Ben-Gvir e il Paese delle ciabatte

09 Giugno 2026 - 18:56
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Ben-Gvir e il Paese delle ciabatte

Finito sotto inchiesta per le torture ai pacifisti della Global Sumud Flotilla, il ministro israeliano Ben-Gvir risponde sprezzante paragonando l’italico stivale a una ciabatta. Le immagini che lo incriminano sono state realizzate dai soldati di Tel Aviv, non c’è trucco, non c’è inganno. Il fascicolo d’indagine, aperto a piazzale Clodio già da alcune settimane, riguarda la detenzione illegale dei marinai di pace, rapiti in acque internazionali e deportati in container fino al porto di Ashdod. Imprigionati, insultati, malmenati, scherniti mentre si trovavano a terra, inginocchiati e con le mani legate dietro la schiena. Le ipotesi di reato al vaglio dei magistrati della procura di Roma sono pesantissime: tortura e sequestro di persona. 

Alla notizia dell’indagine italiana, il ministro della sicurezza ha risposto con un post insultante su X subito ripreso dai media israeliani. “Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte. Israele non è un sacco da boxe per un branco di bugiardi sostenitori del terrorismo che fabbricano calunnie e menzogne contro i nostri combattenti”. Combattenti che per inciso continuano a bombardare un altro paese come il Libano, dopo avere fatto della Striscia di Gaza un deserto di macerie, e lasciando mano libera ai coloni armati in Cisgiordania. Antonio Tajani, titolare della Farnesina ha usato toni netti e insolitamente duri per stigmatizzare l’uscita del collega israeliano: “Sono parole inaccettabili che rispediamo al mittente, non sono degne di un ministro. L’Italia è un Paese amico di Israele che ha sempre difeso la libertà e la democrazia e respingiamo al mittente qualsiasi offesa o tentativo di denigrare”. Ancora più chiaro il vicepremier sui suoi profili social: “Le parole di Ben Gvir dimostrano il livello politico e morale di questo signore”.

Il botta e risposta fra Israele e Italia arriva mentre, detenuti da due settimane a Bengasi, undici pacifisti della Flotilla di terra sono da giorni in sciopero della fame. Una forma estrema di protesta contro l’inumano trattamento ricevuto da parte delle milizie del generale Khalifa Haftar, che controlla la Libia orientale. E che, in chiave antimigranti, ha istituito dei centri di detenzione attorno ai quali si aggirano, come avvoltoi, i trafficanti di esseri umani. “Lì non esistono diritti umani”, ricorda in proposito Maria Elena Delia, portavoce della Sumud Italia. Alla pressante richiesta di un immediato accesso di osservatori medici indipendenti, di rappresentanti consolari internazionali, e di un rilascio di tutti i volontari umanitari, a rispondere è un sostanziale silenzio che fa più paura ogni giorno che passa. 

Decine di attivisti di tredici paesi di cinque continenti, tra i quali Canada, Spagna, Italia, Stati Uniti e Sud Africa, hanno deciso di iniziare uno sciopero della fame in segno di solidarietà, chiedendo che i governi intervengano e garantiscano l’immediato rilascio di questi difensori dei diritti umani. Non si contano le proteste davanti alle ambasciate libiche. Eppure quasi nulla si muove, le autorità italiane ed europee, che pure finanziano generosamente la guardia costiera libica perché impedisca le partenze dei migranti verso la Fortezza Europa, giustificano la loro inerzia con le difficoltà nel trattare con il generale Haftar, che in Cirenaica fa quello che vuole ed è per giunta ai ferri corti con il governo libico ufficiale di Tripoli. “Stiamo facendo tutto il possibile”, assicura Tajani. Ma le vergognose violenze subite dalla Flotilla di mare, e ora da quella di terra, dimostrano una volta di più che i governi dell’Occidente considerano gli attivisti umanitari né più né meno che un impiccio. Meno se ne parla meglio è. Perché portare aiuti a una popolazione martoriata, che sopravvive in tende infestate dai topi, con poco o niente da mangiare e da bere, e con un’assistenza medica ridotta all’osso a causa del blocco dei valichi di accesso alla Striscia, accende una luce su un autentico buco nero. Angelo Bonelli dei Verdi, Arturo Scotto del Pd, e Enrica Alifano del Movimento Cinque Stelle chiedono a Giorgia Meloni di passare ai fatti. “Tra le altre cose - attacca Scotto - l’Italia dovrebbe unirsi ai 19 paesi Ue che chiedono la sospensione degli accordi con Israele”. Bonelli dice al governo italiano di “costituirsi parte civile contro i torturatori di Tel Aviv e dare sostegno alla giustizia”.

“Essere definiti paese delle ciabatte e non sollevare alcun incidente diplomatico è vergognoso”, tira le somme Alifano. Ancor più vergognoso è il trattamento inumano riservato agli attivisti della Flotilla, di mare e di terra.

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