50 anni da Seveso: l’industria chimica ha imparato la prevenzione

L’incidente avvenuto nello stabilimento ICMESA di Meda il 10 luglio 1976, del quale ricorre il cinquantesimo anniversario, segnò una svolta nella storia industriale europea. La contaminazione da diossina mise in luce il profondo divario esistente all’epoca tra conoscenze chimiche, sicurezza di processo, capacità di risposta delle istituzioni e informazione alla popolazione. Insieme ad altre grandi catastrofi del Novecento – dal Vajont a Chernobyl, fino ai terremoti che colpirono il Friuli e il Mezzogiorno – contribuì a una nuova consapevolezza del rapporto tra sviluppo industriale, tutela del territorio, salute pubblica e sicurezza.
Oggi un incidente analogo sarebbe altamente improbabile, ma la risposta corretta non è un semplice "no". Nei processi industriali il rischio zero non esiste: esiste invece la capacità di conoscerlo, prevenirlo, ridurlo e gestirne le conseguenze.
Nell’impianto ICMESA si produceva il 2,4,5-triclorofenolo, intermedio per la sintesi di disinfettanti e agrofarmaci. Al termine di un turno di lavoro, durante la fase di raffreddamento, il reattore, nel quale avveniva la sintesi chimica, andò incontro a un surriscaldamento incontrollato che provocò il rilascio di circa 6,5 tonnellate di prodotti di reazione, contenenti 20-30 kg di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), la sostanza che da allora è nota semplicemente come "diossina". La nube contaminò Seveso, Meda, Cesano Maderno e Desio, causando lesioni cutanee in quasi duecento persone, soprattutto bambini, l'evacuazione di 736 residenti e l'abbattimento, in gran parte precauzionale, di migliaia di animali per impedire l'ingresso della contaminazione nella catena alimentare.
A differenza di altri grandi disastri industriali, come quelli della città indiana di Bhopal nel 1984, con decine di migliaia di morti in una notte, o a quello avvenuto in Texas City nel 1946, con migliaia di morti per l’'esplosione di nitrato d'ammonio o quello del 2020 a Beirut, con più di 200 morti e un sesto della capitale libanese devastata, sempre a causa dell’esplosione di nitrato di ammonio, a Seveso non vi fu un evento spettacolare: si trattò di un rilascio incontrollato in atmosfera che inizialmente passò quasi inosservato, perfino agli operai rientrati al lavoro il lunedì successivo. Proprio questa apparente assenza di effetti immediati rese più difficile comprendere la gravità dell'accaduto. La diossina era allora una sostanza nota soltanto a pochi specialisti e le sue proprietà tossicologiche e ambientali erano ancora poco conosciute. Le prime settimane furono caratterizzate da grande incertezza scientifica e operativa, mentre la popolazione affrontò conseguenze sanitarie e sociali, tra cui il difficile tema degli aborti preventivi per rischio di malformazioni e tare genetiche. Era anche il periodo dell'aspro dibattito sulla legge sull'interruzione di gravidanza volontaria, entrata in vigore nel 1978.
Da Seveso, dunque, nacque una nuova cultura della prevenzione. La Direttiva europea "Seveso I" del 1982 introdusse l'obbligo di identificare gli stabilimenti a rischio di incidente rilevante e di censire le sostanze pericolose presenti. La "Seveso II" del 1996 rafforzò la pianificazione delle emergenze coinvolgendo istituzioni e popolazione. Infine, la "Seveso III", recepita in Italia con il D.Lgs. 105/2015 e tuttora vigente, ha consolidato il sistema europeo di classificazione delle sostanze pericolose, la trasparenza delle informazioni, la partecipazione dei cittadini e i controlli ispettivi.
Questa evoluzione ha trasformato profondamente il concetto stesso di sicurezza industriale. Oggi gli impianti sono dotati di sistemi automatici di controllo, procedure operative standardizzate, barriere di contenimento, monitoraggi continui e una cultura della sicurezza che coinvolge imprese, lavoratori, autorità e cittadini. La Direttiva Seveso III si applica a migliaia di stabilimenti europei, 972 dei quali in Italia, censiti nel Portale Seveso, che supporta la pianificazione delle emergenze e delle ispezioni.
Anche il rapporto tra industria e ambiente è profondamente cambiato. Seveso ha insegnato che un incidente industriale non termina con l'arresto dell'impianto, ma continua attraverso la contaminazione dell'aria, del suolo, delle acque, della catena alimentare e degli ecosistemi. La bonifica e la successiva trasformazione dell’area più contaminata nel Bosco delle Querce, tra Seveso e Meda, rimane uno dei casi più significativi di passaggio dalla contaminazione industriale alla realizzazione di un presidio ambientale e di memoria civile. Una sfida sempre aperta, soprattutto in un Paese come l’Italia, dove aree produttive storiche, infrastrutture e centri abitati spesso convivono a breve distanza.
L’Istituto di scienze e tecnologie chimiche "Giulio Natta" (Cnr-Scitec) di Milano ha numerosi ricercatori impegnati nello sviluppo di materiali e processi per una chimica più sostenibile, verde e sicura, sostituendo e riducendo vie di sintesi che utilizzino composti intrinsecamente pericolosi, utilizzando acqua al posto di solventi organici tossici, proponendo catalizzatori innovativi per produrre molecole d’interesse industriale a temperatura più bassa, a pressione atmosferica ed evitando l’impiego di gas pericolosi, come cloro, fosgene, idrogeno o ammoniaca. Una linea di ricerca dell’Istituto riguarda la formazione tecnico-scientifica nel campo della sicurezza e la prevenzione in chimica nell’ambito di progetti di cooperazione internazionale promossi dall’Unione europea con ministeri dell’industria ed enti di protezione civile in 17 paesi del Sud-Est Asiatico, dell’Asia Centrale e dell’Africa settentrionale.
Cinquant’anni dopo, la stessa Seveso e il suo disastro ambientale, è una lezione scientifica, industriale e civile, un punto di svolta che ricorda come la chimica sia indispensabile nella società e vada progettata, gestita e comunicata con competenza, responsabilità, etica e consapevolezza.
Matteo Guidotti
Cnr - Scitec
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