Altro che Project Freedom, il groviglio dello Stretto di Hormuz è sempre più complicato da districare

Districarsi nel labirinto di annunci e proclami provenienti dalla White House, capire dove sia il vero e dove invece si nasconda il bluff diventa sempre più difficile, e il rimescolamento quotidiano delle posizioni del camaleontico presidente a stelle e strisce rimangono davvero incomprensibili ai più. Per restare agli ultimi sviluppi, confermati anche dal Pentagono, sarebbero già pronti ad intervenire nello Stretto di Hormuz mille velivoli e quindicimila soldati: questo sarebbe il supporto militare che gli Usa fornirebbero all’operazione Project Freedom, annunciata dal presidente Trump, con l’obiettivo “di natura difensiva” di “contribuire al transito delle navi bloccate nello Stretto di Hormuz”.
Senza indugi, Teheran ha subito fatto sapere che qualsiasi interferenza nell’importantissima via marittima verrà considerata una violazione del cessate il fuoco, quindi, si ritornerebbe daccapo. La naturale conseguenza di questo tira e molla è quella di far crescere le tensioni; secondo Trump, invece, sul lato diplomatico suoi delegati “stanno conducendo colloqui molto positivi” con l'Iran e “tali colloqui potrebbero portare a qualcosa di molto positivo per tutti”.
Questo sta accadendo mentre Teheran sta valutando il piano di pace articolato in 14 punti dalla Casa Bianca; il piano medesimo si concentra maggiormente sulla fine del conflitto e rimanda a uno scenario post-bellico tutta una serie di questioni ancora irrisolti tra le due delegazioni. La mediazione diplomatica del Pakistan, alla fine, si regge ancora e continua step by step a dare qualche lusinghiero risultato.
Sul fronte interno, quello dei Paesi del Golfo Persico, non si devono trascurare i segnali che arrivano dai media mediorientali i quali sostengono che non tutti gli attacchi avvenuti recentemente contro gli Stati del Golfo Persico siano stati effettuati dall'Iran, sollevando preoccupazioni sul fatto che alcuni episodi possano originare dal desiderio di tentare di coinvolgere le nazioni arabe in un conflitto ben più ampio dell’attuale.
Importanti testate giornalistiche, infatti, hanno messo discussione la possibile fonte di alcuni incidenti con droni e missili – che hanno preso di mira infrastrutture energetiche e siti civili in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e altri membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo –, affermando che potrebbero non essere state causate dall'Iran, sebbene lo stesso governo degli Ayatollah ne abbia rivendicato la responsabilità. Questa riflessione, dunque, farebbe sottintendere che la guerra in corso potrebbe rappresentare una "trappola americano-israeliana" progettata per coinvolgere gli Stati del Golfo in una guerra diretta contro l'Iran.
Come abbiamo visto, tutti i governi dei Paesi del Golfo hanno giustamente condannato queste azioni militari in quanto palesi violazioni della sovranità, con l'Arabia Saudita che ha convocato l'ambasciatore iraniano rilasciando anche dichiarazioni forti sul diritto di difendere il proprio territorio.
Molte sono state le autorità iraniane che hanno accusato Israele di aver orchestrato diversi attacchi con missili e droni diretti a colpire centrali energetiche nell’area del Golfo, incluso uno mirato a distruggere il complesso Ras Tanura di Saudi Aramco, e questo com’è facile intuire avrebbe provocato l'ira araba e la conseguente espansione del conflitto; tuttavia, va sottolineato il fatto che queste affermazioni restano non provate anche se appaiono altamente probabili.
Gli Stati del Golfo sono stati messi di fronte all’ineluttabilità delle scelte compiute, e adesso ne dovranno affrontare le conseguenze: l'ospitare strutture militari statunitensi li rende bersagli nella rappresaglia iraniana, mentre la riserva in un coinvolgimento diretto preserva ancora il possibile ruolo di flessibilità diplomatica. La solidarietà tra i Paesi membri del Gcc (Consiglio di cooperazione del Golfo) si è rafforzata, come dimostra l’evidenza delle chiusure coordinate degli spazi aerei e nelle dichiarazioni congiunte per la de-escalation. L’interdizione delle rotte di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz minaccia i mercati energetici globali, con i prezzi che aumentano a causa del timore di una prolungata instabilità: le economie dei Paesi del Golfo, dipendenti da esportazioni stabili di idrocarburi e turismo, rischiano danni pesantissimi. E siamo ancora “soltanto” al secondo mese di guerra.
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