AUSTRALIA, L’ALLARME DEI VERTICI DELLA DIFESA: «L’AUTUNNO STRATEGICO SI STA FACENDO PIÙ PROFONDO»

30 Giugno 2026 - 12:58
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Droni nascosti nei container, attacchi informatici, satelliti neutralizzati e missili a lungo raggio: al convegno dell’Australian Strategic Policy Institute, comandanti militari ed esperti hanno evidenziato le vulnerabilità del Paese. L’ambasciatore ucraino invita Canberra a studiare la guerra combattuta da Kiev e a sviluppare rapidamente capacità autonome e produzione nazionale

di Redazione

L’Australia deve prepararsi a un ambiente strategico più pericoloso, nel quale un eventuale conflitto non comincerebbe necessariamente con l’arrivo di navi o aerei nemici, ma con attacchi informatici, interruzioni delle comunicazioni satellitari, sabotaggi delle infrastrutture e operazioni condotte attraverso droni economici e difficili da individuare.

È il messaggio emerso dall’ASPI Defence Conference 2026, organizzata il 25 giugno a Canberra dall’Australian Strategic Policy Institute con il titolo Securing the Region for Uncertainty. Al confronto hanno partecipato esponenti del governo, vertici delle forze armate, diplomatici, studiosi ed esperti di sicurezza. Il dibattito si è concentrato sulla capacità dell’Australia di trasformare le proprie strategie in una preparazione militare realmente credibile. (ASPI)

Il capo della Royal Australian Air Force, Air Marshal Stephen Chappell, ha utilizzato una metafora particolarmente efficace per descrivere il deterioramento della sicurezza nell’Indo-Pacifico.

«Considero la situazione strategica nella regione come l’autunno, e l’autunno si sta facendo più profondo», ha dichiarato. «Il nostro compito è fare in modo che non arrivi l’inverno».

Il riferimento richiama la celebre espressione winter is coming, diventata popolare attraverso la serie Game of Thrones, ma il significato attribuito da Chappell è strettamente strategico: riconoscere i segnali di un possibile deterioramento prima che una crisi si trasformi in guerra.

Le sue parole non indicano che un conflitto sia inevitabile o imminente. Esprimono, tuttavia, la convinzione che il periodo nel quale l’Australia poteva considerarsi protetta dalla distanza geografica sia ormai concluso. Le nuove tecnologie, la crescente potenza missilistica nella regione e la competizione tra Stati Uniti e Cina hanno ridotto il valore difensivo degli oceani che circondano il continente.

SUSAN COYLE: «ILLUSORIO PENSARE CHE TUTTO FUNZIONERÀ»

Un avvertimento altrettanto diretto è arrivato dal tenente generale Susan Coyle, attualmente Chief of Joint Capabilities e destinata a diventare, nel luglio 2026, la prima donna alla guida dell’Esercito australiano. Il governo ha ufficializzato la sua nomina insieme a quella del viceammiraglio Mark Hammond, scelto come prossimo Chief of the Defence Force. (Defence Ministers)

Secondo Coyle, sarebbe «illusorio» pensare che le Forze di difesa australiane possano affrontare una guerra moderna confidando nel funzionamento perfetto di tutti i sistemi disponibili.

Un eventuale avversario cercherebbe fin dalle prime ore di degradare l’intelligence, la sorveglianza e la capacità di ricognizione. Potrebbe interrompere o disturbare le comunicazioni satellitari, compromettere i sistemi di posizionamento e navigazione e manipolare i dati necessari a indirizzare le armi verso gli obiettivi.

L’Australian Defence Force deve quindi prepararsi a operare anche quando una parte della propria rete tecnologica non è più disponibile o non può essere considerata completamente affidabile.

L’interrogativo non riguarda soltanto la possibilità di lanciare un missile, ma la capacità di stabilire se il sistema abbia ricevuto coordinate corrette, se il bersaglio sia stato identificato con precisione e se le informazioni non siano state alterate attraverso un’operazione informatica.

Coyle ha osservato che la natura fondamentale della guerra non è cambiata: rimane uno scontro violento nel quale uomini e donne devono essere presenti sul terreno. È però cambiata radicalmente la tecnologia attraverso la quale vengono individuati gli obiettivi, impartiti gli ordini e coordinati gli attacchi.

