Il disastro ambientale sotto le macerie di Gaza

Negli ultimi due anni e mezzo, il mondo ha assistito a uno dei genocidi più violenti e documentati della storia umana, commesso da Israele nei confronti del popolo palestinese, a Gaza.
Secondo l’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA), tra il 7 ottobre 2023 e il 18 marzo 2026 nella Striscia di Gaza sono state uccise almeno 72.253 persone e ferite 171.912, in un contesto caratterizzato dal collasso del sistema sanitario e da una gravissima insicurezza alimentare.
Questa guerra, così come è stata concepita e attuata, ha prodotto conseguenze profonde e durature, interessando la sfera sociale, economica, sanitaria, culturale e ambientale. Il genocidio è stato accompagnato da una deliberata distruzione dell’ambiente agricolo e naturale, con la totale perdita di biodiversità.
La popolazione di Gaza vive attualmente in una condizione di assoluta mancanza di tutti i servizi degli ecosistemi, essenziali per la vita. I danni ambientali dureranno decenni con gravissimi effetti locali, che si ripercuotono anche a scala globale; per questo motivo, le crisi politiche e umanitarie non devono essere separate dalle loro conseguenze ambientali. Nell'ambito di questo quadro di devastazione umana e ambientale, una recente tesi di laurea in Scienze Ambientali e Naturali dell'Università degli Studi di Siena, sviluppata da Viola Rizzo con la supervisione della relatrice Prof.ssa Nadia Marchettini e della correlatrice Dott.ssa Michela Marchi ha analizzato uno specifico aspetto dell'impatto ambientale del conflitto: la sua impronta carbonica. Lo studio ha stimato le emissioni di gas serra generate durante il primo anno di guerra nella Striscia di Gaza in Palestina, quantificandole in oltre 43,9 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, pari a circa l'11% delle emissioni annuali dell'Italia nel 2023.
Dopo il 7 ottobre 2023 le operazioni militari israeliane hanno prodotto una devastazione senza precedenti. Secondo l’ufficio stampa del governo di Gaza, citato da Abdelnour e Roy (2025),1 nei primi quindici mesi di conflitto sulla Striscia sarebbero state impiegate oltre 100.000 tonnellate di esplosivi con un potere esplosivo quasi triplo rispetto a quello delle due bombe sganciate nel 1945 a Nagasaki e Hiroshima. Gli attacchi hanno colpito gran parte delle infrastrutture civili: secondo OCHA2, entro il cessate il fuoco di gennaio 2025 risultavano distrutti o danneggiati 436.000 appartamenti, pari al 92% del patrimonio abitativo della Striscia, lasciando senza casa circa 1.875.000 persone. La valutazione congiunta di Banca Mondiale, Unione Europea e ONU3 indica inoltre che, entro il primo anno di conflitto, erano state totalmente o parzialmente distrutte 772 strutture sanitarie, tutte le scuole e numerose infrastrutture energetiche, idriche, igienico-sanitarie, commerciali e municipali.
Nonostante l’ampia e costante diffusione delle guerre e il loro notevole impatto climatico a scala globale, non esiste ancora un protocollo ufficiale completo che permetta di contabilizzare le emissioni dei conflitti. Come evidenziato dal Conflict and Enviroment Observatory4, le emissioni militari continuano ad essere rendicontate in modo incompleto e incoerente.
Tuttavia, nel 2024 è stata pubblicata da de Klerk et al.5 una guida che fornisce indicazioni essenziali per interpretare il fenomeno conflittuale, considerando alcune delle attività che lo caratterizzano e le modalità per calcolarne le relative emissioni di gas serra.
Nel più recente studio di Neimark et al.6 è stato compreso il costo climatico associato principalmente alla ricostruzione degli edifici e delle strade distrutte, alla gestione delle macerie, al carburante utilizzato dai mezzi militari, alla costruzione di infrastrutture belliche e alla produzione di esplosivi. Il costo climatico della guerra non si esaurisce con le operazioni militari, ma prosegue nelle fasi di rimozione delle macerie, gestione dei rifiuti, ricostruzione e ripristino delle infrastrutture. Le emissioni dei primi 15 mesi di guerra superano i 32,2 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, una cifra superiore alle emissioni annuali di 102 paesi e riconducibili per l’83% alle attività di ricostruzione degli edifici distrutti.
