Carcere, un mondo sempre più chiuso e sempre più fragile


«Servono risposte adesso perché la situazione è insostenibile». A dirlo è Valeria Verdolini, presidente di Antigone Lombardia, che nei giorni scorsi ha presentato a Milano il XXII Rapporto nazionale sulle condizioni di detenzione. Occorrono interventi urgenti e basterebbe un numero – 116 morti nelle carceri dall’inizio dell’anno – per capire che non c’è più tempo da perdere.
Il Rapporto quest’anno si intitola «Tutto chiuso». Perché?
Le varie circolari, sia quelle che hanno complicato l’ingresso ai volontari, sia quelle che hanno insistito sulla media sicurezza, di fatto hanno prodotto un cambiamento di paradigma nella modalità di vita, ben chiaro e in senso molto restrittivo.
Quindi non solo celle chiuse, ma anche il territorio…
Esatto. Intanto le celle chiuse che sono sempre più “chiuse”. E poi il punto vero è anche quello del cambiamento rispetto al territorio e l’aumento delle persone in isolamento. Se vuole un numero, le posso dire che sono 38.528 le persone a custodia chiusa e solo 24 mila quelle a trattamento intensificato.
Nel Rapporto affrontate tantissimi problemi: sovraffollamento, suicidi, salute mentale, lavoro e formazione, recidiva… Se dovesse sottolinearne uno, più urgente o più grave, quale segnalerebbe?
Tra tutti i problemi che ci sono, direi che quello principale è la fragilità delle persone ristrette, che si declina in varie forme: c’è una fragilità rispetto alla condizione giuridica, ai giovani adulti, alla sofferenza psichica, alla tossicodipendenza e alle differenti vulnerabilità. Tutto questo conferma che siamo di fronte a un carcere più fragile.
Ed è innegabile che certe categorie di persone non dovrebbero neppure entrare in carcere…
Infatti. L’aumento dei tossicodipendenti, per esempio, ci parla anche del fallimento della presa in carico territoriale rispetto a questo problema, perché il 41,2% delle persone ha problemi di dipendenza.
Rispetto alle carceri lombarde c’è qualche aspetto in particolare che segnalerebbe?
La Lombardia è problematica, perché è la regione più “detenuta” d’Italia, con circa un sesto dei detenuti presenti sul totale nazionale: dei 64 mila in Italia, 9.500 sono in Lombardia. Avendo 18 istituti ci sono tutte le circuitazioni possibili e alcuni hanno particolari vulnerabilità. L’istituto di Pavia, con l’articolazione di salute mentale, ha una significativa presenza di detenuti psichiatrici e tossicodipendenti con gravi vulnerabilità; l’istituto di Cremona ha una forte presenza di stranieri con un basso numero di attività previste e ha importanti problematicità; l’istituto di Varese ha avuto una rivolta l’anno passato; Canton Mombello è uno degli altri istituti sovraffollati, oltre a San Vittore, che è un unicum anche nello scenario nazionale. E poi l’anno scorso ci sono state anche molte segnalazioni da parte del carcere di Opera, tornato a rappresentare quel tipo di chiusura di cui parlavamo prima.
Come già accennava, in questi anni leggi e decreti hanno aggravato e peggiorato la situazione, per cui risulta che la politica sembra agire solo nella direzione securitaria…
Non è questo il sistema per creare sicurezza sul territorio. Un carcere produce sicurezza nella misura in cui riesce ad assolvere al dettato normativo della Costituzione, se non rieduca non è un carcere. Bisogna anche tener conto che siamo in una fase di particolare espansione della penalità, perché oltre ai nostri 64.757 detenuti abbiamo anche ormai quasi 100 mila persone in misura alternativa (10 anni fa erano 40 mila) e circa 120 mila liberi sospesi.
Un altro problema è sicuramente quello del numero sempre ridotto di personale (educatori, poliziotti, sanitari) a fronte di un continuo aumento della popolazione carceraria…
In parte c’è un problema, perché “tutto chiuso” significa anche maggiore vigilanza e maggiori controlli. Poi c’è un problema di come il sovraffollamento non incida in maniera proporzionale sul numero degli operatori, che quindi sono in una fase di criticità e di fatica quotidiana, perché si trovano a gestire e monitorare molte più persone rispetto al previsto.
Si parla tanto anche di un “sistema” che non funziona. Lo stesso Arcivescovo di Milano parla di «sistema fallimentareۜ». Cosa si può fare? Da dove partire?
Non dal carcere, ma dalle politiche sociali, che sono la prima ragione di carcerazione delle persone con la loro fragilità, le difficoltà quotidiane che si trovano ad affrontare. Poi c’è un lavoro culturale e politico per provare a mettere in discussione questa idea di sicurezza che non fa bene a nessuno.
Molti appelli negli ultimi mesi e anni sono rimasti inascoltati proprio dalla politica. Per questo avete organizzato il 14 luglio una mobilitazione nelle carceri…
Il senso della mobilitazione è quello di suscitare quell’attenzione che oggi il carcere non ha rispetto alla drammaticità della vita detentiva. Vogliamo provare a mettere in discussione non solo il paradigma, ma soprattutto l’urgenza attuale delle condizioni. Servono risposte adesso perché la situazione è insostenibile.
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