convento, introdotti ai presenti nella piazza antistante la Basilica da fra Giulio Cesareo, direttore dell’Ufficio comunicazione dello stesso Convento. «In questi tempi segnati da guerre insensate e crudeli, da tanta violenza, manipolazione, arroganza, come ha detto giorni fa Leone XIV, l’auspicio è che il sole di Francesco possa illuminare il mondo, convertire le menti indurite dall’odio e indicare la via della pace, della speranza, della serena, fraterna convivenza», ha riflettuto il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella.

Nel suo intervento, soffermandosi sulla figura del Santo di Assisi, il capo di Stato ha osservato come nel tempo non si sia «in alcun modo ridotto il suo fascino e il suo carisma, che vive ben oltre i confini dell’Italia e della stessa cristianità, di cui è figlio e figura eminente, profeta di pace, di amore, di rispetto per il creato». Il suo insegnamento, ha proseguito, è «patrimonio universale per le donne e gli uomini di tutti i tempi e di tutte le latitudini, credenti o non credenti, cristiani o fedeli di altre religioni». D’altro canto, le comunità francescane portano la vita religiosa «fuori dalla solennità dei monasteri e si inseriscono nel tessuto urbano e sociale» del loro tempo, «così bisognevole di impegno e di presenza, incarnando un ideale di povertà evangelica e di vicinanza agli ultimi che traccia un segno profondo nella società medievale, aprendo la strada a forme nuove di solidarietà, a nuovi criteri di relazioni umane». Ecco perché, ha notato, «a buon titolo Francesco appare precursore anche dei Santi sociali». Chiedeva «solamente» di vivere in povertà, pace, letizia con i suoi fratelli e le sue sorelle al seguito di Cristo e «vivendo il messaggio del Vangelo, invitando al privilegio della povertà evangelica, esortazione che lo rendeva distinto dai movimenti populistici dell’epoca. Per questa scelta radicale e sconvolgente agli occhi del mondo, l’uomo che per sé e per i suoi seguaci volle la denominazione umile di frati minori è diventato una delle figure più significative, più conosciute, pi amate della storia universale».

Le celebrazioni

Precedentemente, a illuminare la notte di Assisi, erano state le circa 3.000 persone che hanno partecipato al “Cammino con san Francesco”, l’itinerario a piedi, tra canti e preghiere, catechesi e rievocazioni storiche, ripercorrendo le tappe del trasporto del feretro di San Francesco nel 1226, dal luogo della morte a quello della sepoltura, da Santa Maria degli Angeli alla Basilica di San Francesco. A mezzanotte il suono delle campane di tutte le chiese di Assisi ha introdotto la celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale Ángel Fernandez Artime. Nell’omelia, il porporato ha riflettuto sul «messaggio più profondo» del Transito di San Francesco: «Vivere bene significa imparare, giorno dopo giorno, a morire a noi stessi per appartenere sempre più a Cristo». Perché alla fine non conteranno «le cose possedute, i successi, l’immagine che abbiamo dato di noi». «Rimarrà l’amore. Rimarrà Cristo. Francesco muore povero, ma muore ricco dell’unica ricchezza che non muore: il Signore». Di qui una spinta a «tornare all’essenziale», mettendo Cristo «al centro», imparando «a fidarci di Dio», vivendo «con meno attaccamento alle cose e con più attenzione alle persone». All’alba di stamani, quindi, un’altra Messa della comunità dei frati era stata presieduta da fra Carlos Alberto Trovarelli, ministro generale dell’Ordine dei frati minori conventuali. In un messaggio a tutto l’Ordine, fra Trovarelli ha esortato a chiedere «la grazia di saper rischiare» affinché la vita sia «specchio di colui, il Santo d’Assisi, che, spogliatosi di tutto», ha lasciato che lo Spirito del Signore «facesse fiorire in lui la perfetta letizia e quella primavera di fede che, ancora oggi, una moltitudine di uomini e donne in tutto il mondo riconosce e ammira».

 

 

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