Bioarchitettura: innovare la tradizione, progettare il futuro

Si è svolta presso l’Hotel Sporting di Rimini la Convention INBAR ETS 2026, appuntamento nazionale dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura, organizzato in occasione del 35° anniversario dalla costituzione dell’Istituto.
L’incontro ha rappresentato un momento di confronto tra soci, professionisti, studiosi, rappresentanti del mondo della certificazione, del restauro e della sostenibilità, chiamati a riflettere sul tema guida dell’anno 2026: “Bioarchitettura: Innovare la Tradizione, Progettare il Futuro”.
La Convention non ha avuto soltanto un valore celebrativo, ma ha costituito un’occasione di approfondimento sul ruolo attuale della bioarchitettura come disciplina capace di affrontare, con strumenti integrati, le trasformazioni ambientali, climatiche, energetiche e sociali in corso. Al centro dei lavori è emerso il rapporto tra progetto, responsabilità ecologica, paesaggio, risorse naturali, qualità dell’abitare, rigenerazione dei territori e processi di certificazione.
In questa prospettiva, la bioarchitettura si conferma come un ambito di ricerca e applicazione progettuale che non può essere limitato alla sola scelta dei materiali o alla prestazione energetica dell’edificio, ma deve essere inteso come approccio sistemico, capace di mettere in relazione architettura, ambiente, salute, comunità e trasformazioni del territorio.
Tra gli interventi principali si sono svolte le relazioni dell’Arch. Giorgio Origlia, con la presentazione “Visione Olistica e Bioarchitettura”, e dell’Arch. Massimiliano Pardi, con la relazione “La progettazione olistica come risposta climatica: Bioarchitettura, paesaggio e responsabilità del progetto”.
La relazione dedicata alla progettazione olistica ha proposto una lettura del progetto come processo complesso, nel quale edificio, paesaggio, energia, acqua, materiali, memoria dei luoghi e comunità devono essere considerati parti di un unico sistema. In tale visione, l’architettura non si limita alla definizione di spazi costruiti, ma diventa strumento di interpretazione dei contesti, di riduzione degli impatti ambientali e di adattamento ai cambiamenti climatici.
A supporto della riflessione teorica sono stati presentati tre casi progettuali: un intervento sull’isola di Lipari e due proposte riferite a Portoferraio, all’Isola d’Elba. I progetti sono stati illustrati come esempi di applicazione concreta di un approccio integrato alla bioarchitettura, con particolare attenzione alla rigenerazione urbana, alla transizione energetica, all’adattamento climatico e alla valorizzazione delle risorse locali.
Lipari: rigenerazione urbana e recupero della cava di pomice
Il progetto relativo a Lipari ha affrontato il tema della rigenerazione urbana e paesaggistica dell’area della cava di pomice, luogo fortemente identitario per la storia produttiva, geologica e culturale dell’isola.
La proposta si fonda sul recupero delle volumetrie esistenti e sulla riconversione del patrimonio industriale dismesso in un centro talassoterapico e termale, evitando nuovo consumo di suolo e assumendo la cava non come area da cancellare, ma come paesaggio produttivo da reinterpretare.
Il principio guida è quello dell’economia circolare applicata al costruito: tramogge, pontili, strutture tecniche e manufatti esistenti vengono rifunzionalizzati come infrastrutture di supporto per talassoterapia, termalismo, produzione energetica e servizi. Il riuso dell’esistente consente di ridurre gli scarti di costruzione e demolizione, valorizzare la memoria industriale del sito e impostare un progetto orientato alla reversibilità e alla disassemblabilità dei materiali.
Particolare attenzione è stata posta alla tutela ecosistemica e al mimetismo paesaggistico. I nuovi volumi sono concepiti come elementi compatti, leggeri e reversibili, ispirati alle forme dell’architettura eoliana tradizionale, con soluzioni integrate nel paesaggio della pomice e sistemi impiantistici interrati o non visibili. L’obiettivo è evitare artificializzazioni incongrue e mantenere l’integrità percettiva del luogo costiero.