La futura comandante dell’Esercito ritiene che le forze armate australiane saranno quasi irriconoscibili entro cinque anni. Una simile trasformazione richiederà nuovi sistemi, ma soprattutto un diverso modo di addestrare il personale e organizzare le operazioni.

IL RISCHIO DI RIMANERE «CIECHI E SORDI»

Uno degli scenari discussi riguarda un attacco contro i satelliti e le infrastrutture digitali utilizzate dall’Australia.

Le forze armate moderne dipendono dalle comunicazioni satellitari per localizzare unità, guidare mezzi, condividere informazioni e coordinare operazioni tra esercito, aviazione e marina. I segnali GPS vengono utilizzati anche per numerose attività civili, dal trasporto marittimo ai servizi finanziari.

Un avversario potrebbe tentare di disturbare questi collegamenti attraverso operazioni elettroniche o informatiche, oppure colpire direttamente le infrastrutture spaziali.

L’effetto sarebbe quello di lasciare le forze australiane temporaneamente incapaci di comprendere ciò che accade sul campo di battaglia, di trasmettere ordini in modo sicuro e di impiegare con precisione alcune armi.

L’espressione utilizzata dagli analisti è particolarmente immediata: l’Australia potrebbe diventare «sorda, muta e cieca» nella fase iniziale di una crisi.

La minaccia non si limita al settore militare. Attacchi contro reti elettriche, telecomunicazioni, porti, aeroporti e sistemi finanziari potrebbero cercare di paralizzare la risposta del governo, creare panico tra la popolazione e rallentare la mobilitazione delle forze armate.

Per questo la preparazione nazionale non può essere affidata esclusivamente al Dipartimento della Difesa. Richiede il coinvolgimento delle imprese energetiche, degli operatori delle telecomunicazioni, dei porti, dei governi statali e delle autorità incaricate della protezione delle infrastrutture critiche.

LA DEBOLEZZA DELLA DIFESA AEREA E MISSILISTICA

Lavina Lee, direttrice del programma di politica estera e difesa dello United States Studies Centre, ha richiamato l’attenzione sull’assenza di un sistema australiano pienamente integrato di difesa aerea e missilistica.

Secondo l’esperta, la limitata disponibilità di sistemi terrestri capaci di intercettare missili rappresenta una vulnerabilità concreta.

L’Australia sta investendo in armi a lunga gittata per dissuadere un potenziale avversario, ma la credibilità di questa strategia dipende anche dalla capacità di proteggere basi, aeroporti, depositi di munizioni, navi e centri di comando.

«Se non siamo in grado di proteggere le nostre forze, come possiamo parlare di attacchi a lungo raggio?», ha chiesto Lee durante il confronto.

Dal punto di vista di un pianificatore militare cinese, la mancanza di una difesa sufficientemente visibile potrebbe alimentare il dubbio che l’Australia sia realmente in grado di negare una proiezione di potenza proveniente dai suoi accessi settentrionali o dal Mar Cinese Meridionale. (events.aspi.org.au)

La riflessione non equivale ad affermare che la Cina abbia deciso di attaccare il territorio australiano. Riguarda il principio della deterrenza: un avversario deve essere convinto che qualunque aggressione avrebbe scarse possibilità di successo e costi superiori ai possibili vantaggi.

Una capacità militare può essere tecnologicamente avanzata, ma non produrre deterrenza se non è protetta, distribuita sul territorio e pronta a essere impiegata.

I SOTTOMARINI A PROPULSIONE NUCLEARE

Il viceammiraglio Mark Hammond ha indicato nei futuri sottomarini a propulsione nucleare uno degli strumenti principali della strategia australiana di negazione.

Hammond, attuale capo della Marina e prossimo comandante delle Forze di difesa, ha ricordato che un sottomarino nucleare è estremamente difficile da individuare e richiede all’avversario risorse molto elevate per essere contrastato.

Per un Paese insulare come l’Australia, circondato da immense distanze oceaniche, la capacità di operare sott’acqua per lunghi periodi può limitare la libertà di movimento delle flotte ostili e obbligarle a investire nella protezione delle proprie unità.

