Alghe al centro della terra: come il turismo sta cambiando il volto delle grotte

Interstizi e cavità che si snodano nella nuda roccia. Quel segreto ben custodito dalla terra prende vita nel romanzo di Jules Verne (“Viaggio al centro della terra”, 1864). Dove flussi d’acqua ghiacciata e lava incandescente si riversano, intrecciandosi, per immergersi tra le crepe di una realtà nascosta. E con gli stessi giochi d’ombra di un mondo sconosciuto, quegli strani anfratti fanno oggi da sfondo a scenari al limite del reale. E le diatomee, una volta ancora, ne raccontano una parte.
Alghe nel buio di una grotta? Strano, sì, ma non impossibile. Si tratta della “lampenflora”. Quel termine coniato da Klaus Dobat (1963), per indicare la flora composta da organismi sviluppatisi grazie al solo ausilio della luce artificiale. Lampade posizionate strategicamente, capaci di illuminare intere pareti con il solo aiuto di un piccolo faretto. Cascate di roccia rimaste nel buio per secoli, ora portate a giorno, o quasi. Secondo l’Associazione Grotte Turistiche Italiane, le grotte italiane ospitano 1,5 milioni di visitatori ogni anno. Il turismo ha cambiato per sempre la faccia degli ambienti rocciosi ipogei, portando alla formazione di un ecosistema impossibile da immaginare. Una realtà tutt’altro che innocua, responsabile di variazioni tra le più impattanti negli ecosistemi sotterranei. Perché con lo spegnersi del sole non si ferma la vita, ma prende forme diverse che dobbiamo imparare a gestire.
Nel 2021 il gruppo di studiosi guidato da Elena Piano dell’Università di Torino ha condotto uno studio sull’estensione di questo fenomeno nelle grotte del nord-ovest dell’Italia (pubblicato su Journal for Nature Conservation). Quest’analisi ha rilevato l’esistenza di interi micro-ecosistemi, composti da diatomee, alghe verdi e cianobatteri. Organismi sparsi fino a decine di metri dall’ingresso della grotta. Trasportati dagli indumenti dei visitatori, ma soprattutto dalle acque di percolazione nella roccia o sotto forma di strutture quiescenti, dal vento che si incanala tra le fenditure nelle viscere di una montagna (International Journal of Speleology). Le diatomee, in questo contesto, hanno rappresentato uno dei tasselli più costanti dell’intera comunità. In più del 90% dei punti analizzati si sono riscontrate diatomee a diverse profondità, posizioni e distanze dalla sorgente luminosa. Bello, forse, ma non del tutto. Sebbene le colonie colorate possano giovare agli occhi per qualche secondo, i risvolti da esse portati fanno riflettere a lungo sui potenziali rischi.
Già sottolineato in precedenza e ripreso nel 2021, queste formazioni rappresentano una delle forme più impattanti di alterazione dell’ambiente sotterraneo. Dalla deposizione di calcite dovuta all’attività fotosintetica, allo bio-corrosione di rocce in stasi da millenni. Dall’apporto inconsueto di materia organica, all’alterazione delle dinamiche trofiche stabili da anni. Questa nuova comunità si rende capace di portare variazioni in un contesto dapprima isolato, alterando in modo sostanziale i processi ecologici esistenti al loro interno. Cosa fare, quindi? Spegniamo la luce, suggeriscono gli studiosi (su Journal for Nature Conservation nel 2021). Potrebbe non bastare (come indicato qualche anno più tardi su Geoheritage) ma anche essere un primo passo nella gestione di questi ambienti. La modulazione nell’accensione delle sorgenti luminose, nonché la scelta accurata delle luci utilizzate può aiutare a contenere e limitare la copertura algale, preservando ecosistemi delicati da troppo tempo soggetti a flussi invasivi.
Le diatomee questa volta si fanno tasselli di storie nascoste, quasi impercettibili. Si inseriscono in un mondo che ci chiede di tornare a essere immaginato. Perché la suggestione fanciullesca di scoprire civiltà perdute, si scontra con le necessità più complesse di garantire gli equilibri di quegli ambienti delicati. Ed è nel buio che tornano, forse, ad acquistare la loro più grande bellezza. Facendo da sfondo a nuove storie ombreggiate da misteriose ambientazioni. Con dinamiche perdute tra fitte trame labirintiche, capaci di sancire i crismi d’una storia degna dei migliori romanzieri. Ambientata in luoghi che necessitano di cure particolari. Gli stessi luoghi che non chiedono di essere osservati per concedere, sulle stesse orme del passato, mondi nuovi nati dalla penna degli autori di domani.
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