Anche la Corte dei conti boccia l'inchiesta milanese sull'urbanistica
Nuova batosta giudiziaria per la maxi indagine sull’urbanistica condotta dalla procura di Milano. Dopo la bocciatura da parte del tribunale di Milano nel primo processo penale arrivato a giudizio, quello su Torre Milano (tutti e otto gli imputati sono stati assolti dalle accuse di lottizzazione abusiva e abuso edilizio), anche la Corte dei conti della Lombardia ha respinto l’impianto accusatorio dei pm. I giudici hanno infatti assolto tre funzionari dell’urbanistica del comune di Milano, Carla Barone, Francesco Rosata e Maurizio De Luca, dall’accusa di danno erariale sugli oneri di urbanizzazione nella pratica edilizia delle “Park Towers” di via Crescenzago, costruzione al centro anche di un procedimento penale. Si tratta di due edifici da 81 e 59 metri realizzati da Bluestone di fronte al Parco Lambro. I giudici contabili hanno rigettato la domanda della procura regionale, escludendo la sussistenza della colpa grave nei confronti dei dirigenti coinvolti, chiamati a rispondere per una presunta errata qualificazione dell’intervento edilizio, considerato “ristrutturazione” e non “nuova costruzione”, con conseguente minor introito per le casse pubbliche. La procura regionale aveva contestato ai tre dipendenti comunali un danno erariale inizialmente quantificato in oltre 321 mila euro, poi ridotto a circa 138 mila euro. E’ il primo processo contabile ad arrivare a sentenza.
Nelle motivazioni la Corte osserva che, alla luce della nuova disciplina sulla responsabilità amministrativa introdotta a gennaio (la cosiddetta “legge Foti”, cioè la n. 1 del 2026), non sono ravvisabili profili di colpa grave nella condotta dei funzionari. La riforma ha infatti chiarito il concetto di “colpa grave”, tra le altre cose stabilendo che questa non sussiste quando si è di fronte alla “violazione o l’omissione determinata dal riferimento a indirizzi giurisprudenziali prevalenti o a pareri delle autorità competenti”. In questo senso, i giudici definiscono “illuminante” la memoria – anticipata su queste pagine lo scorso febbraio – depositata dallo stesso comune di Milano in uno dei processi penali nati dalle iniziative della procura (quello su Torre Milano).
Nella memoria il comune spiega infatti in dettaglio come siano sempre state rispettate le norme nazionali, regionali e comunali che dal 2013 regolano la rigenerazione urbana, ed elenca le numerose sentenze della giustizia amministrativa, penale e contabile che in questi anni hanno avallato i provvedimenti comunali.
Nel caso in questione, cioè di edifici realizzati con una Scia alternativa al permesso di costruire, la Corte sottolinea che “il comune di Milano ha adottato una prassi applicativa consistente nel subordinare, nei casi più complessi, l’efficacia della Scia alla previa presentazione e approvazione di un atto unilaterale d’obbligo, segnatamente quando l’intervento comporti l’assunzione di obblighi connessi al rispetto degli standard urbanistici”. Una modalità operativa che trova fondamento, oltre che nella legge nazionale, anche nella legge regionale n. 12/2005, nonché nella disciplina comunale (Pgt e regolamento edilizio).
“Il caso di specie – affermano di conseguenza i giudici contabili – è stato evidentemente ricondotto alle coordinate sopra tratteggiate, non certo irrazionali o manifestamente contra legem, e trattato conseguentemente sulla base delle prassi e delle direttive amministrative”.
Pur sottolineando come in Italia ci sia stata negli anni “una non lieve stratificazione normativa”, che ha generato “difficoltà interpretative” in materia urbanistica, in conclusione la Corte stabilisce che i dirigenti comunali milanesi non hanno fatto altro che applicare una normativa avallata per vent’anni dalla giustizia amministrativa, prima che la procura di Milano avviasse la sua maxi indagine.
L’interpretazione innovativa delle norme urbanistiche da parte dei pm (bocciata finora sia in sede penale sia in quella contabile) ha portato all’apertura di decine di inchieste per presunti illeciti urbanistici, col risultato che circa 150 cantieri sono bloccati e centinaia di famiglie si ritrovano a non poter prendere possesso delle abitazioni da loro acquistate. “La politica e l’amministrazione festeggiano la decisione dei giudici contabili che esclude la colpa grave, ma per le famiglie che hanno investito i risparmi di una vita l’incubo purtroppo continua”, ha dichiarato Filippo Borsellino, portavoce del Comitato delle famiglie sospese, che riunisce coloro che hanno comprato casa e che sono rimasti bloccati dalle inchieste.
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