I sottomarini previsti attraverso l’accordo AUKUS saranno armati convenzionalmente e non trasporteranno armi nucleari. La propulsione nucleare consentirà però maggiore autonomia, velocità e permanenza nelle aree operative rispetto alle unità convenzionali. Il governo australiano considera il programma uno degli investimenti più rilevanti nella storia della difesa nazionale. (Defence Ministers)

Il progetto continua a essere oggetto di discussione per i costi, i tempi di consegna e la dipendenza dalla cooperazione con Stati Uniti e Regno Unito. Per i vertici militari, tuttavia, la capacità sottomarina rimane essenziale per rendere più rischiosa qualsiasi operazione ostile negli accessi marittimi australiani.

LA LEZIONE DELL’UCRAINA

Un contributo particolarmente rilevante è arrivato dall’ambasciatore ucraino in Australia, Vasyl Myroshnychenko, che ha invitato Canberra a studiare attentamente l’esperienza maturata dal suo Paese dopo l’invasione russa del febbraio 2022.

L’Ucraina aveva forze numericamente inferiori rispetto a quelle russe, ma è riuscita a rallentare e in alcuni settori respingere un esercito più grande attraverso la mobilitazione nazionale, il sostegno internazionale, l’innovazione tecnologica e l’impiego massiccio di sistemi senza pilota.

Secondo Myroshnychenko, la principale lezione riguarda la rapidità con cui devono essere sviluppate e modificate le tecnologie.

Un sistema efficace oggi può diventare vulnerabile dopo pochi mesi, quando l’avversario individua un metodo per disturbare le frequenze, intercettare i segnali o neutralizzare l’arma.

Il ciclo tra campo di battaglia, ricerca, produzione e nuovo impiego deve quindi essere estremamente breve. I militari devono comunicare rapidamente le proprie esigenze agli ingegneri, mentre le aziende devono essere capaci di modificare e produrre sistemi senza attendere i tempi tradizionali dei grandi programmi di approvvigionamento.

Per l’Australia, che dispone di una popolazione e di forze armate relativamente ridotte rispetto a una possibile grande potenza avversaria, la guerra asimmetrica potrebbe diventare una componente essenziale della difesa.

Non si tratterebbe di replicare numericamente carri armati, navi o missili nemici, ma di sviluppare strumenti meno costosi capaci di danneggiare sistemi molto più costosi.

DRONI, INTELLIGENZA ARTIFICIALE E PRODUZIONE RAPIDA

L’Ucraina ha trasformato piccoli droni commerciali in strumenti per la sorveglianza e l’attacco. Ha inoltre sviluppato sistemi navali senza equipaggio, utilizzati contro unità e infrastrutture russe nel Mar Nero.

Secondo l’ambasciatore, Kiev ha costruito anche propri missili e piattaforme di gestione del campo di battaglia, integrando immagini provenienti da droni, satelliti e fonti d’intelligence.

Questa fusione dei dati avrebbe ridotto notevolmente il tempo necessario per prendere decisioni operative e tattiche.

Myroshnychenko ha spiegato che alcuni sistemi ucraini impiegano modelli di intelligenza artificiale addestrati con informazioni raccolte sul campo, permettendo ai droni di continuare ad avvicinarsi al bersaglio anche quando il segnale viene disturbato.

L’obiettivo è ridurre la dipendenza dal collegamento costante con un operatore umano. In un ambiente caratterizzato da una intensa guerra elettronica, un drone controllato esclusivamente attraverso un segnale radio può essere neutralizzato interrompendo la comunicazione.

L’autonomia consente invece al sistema di riconoscere una zona o un obiettivo e completare una parte della missione anche quando il contatto viene perduto.

Queste tecnologie sollevano importanti interrogativi etici e giuridici, soprattutto quando l’intelligenza artificiale partecipa al processo di selezione degli obiettivi. Dal punto di vista militare, tuttavia, stanno diventando una componente sempre più importante dei conflitti contemporanei.

LA MINACCIA DEI CONTAINER

Tra gli scenari indicati dall’ambasciatore ucraino figura la possibilità che droni vengano nascosti all’interno di normali container commerciali, trasportati fino ai porti australiani e attivati dopo il loro ingresso nel Paese.

Un’operazione di questo tipo permetterebbe al responsabile di negare inizialmente il proprio coinvolgimento e colpire infrastrutture elettriche, depositi, sistemi di comunicazione o aree portuali senza dover attraversare le difese militari tradizionali.

