GAZA, FINO AL 75% DEI GIORNALISTI HA PERSO LA CASA: L’INFORMAZIONE SOPRAVVIVE TRA TENDE E MACERIE

29 Giugno 2026 - 02:01
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Il rapporto “Media senza muri” denuncia la distruzione quasi totale dell’infrastruttura giornalistica nella Striscia. Circa 265 operatori dell’informazione sarebbero stati uccisi dall’inizio del conflitto, mentre telefoni cellulari e connessioni intermittenti sono diventati gli ultimi strumenti per raccontare la guerra

Tra il 60 e il 75 per cento dei giornalisti presenti nella Striscia di Gaza avrebbe perso la propria abitazione o sarebbe stato costretto ad abbandonarla dall’inizio del conflitto seguito agli attacchi del 7 ottobre 2023.

È il quadro drammatico descritto dal rapporto “Media without walls”, “Media senza muri”, realizzato dalla Commissione per le libertà del Sindacato dei giornalisti palestinesi.

Non è soltanto la storia di una categoria professionale sottoposta ai pericoli della guerra.

È il racconto del progressivo smantellamento di un intero sistema dell’informazione: redazioni distrutte, studi televisivi inutilizzabili, trasmettitori danneggiati, archivi perduti, giornalisti uccisi o sfollati e collegamenti internet disponibili soltanto per brevi finestre di tempo.

Secondo il rapporto, più dell’80 per cento degli uffici e delle istituzioni mediatiche della Striscia sarebbe stato completamente o parzialmente distrutto.

La conseguenza è un “collasso quasi totale” dell’infrastruttura giornalistica locale.

CIRCA 265 GIORNALISTI UCCISI

Il Sindacato dei giornalisti palestinesi stima che circa 265 giornalisti e operatori dell’informazione siano stati uccisi dall’inizio della guerra.

Il dato viene indicato come uno dei bilanci più pesanti mai registrati per la stampa durante un singolo conflitto.

Le cifre possono differire tra le diverse organizzazioni internazionali, perché ogni organismo applica criteri propri per verificare l’identità professionale delle vittime, le circostanze della morte e il rapporto tra il decesso e l’attività giornalistica.

Al di là delle differenze statistiche, tutte le principali organizzazioni impegnate nella difesa della libertà di stampa concordano sulla natura eccezionale della tragedia.

Gaza è diventata uno dei luoghi più pericolosi al mondo per chi raccoglie immagini, testimonianze e informazioni.

Molti giornalisti sono morti insieme ai propri familiari all’interno delle abitazioni. Altri sono stati colpiti durante il lavoro, nei pressi degli ospedali, lungo le strade, nei campi per sfollati o all’interno di tende utilizzate come redazioni improvvisate.

SENZA CASA E SENZA REDAZIONE

La maggior parte dei giornalisti di Gaza non dispone più di un luogo stabile nel quale vivere e lavorare.

Chi ha perso la casa è stato costretto a spostarsi ripetutamente seguendo gli ordini di evacuazione, l’avanzamento delle operazioni militari o la ricerca di una zona considerata temporaneamente meno pericolosa.

Molti si sono rifugiati con le proprie famiglie all’interno di tende, scuole, ospedali, edifici pubblici e centri di accoglienza.

Lo sfollamento non comporta soltanto la perdita dell’abitazione.

Significa lasciare attrezzature, documenti, computer, telecamere, archivi, hard disk e materiali raccolti durante anni di lavoro.

Ogni trasferimento costringe il giornalista a ricominciare da zero, cercando energia elettrica, una connessione, acqua, cibo e un luogo nel quale proteggere i propri familiari.

La professione viene svolta nelle stesse condizioni di emergenza vissute dal resto della popolazione.

IL TELEFONO COME ULTIMA REDAZIONE

Il rapporto descrive un giornalismo che non viene più prodotto nelle redazioni tradizionali.

Le notizie nascono sulle strade, nei rifugi, davanti agli ospedali o all’interno dei campi per sfollati.

Il telefono cellulare è diventato il principale strumento di produzione.

Con lo smartphone vengono registrate immagini, raccolte testimonianze, montati servizi e inviati materiali alle testate locali e internazionali.

Quando l’elettricità manca, i giornalisti devono cercare batterie, generatori, pannelli solari o qualsiasi fonte capace di mantenere acceso il dispositivo.

Anche la pubblicazione dipende dalla disponibilità intermittente della rete.

Le interruzioni di internet e delle comunicazioni possono durare ore o giorni, impedendo di inviare immagini, verificare informazioni o contattare colleghi e familiari.

Il momento nel quale una notizia viene pubblicata non dipende più soltanto dalla sua urgenza, ma dalla possibilità concreta di raggiungere una connessione.

L’INFORMAZIONE SENZA MURI

Il titolo del rapporto racchiude il senso della trasformazione.

“Media senza muri” non rappresenta una scelta editoriale, ma una condizione imposta dalla distruzione.

Non esistono più pareti a protezione delle redazioni, uffici nei quali riunire i giornalisti o luoghi sicuri nei quali conservare il materiale.

Il lavoro dell’informazione si è trasferito all’aperto, tra tende, marciapiedi e macerie.

Nonostante tutto, i giornalisti continuano a documentare le conseguenze della guerra.

Raccontano gli attacchi, le vittime, gli sfollamenti, la situazione negli ospedali, la ricerca di cibo e acqua e le difficoltà quotidiane della popolazione.

Lo fanno mentre affrontano le stesse privazioni delle persone che intervistano.

Molti hanno perso genitori, figli, coniugi, fratelli, amici e colleghi. Alcuni hanno continuato a lavorare poche ore dopo aver ricevuto la notizia della morte di un familiare.