Le operazioni di rimozione, deposito e riciclo delle macerie in condizioni di sicurezza risultano particolarmente complesse a causa della presenza di resti umani, ordigni inesplosi, amianto e altre sostanze tossiche. La relazione UNEP del 18 giugno 2024 indica che oltre 800.000 tonnellate di macerie (142,4 kg al metro quadrato) sono contaminate da amianto, mentre Abdelnour e Roy (2025)7 riportano che degli ordigni impiegati fino a gennaio 2025, tra 5.000 e 10.000 tonnellate potrebbero essere rimaste inesplose tra le macerie. Sulla base di tali dati, hanno calcolato la distanza dei viaggi necessari per la rimozione totale delle macerie, stimando che i camion impiegati dovranno percorrere complessivamente 29,5 milioni di km tra andata e ritorno, equivalenti a circa 736,5 volte la circonferenza terrestre.
Neimark et al. (2025), sulla base di un approccio analogo, stimano un valore medio pari a 92.465 tCO2eq per le attività di rimozione e gestione delle macerie.
C’è da considerare che la ricerca in questo campo è stata per ora ampiamente trascurata. Numerose attività belliche che comportano impatti climatici non sono comprese nelle metodologie finora disponibili e perciò gli studi pubblicati forniscono stime ampiamente sottostimate.
Ad esempio, non è ancora stato possibile quantificare l’impatto sulla gestione dei rifiuti. Le 61 milioni di tonnellate di macerie8 che verranno depositate in discariche apposite comportano il rilascio di metano (un potente gas serra). E, considerando che il processo di frantumazione e riciclo dei materiali potrebbe richiedere più di 37 anni secondo le stime di Abdelnour e Roy (2025), è plausibile che il materiale depositato rilasci milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Già nel primo anno di conflitto, la gestione dei rifiuti nella Striscia di Gaza è entrata in una fase di collasso sistemico che ha coinvolto contemporaneamente rifiuti solidi urbani, acque reflue e rifiuti sanitari.
Nel giugno 2024, l’UNEP segnalava il danneggiamento di cinque dei sei impianti di gestione dei rifiuti solidi, mentre nell’ottobre successivo l’UNDP/PAPP registrava oltre 141 siti emergenziali di deposito. Parallelamente, la distruzione delle infrastrutture idriche e fognarie ha compromesso tutti gli impianti di trattamento delle acque reflue, con sversamenti di liquami fino a 99.000 m³ al giorno. Anche la gestione dei rifiuti sanitari è risultata gravemente compromessa: secondo il sistema HeRAMS dell’OMS, oltre l’88% degli ospedali non disponeva di adeguati sistemi di trattamento e stoccaggio. Nel complesso, il conflitto ha trasformato la gestione dei rifiuti in una delle principali fonti di rischio ambientale e sanitario.
I risultati della ricerca svolta all’Università di Siena ci portano a riflettere più a fondo sulla natura del danno ambientale, sia dal punto di vista temporale che geografico. Il costo climatico della guerra non si limita al momento dell'attacco, ma si estende ai processi successivi di rimozione, smaltimento, trattamento e ricostruzione. Geograficamente, le emissioni legate al conflitto non sempre coincidono con il luogo in cui si verificano gli effetti. Nel caso della Striscia di Gaza, le conseguenze ambientali della guerra si concentrano soprattutto sul luogo del conflitto, mentre una parte rilevante delle emissioni è legata ad attività che avvengono anche al di fuori dei suoi confini, principalmente produzione di armamenti e filiere di approvvigionamento.
Le emissioni associate al conflitto sono per lo più indirette e si originano lungo le filiere produttive, energetiche e logistiche distribuite a livello globale. Gaza, in questo senso, non è il principale luogo di emissioni, ma piuttosto il luogo che subisce un carico emissivo prodotto altrove. Tuttavia, è proprio a Gaza che si devono gestire localmente attività ad alta intensità ambientale, come la gestione dei rifiuti e le operazioni di ricostruzione.
