USA E IRAN FERMANO GLI ATTACCHI E TORNANO AL DIALOGO: MARTEDÌ VERTICE A DOHA SULLO STRETTO DI HORMUZ
Dopo giorni di raid e rappresaglie, Washington e Teheran avrebbero concordato la sospensione delle operazioni militari. Gli Stati Uniti avvertono però l’Iran: nuovi attacchi al traffico marittimo riceveranno una risposta. Bahrain e Kuwait denunciano le incursioni iraniane
Stati Uniti e Iran tentano ancora una volta di fermare una pericolosa escalation militare che, nelle ultime ore, ha coinvolto lo Stretto di Hormuz e diversi Paesi del Golfo.
Secondo quanto riferito da fonti statunitensi, Washington e Teheran avrebbero concordato la sospensione delle reciproche operazioni militari e la ripresa del dialogo diplomatico.
Le delegazioni dei due Paesi dovrebbero incontrarsi martedì a Doha, in Qatar, per discutere la sicurezza dello Stretto di Hormuz, il passaggio delle navi commerciali e il rispetto del fragile cessate il fuoco raggiunto nelle settimane precedenti.
Un alto funzionario americano ha spiegato che le parti hanno deciso di interrompere «tutta l’attività cinetica», termine utilizzato in ambito militare per indicare attacchi, bombardamenti e operazioni armate.
L’intesa rappresenta però soltanto una nuova pausa in una crisi che resta estremamente instabile.
Nelle ultime ore Stati Uniti e Iran si sono accusati reciprocamente di aver violato gli accordi, mentre missili, droni e raid aerei hanno riacceso la tensione in tutta la regione.
WASHINGTON: «RISPONDEREMO A NUOVI ATTACCHI»
L’amministrazione americana ha rivolto un nuovo e netto avvertimento a Teheran.
L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Mike Waltz, ha dichiarato che l’Iran commetterebbe un grave errore se pensasse che il presidente Donald Trump possa restare a guardare mentre vengono attaccate le navi impegnate nel traffico marittimo internazionale.
Washington considera la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz una questione strategica e non intende tollerare ulteriori azioni contro petroliere, portacontainer o cargo commerciali.
Il vicepresidente JD Vance aveva già ribadito la stessa posizione dopo i precedenti attacchi.
Secondo Vance, eventuali divergenze sull’applicazione del cessate il fuoco dovrebbero essere affrontate attraverso i canali diplomatici.
«Alla violenza si risponde con la violenza», aveva però avvertito.
Il messaggio degli Stati Uniti è quindi duplice: disponibilità a negoziare, ma risposta militare immediata in caso di nuovi attacchi.
I RAID AMERICANI CONTRO L’IRAN
La nuova escalation è iniziata dopo gli attacchi contro alcune navi commerciali nello Stretto di Hormuz.
Gli Stati Uniti hanno accusato Teheran di avere utilizzato droni e altri sistemi offensivi contro imbarcazioni civili, violando l’accordo di cessate il fuoco.
Il Comando centrale americano ha quindi colpito strutture militari iraniane situate lungo la costa.
Tra gli obiettivi figuravano depositi di missili e droni, sistemi di comunicazione e sorveglianza, postazioni radar, difese aeree e infrastrutture utilizzate per la posa di mine navali.
Il presidente Trump ha confermato personalmente gli attacchi, accusando l’Iran di non rispettare gli impegni assunti.
Il capo della Casa Bianca ha accompagnato l’annuncio con una minaccia durissima, sostenendo che Washington potrebbe decidere di completare militarmente l’operazione contro la Repubblica islamica qualora le provocazioni continuassero.
Parole che hanno aumentato ulteriormente il rischio di una guerra più vasta.
LA RISPOSTA IRANIANA CONTRO BAHRAIN E KUWAIT
L’Iran ha reagito ai bombardamenti americani lanciando missili e droni contro obiettivi situati in Bahrain e Kuwait, due Paesi che ospitano importanti installazioni militari statunitensi.
Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno rivendicato le operazioni, sostenendo di avere preso di mira basi e infrastrutture collegate alla presenza americana nella regione.
Un funzionario statunitense ha però dichiarato che tutti i droni e i missili dell’ultima ondata sono stati intercettati, abbattuti oppure non hanno raggiunto gli obiettivi stabiliti.
Nessun militare americano sarebbe rimasto ferito e nessuna base statunitense avrebbe riportato danni significativi.
Il Kuwait ha comunicato di avere intercettato due missili balistici, precisando che non sono state registrate vittime o conseguenze materiali.
In Bahrain, invece, un edificio residenziale nel governatorato di Al-Muharraq ha subito danni significativi in seguito a un attacco con drone, senza provocare vittime.
Entrambi i governi hanno condannato duramente le operazioni iraniane.
LA CONDANNA DEI PAESI ARABI
La Lega Araba e il Consiglio di Cooperazione del Golfo hanno accusato Teheran di minacciare la sicurezza e la stabilità regionale.
Il segretario generale della Lega Araba, Ahmed Aboul Gheit, ha attribuito all’Iran la piena responsabilità degli attacchi contro Bahrain e Kuwait, chiedendone la cessazione immediata.
Anche il Consiglio di Cooperazione del Golfo ha parlato di azioni premeditate e ha ribadito il proprio sostegno alle misure adottate dai due Paesi per proteggere popolazione, sovranità e infrastrutture.
Il Bahrain ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e un intervento internazionale per impedire nuove aggressioni.
Secondo il governo di Manama, gli attacchi iraniani non sarebbero episodi isolati, ma parte di una strategia deliberata capace di compromettere ogni tentativo di de-escalation.
Anche il presidente libanese Joseph Aoun ha espresso solidarietà a Bahrain e Kuwait, definendo le operazioni una flagrante violazione della sovranità degli Stati.
