Big Tech, l'UE studia una nuova tassa e cerca di evitare lo scontro con Trump
Apple, Google, Meta e le altre Big Tech statunitensi potrebbero essere chiamate a versare più soldi nelle casse dell'Unione europea. La Commissione sta cercando nuove entrate per finanziare il bilancio comunitario e deve tenere conto delle minacce di Donald Trump, che ha già parlato di possibili ritorsioni commerciali contro i Paesi che tassano i servizi digitali.
Il Financial Times ha raccolto le testimonianze di sei funzionari europei informati sulle discussioni. A Bruxelles si starebbe pensando a una tassa estesa alle grandi aziende di qualsiasi settore, che finirebbe quindi per coinvolgere anche i colossi americani della tecnologia. Una strada che potrebbe creare meno problemi nei rapporti con Washington, visto che il prelievo verrebbe applicato anche alle multinazionali che operano in altri mercati.
Per farlo si potrebbe rimettere mano al Corporate Resource for Europe (CORE), un contributo annuale già proposto dalla Commissione per le imprese con un fatturato superiore a 100 milioni di euro. Gli importi previsti cambiano in base alle dimensioni dell'azienda, ma per gruppi che fatturano decine o centinaia di miliardi si parla di somme relativamente modeste. Tra le modifiche in discussione ci sarebbero una soglia di fatturato più alta, che escluderebbe molte imprese di medie dimensioni, e contributi maggiori per le multinazionali più grandi.
L'attuale formulazione del CORE ha incontrato l'opposizione di numerosi governi, preoccupati soprattutto per le conseguenze sulle imprese europee di medie dimensioni. Queste ultime rischierebbero di sostenere un costo aggiuntivo rispetto ai concorrenti stranieri, motivo per cui escluderle dal pagamento potrebbe aiutare a superare alcune delle resistenze emerse durante le trattative. Sulle nuove soglie, comunque, non sarebbe stata ancora presa alcuna decisione.
La misura fa parte di un pacchetto di cinque nuove fonti di finanziamento che, nelle intenzioni della Commissione, dovrebbero portare circa 60 miliardi di euro all'anno nelle casse dell'Unione a partire dal 2028. Risorse destinate al prossimo bilancio pluriennale, mentre diversi Stati membri hanno già margini di spesa limitati e faticano a trovare ulteriori fondi da destinare alle priorità comuni.
La prudenza nei confronti degli Stati Uniti nasce dalle posizioni assunte da Donald Trump sulle imposte digitali, più volte definite discriminatorie nei confronti delle società americane. Italia, Francia, Spagna e Austria applicano già tasse nazionali sui servizi digitali e sono state oggetto di indagini commerciali statunitensi avviate attraverso la Section 301, una procedura che può sfociare nell'introduzione di nuovi dazi.
Nel 2021, sotto il coordinamento dell'OCSE, era stata raggiunta un'intesa per consentire ai Paesi di tassare una quota maggiore dei profitti delle multinazionali nei mercati in cui realizzano le vendite. Il percorso si è però arenato, soprattutto dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, e Bruxelles si trova ora a dover cercare un'alternativa alla tassa digitale europea che aveva precedentemente sospeso proprio per favorire quella soluzione internazionale.
Riprendere il vecchio progetto incontrerebbe probabilmente l'opposizione di diversi Stati membri, poco disposti a rischiare nuove tensioni commerciali con Washington. L'ipotesi di modificare il CORE nasce anche da queste difficoltà, sebbene resti da capire quali aziende verrebbero effettivamente coinvolte e quanto dovrebbero versare. Per modificare il CORE servirà comunque il via libera di tutti e 27 gli Stati membri, e trovare un'intesa potrebbe non essere semplice, viste le perplessità già espresse da diversi governi. La Commissione ha preferito non commentare quanto riportato dal Financial Times, confermando però di voler chiudere le trattative sulle nuove fonti di finanziamento entro la fine dell'anno.
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