Alliata: «L’Innominato nella Proposta pastorale, dalla crisi di coscienza al coraggio di cambiare vita»

30 Giugno 2026 - 12:39
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Alliata: «L’Innominato nella Proposta pastorale, dalla crisi di coscienza al coraggio di cambiare vita»
La notte dell'Innominato in una stampa d'epocaLa notte dell'Innominato in una stampa d'epoca

I Promessi Sposi e la figura, forse, più inquietante tra i suoi protagonisti: l’Innominato. Quell’uomo che, dopo tante scelleratezze, è attraversato dal dubbio e dal dolore e soffre per la gioia di un popolo festante che accoglie il suo Pastore, il cardinale Federico Borromeo. Una metafora del dramma umano di sempre e del nostro tempo. Forse anche per questo monsignor Delpini, attuale successore del “cardinal Federigo”, ha voluto intitolare la sua Proposta pastorale per il 2026\2027 con una frase tratta dal capolavoro manzoniano. A dirlo è don Paolo Alliata, sacerdote ambrosiano, scrittore, rettore del prestigioso Istituto Montini, che ha dedicato diversi studi al rapporto tra letteratura e fede.

Perché l’Arcivescovo, nel preludio alla sua Proposta, parte da questa pagina manzoniana?   
Penso senz’altro perché in quel passo Manzoni porta in scena un uomo che si sente stanco, anziano, con l’orizzonte della morte che si avvicina. Tutto questo mette l’Innominato in crisi e fa nascere in lui la domanda su cosa rimanga della sua vita dopo tanta prepotenza e tanta violenza. In questo nostro Occidente orientato al tramonto spesso ci sentiamo anche noi un poco così. Dall’altra parte, poi, c’è l’immagine di questo popolo che, allegramente, cammina unito nella stessa direzione, accompagnato dalla gioia e dallo scampanio festoso. Manzoni insiste sulla contrapposizione, molto evidente, tra la solitudine dell’uomo di potere che domina dall’alto e il brulichio festoso di uomini, donne e bambini che vanno incontro a qualche cosa. Ma a cosa, si chiede l’Innominato. La curiosità mi sembra una chiave di lettura della Proposta: una curiosità suscitata, nel grigiore del mondo, dalla colorata festa della gente che si muove a celebrare un incontro.

Don Paolo Alliata

L’Innominato è un simbolo?
Può esserlo dei tanti mali che attraversano la nostra società e soprattutto di tante tante lacerazioni dell’anima. La letteratura è sempre uno specchio dei temi dell’avventura umana. Quando un grande scrittore o una grande scrittrice ci fanno percorrere i sentieri della profondità dell’animo, ci ritroviamo subito in quelle pagine, anche a distanza di secoli, perché il cuore umano è quello di sempre nelle sue domande fondamentali, nella sua fame e sete di vita. Quindi, in una vicenda come quella dell’Innominato e nei capitoli XXI-XXIII del romanzo, ritroviamo le nostre abitudini, le domande sul futuro, sul senso della vita, su che cosa accade dopo la morte. Ma la grande letteratura è anche un trampolino di lancio perché costringe a chiederci chi siamo e chi vogliamo diventare. Le pagine manzoniane risvegliano in noi la consapevolezza che nella vita si può cambiare, ma solo a patto di avere coraggio.

Insomma il coraggio fa la differenza: quello che don Abbondio non ha, non comprendendo infatti la conversione dell’Innominato…
Diversamente da quello che dice don Abbondio, il coraggio è necessario darselo ed è necessario cercarlo in noi e trovarlo. L’Innominato è un uomo molto coraggioso perché a sessant’anni accetta di guardarsi con occhi diversi, accogliendo uno sguardo diverso su di sé. Questo è un uomo che accetta di diventare vivo e che, quindi, vuole risvegliare in noi il desiderio di lasciare spazio alla vita e non agli orientamenti di morte sempre accucciati alla nostra porta.

Attraverso le parole del Manzoni potremmo dire che c’è un’altra protagonista che lega la narrazione dell’Innominato e la scelta dell’Arcivescovo di citarla: la Chiesa ambrosiana, con la sua storia millenaria e la sua profezia, luogo per quella «radicale trasformazione interiore» che, proprio utilizzando queste stesse pagine, il cardinale Martini ebbe a sottolineare…
Certamente, ieri come oggi la nostra Chiesa ha dato prova di coraggio. Abbiamo bisogno di Pastori coraggiosi, innamorati del loro ministero. Nelle pagine di Manzoni il cardinal Federico è un uomo di Dio radicato nell’ascolto della parola, a sua volta coraggioso perché va incontro all’Innominato non con un giudizio preventivo, ma con uno sguardo di simpatia. Questo è un aspetto del coraggio evangelico che non rinchiude mai l’altro, né una cultura, né un contesto sociale, né una dimensione politica, dentro un giudizio spietatamente preventivo o preventivamente spietato, assumendo, al contrario, un atteggiamento capace di chiamare le cose per nome, di riconoscere il male, ma anche la possibilità di cambiare in chi lo ha compiuto.

 

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