La minaccia mostra come il confine tra sicurezza esterna e interna sia diventato meno definito.

L’Australia riceve ogni anno milioni di container. Controllarli tutti fisicamente sarebbe impossibile e bloccherebbe il commercio. Servono pertanto sistemi capaci di valutare il rischio, individuare anomalie, sorvegliare le aree sensibili e neutralizzare rapidamente eventuali dispositivi.

La difesa dai droni non può essere affidata soltanto a missili costosi. Occorrono radar, sensori acustici, strumenti per disturbare le comunicazioni, armi a energia diretta e procedure che permettano di intervenire senza mettere in pericolo la popolazione.

Il problema riguarda anche eventi pubblici, aeroporti, centrali elettriche, edifici governativi e basi militari.

UNA GUERRA CHE CAMBIA OGNI TRE MESI

L’esperienza ucraina mostra che l’innovazione militare non segue più soltanto cicli di dieci o vent’anni.

Sul fronte, una nuova tecnologia può produrre risultati per alcune settimane o alcuni mesi. Successivamente l’avversario modifica le proprie difese, cambia frequenze, sviluppa contromisure e obbliga a riprogettare il sistema.

Questo ritmo contrasta con i tradizionali processi australiani di acquisizione, nei quali possono trascorrere anni tra l’individuazione di una necessità, la gara, la selezione del fornitore e la consegna.

L’accelerazione non significa rinunciare ai controlli finanziari, tecnici o di sicurezza. Impone però di distinguere tra i grandi programmi strategici, come sottomarini e navi, e le tecnologie che devono essere aggiornate continuamente.

Droni, software, sensori e strumenti di guerra elettronica richiedono una collaborazione molto più stretta tra militari, università, imprese e aziende tecnologiche.

Myroshnychenko ha sostenuto che qualunque sistema costruito per le guerre future dovrà essere valutato alla luce delle lezioni ucraine.

IL DOCUMENTO STRATEGICO DEL GOVERNO

Gli avvertimenti espressi durante la conferenza arrivano mentre il governo Albanese sta ampliando significativamente gli investimenti nella difesa.

La National Defence Strategy 2026 definisce l’ambiente internazionale australiano pericoloso e imprevedibile e conferma la strategia di negazione come elemento centrale della pianificazione militare.

Il relativo Integrated Investment Program assegna 425 miliardi di dollari australiani nel decennio alle capacità della forza integrata. Il governo ha annunciato 53 miliardi aggiuntivi nel periodo decennale e l’obiettivo di portare la spesa per la difesa al 3 per cento del prodotto interno lordo entro il 2033, secondo il criterio di calcolo Nato. (Defence Ministers)

Tra le priorità figurano:

  • l’aumento della capacità di guerra sottomarina;
  • l’espansione degli strumenti di attacco a lunga distanza;
  • l’accelerazione della difesa aerea e missilistica integrata;
  • una maggiore diffusione di sistemi autonomi nei domini terrestre, marittimo e aereo;
  • l’introduzione di sistemi contro i droni;
  • comunicazioni satellitari più sicure e resilienti;
  • il rafforzamento dell’industria nazionale della difesa.

Il documento riconosce esplicitamente la necessità di applicare gli insegnamenti provenienti dall’Ucraina e dai conflitti in Medio Oriente. Il governo punta inoltre a una maggiore autosufficienza, pur mantenendo le alleanze con Stati Uniti, Regno Unito e partner regionali. (Defence Ministers)

IL PROBLEMA NON È SOLTANTO QUANTO SPENDERE

L’aumento delle risorse non garantisce automaticamente che le nuove capacità vengano consegnate nei tempi necessari.

Una delle principali difficoltà australiane riguarda la velocità con cui i programmi passano dalla decisione politica all’impiego operativo. Ritardi, aumento dei costi, carenza di personale qualificato e dipendenza dai fornitori stranieri possono ridurre il valore degli investimenti.

Una difesa credibile richiede anche munizioni sufficienti, manutenzione, carburante, depositi protetti, piste operative e una rete di comunicazioni capace di funzionare sotto attacco.