TESTIMONI QUASI INSOSTITUIBILI

Il ruolo dei giornalisti palestinesi è diventato ancora più importante a causa delle forti limitazioni imposte all’ingresso indipendente della stampa internazionale nella Striscia.

I reporter locali sono rimasti per lunghi periodi gli unici testimoni diretti degli eventi.

Le agenzie, le televisioni e i giornali stranieri hanno dovuto affidarsi alle immagini e ai racconti prodotti da professionisti che vivevano sotto i bombardamenti e all’interno dell’emergenza umanitaria.

Questa dipendenza ha trasformato i giornalisti di Gaza in un collegamento essenziale tra la popolazione e il resto del mondo.

Senza il loro lavoro, numerosi episodi non sarebbero stati documentati.

La loro presenza consente di ricostruire ciò che accade sul territorio, anche se le condizioni estreme, la mancanza di accesso e le difficoltà nelle comunicazioni rendono la verifica delle informazioni particolarmente complessa.

LA DISTRUZIONE DELLE STRUTTURE MEDIATICHE

La perdita di oltre l’80 per cento degli uffici e delle istituzioni mediatiche ha conseguenze destinate a durare oltre la guerra.

Una redazione non è composta soltanto da scrivanie e computer.

Comprende archivi, studi di registrazione, apparecchiature, trasmettitori, sistemi di montaggio, biblioteche, reti professionali e competenze costruite nel corso degli anni.

Quando queste strutture vengono distrutte, scompare una parte della memoria collettiva di un territorio.

Fotografie, filmati, registrazioni e documenti possono andare perduti per sempre.

Anche nell’ipotesi di una cessazione stabile delle ostilità, la ricostruzione del settore mediatico richiederà investimenti, assistenza tecnica, formazione e sostegno internazionale.

LE ACCUSE E LA RICHIESTA DI INDAGINI

Le organizzazioni per la libertà di stampa hanno ripetutamente chiesto indagini indipendenti sulle uccisioni dei giornalisti e sulla distruzione delle infrastrutture mediatiche.

Il Committee to Protect Journalists e la Federazione internazionale dei giornalisti sostengono che il conflitto abbia prodotto una pressione senza precedenti contro la stampa palestinese.

Israele ha più volte affermato di non avere una politica diretta a colpire i giornalisti e di condurre le proprie operazioni contro Hamas e altri gruppi armati.

In alcuni casi, le autorità israeliane hanno accusato singoli operatori dell’informazione di avere legami con organizzazioni militanti.

Testate giornalistiche e associazioni professionali hanno però contestato diverse di queste accuse, chiedendo che eventuali prove vengano rese pubbliche e sottoposte a verifiche indipendenti.

Il principio fondamentale resta quello previsto dal diritto internazionale umanitario: i giornalisti impegnati in aree di conflitto devono essere considerati civili e protetti, a meno che non partecipino direttamente alle ostilità.

GIORNALISTI, MA ANCHE SFOLLATI

Il rapporto mostra come a Gaza sia diventato quasi impossibile separare la vita professionale dalla sopravvivenza personale.

Prima di realizzare un servizio, un giornalista deve trovare cibo per la propria famiglia, procurarsi acqua, ricaricare il telefono e verificare che la zona nella quale si trova non sia sotto attacco.

Il lavoro viene continuamente interrotto da evacuazioni, bombardamenti, lutti e problemi di salute.

Anche la sicurezza psicologica rappresenta un’emergenza.

L’esposizione prolungata alla morte, alle ferite e alla distruzione produce traumi profondi. I giornalisti sono costretti a osservare e registrare eventi che coinvolgono spesso persone conosciute o luoghi legati alla propria vita.

Nonostante questo, molti continuano a lavorare perché ritengono necessario conservare una testimonianza.

IL DIRITTO DEL MONDO A SAPERE

Proteggere i giornalisti di Gaza non significa difendere soltanto una categoria professionale.

Significa tutelare il diritto dell’opinione pubblica internazionale a ricevere informazioni su una guerra che ha trasformato profondamente il territorio e la vita della sua popolazione.

Senza giornalisti indipendenti, le notizie dipendono quasi esclusivamente dalle comunicazioni delle parti coinvolte nel conflitto.

La presenza di testimoni professionali permette invece di raccogliere versioni diverse, verificare eventi e documentare eventuali violazioni.

La libertà di stampa diventa ancora più importante durante una guerra, quando propaganda, disinformazione e censura rischiano di sostituire i fatti.

RICOSTRUIRE ANCHE L’INFORMAZIONE

Il rapporto “Media senza muri” è anche un appello alla comunità internazionale.

Oltre agli aiuti umanitari destinati alla popolazione, sarà necessario sostenere la ricostruzione dell’informazione palestinese.

Serviranno attrezzature, luoghi sicuri, assistenza sanitaria e psicologica, connessioni affidabili e programmi a favore delle famiglie dei giornalisti uccisi.

Sarà inoltre necessario garantire l’accesso indipendente della stampa internazionale e la possibilità per i reporter locali di entrare e uscire dal territorio.

La ricostruzione fisica di Gaza non potrà essere separata da quella della sua memoria.

I giornalisti hanno il compito di conservare quella memoria, registrando i nomi, i luoghi e le storie che altrimenti rischierebbero di scomparire.

Oggi lavorano senza uffici, senza case e spesso senza sicurezza.

Continuano però a raccontare.

Tra una connessione interrotta e una batteria quasi scarica, il loro telefono rimane l’ultima redazione aperta nella Striscia.

Fonti: Palestinian Journalists Syndicate, International Federation of Journalists e Committee to Protect Journalists

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