Adolescenti e pensieri di morte
Foto The New York Times / Contrasto
La Generazione Z (i nati tra il 1996 e il 2010) viene descritta come una fascia giovanile complessa e contraddittoria: fragile, ma consapevole, ansiosa, ma capace di adattarsi all’incertezza. Dopo la pandemia è aumentata l’attenzione sul loro disagio, che si manifesta con disturbi psichici, ritiro sociale e crescita di pensieri suicidari.
Secondo la sociologa Cristina Pasqualini, però, i giovani non sono solo fragili: mostrano anche risorse importanti, come uno spirito comunitario e la capacità di leggere le difficoltà come problemi collettivi. Questo li porta a condividere valori forti, come la difesa dell’ambiente e della pace, mentre appare in calo il legame con la religione e la pratica della fede.
La precarietà è una condizione costante per questa generazione, soprattutto sul piano lavorativo, ma viene vissuta con maggiore flessibilità rispetto al passato: il lavoro è importante, ma non totalizzante. Un ruolo centrale lo ha la famiglia, spesso vista come sostegno fondamentale, ma che può anche diventare un rifugio eccessivo, soprattutto dopo l’impatto della pandemia.
Un fenomeno preoccupante è anche il ritiro sociale: molti giovani faticano a uscire e a mantenere relazioni esterne, pur esprimendo il bisogno di spazi fisici di incontro tra coetanei, spesso insufficienti o non adeguati.
Il disagio giovanile nasce dunque da fattori esterni, come pandemia, guerre e crisi climatica, che generano ansia verso un futuro percepito come incerto, e da fattori interni, come disturbi psicologici, difficoltà scolastiche, relazioni affettive problematiche e contesti familiari fragili. Anche le amicizie possono essere instabili, favorendo isolamento, devianza o fenomeni come il cyberbullismo.
Il suicidio adolescenziale è difficile da quantificare, ma i dati indicano una diffusione ampia dei pensieri suicidari. Dopo la pandemia sono anche aumentati i comportamenti autolesivi e le richieste di aiuto. Non esiste una causa unica: il suicidio nasce da una combinazione di fattori. Un ruolo importante lo ha la pressione sociale verso successo, prestazione e perfezione, che può generare vergogna e senso di inadeguatezza. Anche eventi “piccoli” per gli adulti, come una delusione o un insuccesso, possono diventare decisivi.
La scuola è indicata come luogo centrale di prevenzione, insieme alla famiglia e ai servizi territoriali. Fondamentali sono l’ascolto, la costruzione di relazioni e la capacità di riconoscere segnali di disagio.
Il tema del suicidio rimane un tabù: parlarne è necessario per prevenire, ma va fatto con attenzione per evitare effetti di emulazione. In generale, emerge la necessità di rafforzare reti educative e spazi di socialità, per ridurre isolamento e favorire il benessere dei giovani.
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