Il conflitto non produce solo distruzione locale, ma ridefinisce anche le geografie della responsabilità ambientale, rendendole diffuse, frammentate e spesso invisibili.
Allo stesso tempo, mancano studi che contabilizzino l’impatto della guerra nella Striscia di Gaza legato alla perdita di biodiversità vegetale e animale, alla distruzione delle infrastrutture energetiche, agli incendi e all’interruzione dei processi di transizione ecologica precedentemente avviati. La guerra ha totalmente vanificato gli investimenti ambientali che prima del 7 ottobre 2023 erano stati destinati a ridurre la vulnerabilità ecologica della Striscia. Nel territorio erano in corso interventi di ripristino della falda, potenziamento del trattamento delle acque reflue, miglioramento della gestione dei rifiuti, installazione di 8.748 pannelli fotovoltaici e recupero della zona umida di Wadi Gaza. La distruzione di tali infrastrutture civili, energetiche, idriche e sanitarie non rappresenta quindi soltanto un danno immediato, ma anche l’interruzione violenta di processi di risanamento e mitigazione già in atto.
Occorre inoltre sottolineare che, ad oggi, la destabilizzazione degli equilibri geopolitici e la guerra si sono rapidamente estesi e coinvolgono, in misura particolare, il Libano e l’Iran; gli Stati Uniti, massima potenza militare globale, hanno assunto un ruolo sempre più centrale negli attacchi condotti al fianco di Israele, mentre le controffensive iraniane, libanesi e yemenite hanno colpito Israele e obiettivi militari e strategici localizzati in Bahrain, Cipro, Iraq, Giordania, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Siria, Turchia ed Emirati Arabi Uniti.
In questo quadro, appare sempre più urgente porre al centro del dibattito scientifico anche il costo climatico e ambientale delle guerre, oltre al grave problema umanitario
La crisi climatica, che stiamo vivendo, è ormai riconosciuta come grave dalla comunità scientifica, ma le strategie di mitigazione spesso ignorano il peso delle guerre e della militarizzazione, basandosi sull’ipotesi irrealistica di una transizione ecologica in un contesto di pace stabile. In realtà, i conflitti sono parte rilevante della crisi climatica, incrementando le emissioni su scala globale. Appare poco plausibile che i governi degli Stati belligeranti, attribuiscano rilevanza alle implicazioni ambientali dei conflitti, alla luce della sistematica indifferenza già mostrata nei confronti degli attacchi contro i civili e delle violazioni del diritto internazionale. È fondamentale che le organizzazioni internazionali, impegnate sulle questioni ambientali e umanitarie e la società civile, prendano coscienza che la guerra, a maggior ragione come oggi concepita, rappresenta un’azione distruttiva verso l’uomo e verso il Pianeta e chiedano al mondo politico un cambiamento di rotta.
1 Abdelnour e Roy, (2025), Processing debris from destroyed and damaged buildings in Gaza: carbon emission, time frames, and implications for rebuilding.
2 UN-Office for Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA); 07/05/2025; Reported impact snapshot | Gaza Strip.
3 World Bank, European Union and United Nation; febbraio 2025, Gaza and West Bank interim rapid damage and needs assessment.
4 Conflict and Envirment Observatory (CEOBS); 2022; Estimating the Military’s Global Greenhouse Gas Emissions.
5 De Klerk, Mykola, Onopchuk, (2024). Guidance on the assessment of conflict-related GHG emissions.
6 Neimark et al., (2024, 2025, 2026). War on the Climate: A Multitemporal Study of Greenhouse Gas Emissions of the Israel-Gaza Conflict.
7 Abdelnour e Roy, (2025), Processing debris from destroyed and damaged buildings in Gaza: carbon emission, time frames, and implications for rebuilding.
8 UNEP, 23/09/2025; Environmental damage in Gaza Strip harming human health, threatening long-term food and water security - new UNEP report.
9 Yale Enviroment 360; 2025; As War Halts, the Environmental Devastation in Gaza Runs Deep.
10 World Health Organization; 16/10/2024; Health Resources and Services Availability Monitoring System (HeRAMS) Gaza - snapshot september 2024.
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