Carlo Cottarelli ha una soluzione per eliminare le promesse irrealizzabili dei politici

16 Luglio 2026 - 06:20
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Carlo Cottarelli ha una soluzione per eliminare le promesse irrealizzabili dei politici

In questa sciagurata era del populismo, la classe politica è abilissima nel descrivere i problemi e scarsissima nel risolverli. E quando propone una soluzione, spesso costa più del previsto o produce risultati lontani da quelli annunciati. Dal Superbonus a quota 100, passando per il reddito di cittadinanza, misure diverse sono diventate il simbolo dello stesso vizio: annunciare prima e fare i conti dopo. Ogni promessa è debito pubblico. Negli ultimi tempi, alcuni politici non provano neppure a nascondere questo vizio. Durante il programma “In Onda” su La7, Roberto Vannacci ha detto, attingendo alla sua solita retorica logicamente illogica: «Io faccio il politico, non il ragioniere. Do l’indirizzo politico».

L’economista Carlo Cottarelli ha una soluzione per interrompere questo malcostume. L’ex senatore del Partito democratico, eletto nell’ottobre 2022 e dimessosi il 31 maggio 2023,  promuove insieme alla Fondazione Luigi Einaudi la campagna “Quanto mi costa?”, nata per riportare in Parlamento il suo disegno di legge sulla trasparenza dei programmi elettorali. La proposta obbligherebbe i principali partiti a quantificare il costo delle misure, indicare le coperture o l’eventuale ricorso al deficit e presentare le conseguenze sui conti pubblici per i cinque anni della legislatura. Le stime sarebbero poi valutate dall’Ufficio parlamentare di bilancio. Le promesse politiche possono rimanere ambiziose, ma chi le formula dovrebbe rispondere alla domanda: quanto si paga? «Se il disegno di legge che ho presentato anni fa, nei pochi mesi trascorsi al Senato, fosse approvato sarebbe più complicato scrivere i programmi elettorali. Ne guadagnerebbero i cittadini. Promettere senza dire quanto e chi paga è più facile: non si rischia di perdere voti se si rimane generici o se non si dice nulla su dove si andranno a prendere i soldi».

Professor Cottarelli, la responsabilità è solo dei partiti o anche dei media e degli elettori, che spesso chiedono promesse ma non spiegazioni?
In un certo senso siamo tutti responsabili, perché ci siamo adattati ad accontentarci di promesse vaghe. Ma è ora di cambiare. Purtroppo, devo riconoscere che incontro tante persone che mi dicono di aver perso la speranza. Persone che sono d’accordo con quanto proposto nel mio disegno di legge, ma che ormai non credono si possano migliorare le cose, rendendo più serio, trasparente e responsabile il dibattito politico. Per fortuna il numero dei cittadini che hanno firmato la petizione, che ho promosso insieme alla Fondazione Einaudi, cresce di giorno in giorno. Raggiungeremo in poche ore quota 19mila firme, è il segnale che molti sono interessati al tema.

Questa legge potrebbe davvero ridurre il populismo economico oppure i partiti imparerebbero semplicemente a presentare conti formalmente corretti, costruiti però su ipotesi molto ottimistiche?
L’Ufficio Parlamentare di Bilancio, un organo indipendente (nonostante il nome) creato da più di un decennio in tutti i Paesi dell’UE per monitorare i conti pubblici, avrebbe il compito di valutare pubblicamente le stime dei costi delle misure proposte dai partiti e i relativi finanziamenti. Sarebbe difficile, certo più difficile d’ora, per i partiti “fare i furbi”. Ne sarebbero penalizzati in termini di credibilità. Ci tengo a sottolineare che il disegno di legge non punta in alcun modo a limitare l’azione politica dei partiti, ma solo a rendere trasparenti le proposte contenute nei programmi elettorali. Per esempio: un partito propone una misura che intende finanziare facendo nuovo debito? Legittimo, purché lo scriva chiaramente nel proprio programma, così da permettere all’elettore di votare consapevolmente.

Vannacci ha detto di non essere un ragioniere e che il compito della politica è indicare una direzione, non trovare le coperture economiche. 
Non c’è dubbio che è compito della politica indicare la direzione, poi però bisogna avere il coraggio di dire la verità e spiegare agli elettori cosa comportano certe direzioni in termini economici. Credo che il coraggio nel dire la verità e la trasparenza siano valori importanti per tutti i partiti, o almeno dovrebbero esserlo.

Affidare la verifica all’Ufficio parlamentare di bilancio rischia di dare troppo potere ai tecnici rispetto alla politica?
Non vedo perché. Si tratta di dare valutazioni tecniche, da ragioniere se volete. Funziona in tanti altri Paesi, perché non dovrebbe funzionare da noi? Se un partito dice la verità nell’indicare i costi delle misure proposte e le relative fonti di finanziamento non può che stare tranquillo.

Teme che la valutazione dell’Ufficio parlamentare  possa essere contestata come un’ingerenza o trasformata in uno scontro contro le istituzioni indipendenti?
Perché non dovrebbe funzionare in Italia? Se un grande partito presenta conti attendibili l’UPB non può far altro che riconoscerlo, perderebbe credibilità se non desse un giudizio equilibrato. Se invece i programmi presentati da grandi e piccoli partiti fossero poco credibili, lì sì che dovremmo preoccuparci. Questo sarebbe il vero problema, non come i partiti eventualmente reagirebbero al giudizio dell’UPB.

Questo obbligo potrebbe mettere in difficoltà i partiti più piccoli, che hanno meno esperti e meno risorse?
Se un partito vuole andare al governo deve attrezzarsi per farlo. Il disegno di legge comunque prevede che l’Ufficio Parlamentare di Bilancio intervenga necessariamente solo per i partiti che si presentano in almeno metà delle circoscrizioni elettorali.

Nelle coalizioni i partiti presentano spesso proposte incompatibili tra loro. La trasparenza dei costi obbligherebbe gli alleati a chiarire prima delle elezioni quali promesse intendono davvero mantenere e quali abbandonare?
Mi sembrerebbe un grande vantaggio. Ci sarebbe più trasparenza in quello che una coalizione intende fare.

Un programma elettorale viene inevitabilmente modificato da crisi, guerre, recessioni o emergenze. Come si può distinguere un legittimo cambiamento di politica dalla semplice rinuncia a promesse che non erano realizzabili fin dall’inizio?
Questo è un passo ulteriore. Ma partiamo dal capire se, nel momento in cui i programmi vengono presentati, le promesse fatte sono credibili.

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