Il progetto integra inoltre una strategia di approvvigionamento energetico rinnovabile, basata sulla combinazione di sole, mare e geotermia: fotovoltaico integrato, pompe galleggianti per lo sfruttamento del moto ondoso, turbine ad asse verticale inserite tra i pontili e sistemi geotermici a circuito chiuso interrato. Questo mix consente di immaginare un complesso a elevata autonomia energetica, con impatto visivo ridotto e forte coerenza con il contesto insulare.
Accanto al tema energetico, la proposta affronta anche l’indipendenza idrica, attraverso sistemi di dissalazione, reti duali, recupero delle acque meteoriche e gestione intelligente dello stoccaggio. In questo modo il progetto riduce la vulnerabilità dell’approvvigionamento locale e rafforza la resilienza del sito rispetto alle condizioni climatiche estreme.
Il caso di Lipari evidenzia quindi come la bioarchitettura possa intervenire sui paesaggi produttivi dismessi non attraverso operazioni di sostituzione o cancellazione, ma mediante strategie di trasformazione consapevole, in cui memoria industriale, risorse naturali, innovazione tecnologica e tutela del paesaggio diventano parti di un unico processo progettuale.
Portoferraio: idrotermia marina e autonomia energetica del centro storico
Il primo progetto dedicato a Portoferraio ha affrontato il tema dell’idrotermia marina come possibile strategia per la transizione energetica del centro storico, attraverso l’utilizzo dell’acqua di mare come sorgente termica per sistemi a pompa di calore.
Il mare, grazie alla sua inerzia termica, rappresenta una risorsa rinnovabile e stabile, particolarmente adatta ai contesti costieri e insulari. Attraverso stazioni di prelievo, scambiatori, reti di distribuzione e sistemi di teleclimatizzazione, l’energia termica marina può essere impiegata per il riscaldamento, il raffrescamento e la produzione di acqua calda sanitaria.
Nel caso di Portoferraio, la proposta assume particolare rilevanza perché interessa un centro storico caratterizzato da vincoli architettonici, paesaggistici e morfologici. Per questo il progetto si fonda sul principio dell’energia invisibile: l’innovazione tecnologica viene integrata nel sottosuolo e nelle infrastrutture esistenti, riducendo l’impatto visivo degli impianti e contribuendo alla riqualificazione percettiva del tessuto urbano.
La rete idrotermica viene concepita come sistema di sottoservizi integrati, capace di accogliere anche canalizzazioni elettriche, dati e altre reti tecnologiche. Questa impostazione consente di razionalizzare gli scavi, migliorare la manutenzione e ridurre gli interventi futuri sullo spazio pubblico.
Un ulteriore elemento qualificante riguarda il possibile riuso delle antiche cisterne cittadine come serbatoi di accumulo termico, secondo un principio di economia circolare applicato alle infrastrutture storiche. Il progetto si collega così ai Criteri Ambientali Minimi, con riferimento a riuso dell’esistente, riduzione degli scarti, manutenibilità, reversibilità e inserimento paesaggistico.
Le elaborazioni progettuali indicano un potenziale risparmio di circa 2.844 MWh annui e una riduzione stimata di circa 794 tonnellate di CO₂ all’anno, contribuendo agli obiettivi dell’Agenda 2030 in materia di energia pulita, città sostenibili, innovazione infrastrutturale e lotta al cambiamento climatico.
L’idrotermia marina viene quindi proposta non solo come soluzione impiantistica, ma come componente del progetto urbano e paesaggistico, capace di mettere in relazione centro storico, mare, sottosuolo e transizione ecologica.
Portoferraio Città Spugna: adattamento climatico e infrastrutture blu-verdi
Il secondo progetto riferito a Portoferraio ha riguardato il tema della Città Spugna, già presentato lo scorso ottobre al Teatro dei Vigilanti nell’ambito di un’iniziativa promossa insieme a INBAR ETS e Legambiente Arcipelago Toscano. La proposta nasce dalla necessità di ripensare la città alla luce degli eventi meteorologici estremi e degli effetti del cambiamento climatico, che nel corso del 2025 hanno interessato più volte il territorio elbano.