Un sistema d’arma sofisticato può diventare inutile se mancano i ricambi, se il deposito viene colpito o se il personale non dispone delle informazioni necessarie per impiegarlo.

La questione centrale è quindi la capacità di sostenere una guerra prolungata, non soltanto di rispondere alle prime ore di una crisi.

Il governo sta cercando di rafforzare la produzione nazionale di armi guidate e munizioni e di creare nuove collaborazioni industriali. La National Defence Strategy insiste sulla resilienza delle catene di approvvigionamento e sulla necessità che l’Australia possa continuare a operare anche quando le forniture internazionali vengono interrotte.

IL RAPPORTO CON LA CINA

Gli interventi della conferenza hanno fatto riferimento soprattutto alla crescita della capacità militare cinese e all’eventualità di una crisi intorno a Taiwan.

La Cina dispone di missili a lunga gittata, forze navali in rapida espansione, capacità spaziali e strumenti avanzati di guerra informatica ed elettronica. La sua crescente presenza nel Pacifico viene osservata con particolare attenzione da Canberra.

Questo non significa che una guerra tra Australia e Cina sia considerata inevitabile.

I due Paesi mantengono importanti rapporti economici e diplomatici e la Cina rimane uno dei principali partner commerciali australiani. La strategia dichiarata da Canberra consiste nel rafforzare la deterrenza affinché un conflitto non si verifichi.

Il rischio, secondo gli esperti, aumenta quando un potenziale aggressore ritiene che l’avversario non abbia la capacità o la volontà di rispondere.

Da questa prospettiva, migliorare le difese australiane non dovrebbe essere interpretato come una preparazione alla guerra per cercarla, ma come uno strumento per ridurre la possibilità che qualcuno consideri conveniente iniziarla.

L’UCRAINA COME AVVERTIMENTO PER L’INDO-PACIFICO

L’ambasciatore Myroshnychenko ha collegato direttamente il futuro della sicurezza indo-pacifica all’esito della guerra in Ucraina.

Secondo il diplomatico, l’occupazione della Crimea nel 2014 e la risposta internazionale inizialmente limitata avrebbero convinto Mosca che una nuova operazione militare potesse essere condotta con costi accettabili.

Una sconfitta russa dimostrerebbe invece che l’aggressione territoriale comporta conseguenze militari, politiche ed economiche molto elevate.

Per Myroshnychenko, questo rappresenterebbe una forma di deterrenza anche nei confronti di altre potenze nucleari che potrebbero valutare l’impiego della forza contro un vicino.

La sua posizione riflette naturalmente gli interessi del governo ucraino e non costituisce una valutazione neutrale. Il collegamento tra il teatro europeo e quello indo-pacifico è però condiviso da numerosi governi occidentali, secondo i quali il rispetto della sovranità territoriale in una regione influenza le aspettative strategiche nelle altre.

PREPARARSI SENZA ALIMENTARE IL PANICO

Gli avvertimenti emersi a Canberra non devono essere trasformati nell’annuncio di una guerra imminente.

Il loro significato è più complesso: l’Australia deve ridurre le proprie vulnerabilità prima che una crisi ne dimostri drammaticamente l’importanza.

La preparazione riguarda le forze armate, ma anche la società civile. Una popolazione informata, infrastrutture resilienti, sistemi sanitari efficienti e catene di approvvigionamento sicure possono limitare l’effetto di un attacco o di una grave interruzione regionale.

Anche la comunicazione pubblica è decisiva. Esagerare il pericolo può alimentare paura e ostilità verso comunità australiane di origine asiatica. Minimizzarlo può invece impedire al Paese di compiere per tempo gli investimenti necessari.

La sfida consiste nel costruire una difesa credibile senza considerare la guerra inevitabile e senza ridurre ogni relazione con la Cina a uno scontro militare.

La metafora dell’autunno utilizzata da Stephen Chappell riassume questa fase. Le condizioni si stanno deteriorando, ma l’inverno non è ancora arrivato.

Il compito delle istituzioni australiane è impedire che arrivi, rafforzando la deterrenza, la diplomazia, le alleanze e la capacità nazionale di resistere alle pressioni.

Fonti  Defence Conference 2026; Australian Department of Defence; National Defence Strategy 2026; dichiarazioni dell’ambasciatore ucraino Vasyl Myroshnychenko.

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