LO STRETTO DI HORMUZ AL CENTRO DELLA CRISI
Il vero nodo della nuova crisi resta lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del mondo.
Attraverso queste acque transita una parte rilevante delle esportazioni mondiali di petrolio e gas.
La sicurezza dello stretto ha quindi conseguenze dirette sull’economia globale, sui prezzi dell’energia, sulle assicurazioni navali e sulle catene internazionali di approvvigionamento.
L’Iran sostiene di avere il diritto di controllare il traffico marittimo nell’area e ha imposto rotte e autorizzazioni alle navi intenzionate a transitare.
Gli Stati Uniti ritengono invece che Teheran non possa esercitare un controllo unilaterale su una via d’acqua internazionale.
Le tensioni sono aumentate dopo che diverse navi sono state colpite o costrette a modificare le proprie rotte.
Una portacontainer del gruppo francese CMA CGM è riuscita a lasciare lo stretto, ma altre dieci imbarcazioni della compagnia risultano ancora bloccate nell’area.
Il gruppo ha definito il passaggio un passo importante, sottolineando però che la situazione rimane complessa e richiede la massima vigilanza.
IL PERICOLO DELLE MINE
La possibile presenza di mine navali rappresenta uno degli ostacoli principali al ritorno della navigazione ordinaria.
Secondo le stime riportate dagli operatori del settore, l’Iran avrebbe collocato decine di mine lungo le principali rotte dello stretto.
La loro localizzazione e rimozione potrebbe richiedere settimane o mesi.
Il pericolo è particolarmente grave nel caso di ordigni posizionati sul fondo marino, più difficili da individuare rispetto alle mine galleggianti o a contatto.
Le compagnie di navigazione dispongono attualmente di corridoi molto stretti e limitati, uno vicino alla costa iraniana e un altro in prossimità dell’Oman.
Anche nell’ipotesi di una tregua stabile, il traffico potrebbe quindi restare molto al di sotto dei livelli precedenti alla guerra.
L’accordo tra Stati Uniti e Iran prevede il ritorno graduale al normale volume delle navigazioni, ma la sua attuazione dipenderà dalla bonifica delle acque e dalla garanzia che nessuna nave venga attaccata.
L’INCONTRO DI DOHA
Il vertice di martedì a Doha dovrebbe concentrarsi proprio su questi temi.
Le parti dovranno stabilire regole chiare per la sicurezza delle navi, il controllo delle rotte, la rimozione delle mine e la gestione di eventuali incidenti.
I colloqui tecnici inizialmente previsti in Svizzera erano stati cancellati dopo la ripresa degli attacchi.
La scelta del Qatar come nuova sede segnala la volontà di utilizzare un interlocutore regionale capace di mantenere rapporti sia con Washington sia con Teheran.
La priorità immediata non sembra più essere il dossier nucleare, ma la stabilizzazione dello Stretto di Hormuz.
Una volta ridotta la tensione militare, le delegazioni potrebbero tornare a discutere delle sanzioni, dei beni iraniani congelati e del programma nucleare della Repubblica islamica.
La diplomazia resta però appesa alla capacità delle due parti di evitare nuove provocazioni.
BAGHDAD OFFRE LA PROPRIA MEDIAZIONE
Anche l’Iraq si è offerto di ospitare colloqui tra Iran e Paesi del Golfo.
Il ministro degli Esteri iracheno Fuad Hussein ha proposto Baghdad come sede di un confronto regionale destinato a costruire un nuovo meccanismo di sicurezza.
Il ministro iraniano Abbas Araghchi ha accolto favorevolmente l’iniziativa.
Teheran sostiene che il futuro della sicurezza del Golfo debba essere deciso esclusivamente dai Paesi della regione, senza l’interferenza di potenze esterne.
La posizione iraniana si scontra però con la presenza militare statunitense e con le preoccupazioni di Bahrain, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.
Questi Paesi considerano l’alleanza con Washington una garanzia fondamentale contro le capacità militari iraniane.
UNA TREGUA SOSPESA A UN FILO
L’accordo per fermare gli attacchi offre una nuova possibilità alla diplomazia, ma non elimina le cause profonde della crisi.
Stati Uniti e Iran continuano ad accusarsi reciprocamente di avere violato il cessate il fuoco.
Teheran considera i raid americani un’aggressione alla propria sovranità.
Washington sostiene invece di avere agito per difendere il traffico commerciale e rispondere ad attacchi iraniani contro le navi.
Nel mezzo ci sono i Paesi del Golfo, le compagnie di navigazione e milioni di cittadini esposti alle conseguenze di una possibile escalation.
Ogni nuovo drone, missile o incidente marittimo potrebbe cancellare l’intesa raggiunta e riportare la regione verso la guerra aperta.
LA DIPLOMAZIA COME ULTIMA POSSIBILITÀ
Il vertice di Doha rappresenta quindi una tappa decisiva.
Le due parti dovranno dimostrare di essere realmente disposte a trasformare la sospensione delle operazioni militari in un meccanismo stabile.
Non basteranno dichiarazioni generiche.
Serviranno regole operative, comunicazioni dirette, garanzie per le navi e un sistema capace di impedire che un singolo incidente scateni una nuova serie di rappresaglie.
Gli Stati Uniti hanno chiarito che risponderanno a ulteriori attacchi contro il traffico marittimo.
L’Iran ha promesso una reazione ancora più dura in caso di nuovi bombardamenti americani.
Tra queste due minacce si trova un fragile spazio diplomatico.
Martedì, a Doha, Washington e Teheran dovranno decidere se utilizzarlo per costruire la pace o lasciare che lo Stretto di Hormuz torni a essere il punto di partenza di un conflitto ancora più vasto.
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