Il modello della Città Spugna propone di superare la logica tradizionale dello smaltimento rapido delle acque meteoriche, fondata prevalentemente su superfici impermeabili, condotte e canalizzazioni, per passare a un sistema urbano capace di assorbire, rallentare, filtrare, accumulare e riutilizzare l’acqua piovana.
In questa prospettiva, strade, piazze, marciapiedi, aree verdi e spazi residuali non sono più elementi separati, ma diventano parti di una rete ambientale diffusa. Pavimentazioni drenanti, aiuole depresse, rain garden, fossi vegetati, alberature, superfici permeabili, sistemi di raccolta e recupero delle acque, insieme al possibile riuso delle cisterne storiche, possono contribuire a ridurre il deflusso superficiale, mitigare gli allagamenti, migliorare il microclima urbano e incrementare la biodiversità.
La proposta per Portoferraio assume particolare interesse perché interviene su un contesto urbano complesso, nel quale la gestione dell’acqua non può essere separata dalla forma della città, dalla qualità dello spazio pubblico e dalla tutela del patrimonio storico. L’acqua non viene quindi considerata soltanto come fattore di rischio, ma come risorsa da integrare nel progetto urbano.
La Città Spugna diventa così un modello di adattamento climatico fondato su soluzioni basate sulla natura e su infrastrutture blu-verdi. Un approccio che permette di coniugare sicurezza idraulica, rigenerazione paesaggistica, comfort urbano, educazione ambientale e qualità della vita.
Attraverso questa visione, Portoferraio viene reinterpretata come un organismo urbano capace di reagire ai cambiamenti climatici, trasformando le criticità in occasioni di innovazione progettuale, ambientale e sociale.
Una platea qualificata per un confronto interdisciplinare
La platea della Convention era particolarmente qualificata. Oltre ai soci nazionali e all’intero staff del Consiglio Direttivo dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura, guidato dalla Presidente Arch. Anna Carulli, erano presenti numerosi ospiti e rappresentanti del mondo accademico, istituzionale, tecnico e professionale.
Sono intervenuti il Prof. Roberto Castelluccio, Professore Associato presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”; il Dott. Sergio Saporetti, funzionario tecnico del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica; il Dott. Fabrizio Capaccioli, Presidente di Green Building Council Italia e AD di ASACERT | SB; il Dott. Alberto Rui, Presidente di Confrestauro; il Dott. Cesare Auberti, Head of Sales Certification | ASACERT SB; e la Dott.ssa Cristina Norcia, Referente Tecnico Figure Professionali | ASACERT SB.
La presenza di competenze diverse ha confermato la natura interdisciplinare della bioarchitettura, sempre più orientata a mettere in relazione ricerca, progetto, certificazione, tutela del patrimonio, innovazione tecnologica e responsabilità ambientale.
Bioarchitettura come cultura della responsabilità
La Convention INBAR ETS 2026 ha confermato il ruolo della bioarchitettura come campo di ricerca e di azione concreta, capace di unire tradizione e innovazione, tutela e trasformazione, memoria dei luoghi e progetto del futuro.
Dai lavori è emersa una visione chiara: progettare oggi significa assumere una responsabilità più ampia rispetto al passato. Significa considerare l’edificio non come elemento isolato, ma come parte di un sistema ambientale, energetico, idrico, sociale e paesaggistico.
In questa direzione, le esperienze progettuali presentate su Lipari e Portoferraio indicano una possibile traiettoria: utilizzare la bioarchitettura come strumento per rigenerare territori fragili, valorizzare risorse locali, ridurre gli impatti ambientali e costruire nuove forme di resilienza.
La sfida non è soltanto tecnica, ma culturale. Innovare la tradizione significa riconoscere il valore dei luoghi, delle loro memorie e delle loro risorse, traducendolo in progetti capaci di rispondere alle esigenze del presente e alle incertezze del futuro.
Arch. Massimiliano Pardi
Presidente Commissione “Qualità e Certificazione del Progetto e Processo Edilizio”
INBAR ETS – Istituto Nazionale di Bioarchitettura
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