Zanza Ranucci, il ceto medio complessato, e il coraggio postumo degli opinionisti

È martedì notte, sul fuso orario europeo sono più o meno le due, e io sto leggendo “La scelta”, il libro pubblicato due anni e mezzo fa da Sigfrido Ranucci, e che per ragioni alle quali poi arriviamo è diventato oggetto d’analisi solo ora.
Nessuno risponde ai miei reiterati «è la cosa più brutta che abbia letto in vita mia», un po’ perché alle due di notte la gente dorme, un po’ perché circa dieci volte al mese io dichiaro qualcosa che sto leggendo «il libro più brutto mai pubblicato», e i miei cari hanno smesso di prendermi sul serio.
Poiché la vita è sceneggiatrice, sono in mezzo tra «Sandro Pertini avrebbe commentato che a brigante ha risposto un brigante e mezzo» e «Valentina è intrappolata in un labirinto, alle prese con un Minotauro giuridico» (Sigfrido Ranucci non ha mai incontrato una frase fatta che non gli piacesse), quando mi arriva il messaggio d’uno scrittore statunitense.
E quel messaggio, lo so che è una coincidenza più improbabile di quelle del tomo ranucciano, dice: «Se sei un autore è difficile accettare che la gente in America abbia smesso di leggere libri. Anche in Italia?». E io a quel punto dovrei parlargli delle sessantatremilaseicentottantasette copie di “La scelta”, ma come faccio? Come gliela spieghi, a un forestiero, un’editoria fondata sui complessi del ceto medio?
Questo non è un articolo su Sigfrido Ranucci. Questo non è un articolo su Sigfrido Ranucci che scrive dei libri brutti perché non sanno scrivere quelli che di mestiere scrivono, figuriamoci quelli che di mestiere fanno la televisione. Questo non è un articolo su Sigfrido Ranucci che nel suo memoir di giornalismo investigativo una pagina si scopa una e quella dopo quella muore perché gelosa di lui, con un guizzo narrativo da verticali di TikTok. Questo è un articolo su di voi.
Nel mio universo, Sigfrido Ranucci non esiste, se non come risposta che mi censuro ogni volta che su qualche social qualcuno mi dice che se sono così acida è certamente perché sono troppo cessa per scopare. Ogni volta, evito di rispondere a Brocco81 «Siamo otto miliardi, non lo siamo diventati riservando l’accoppiamento ai fighi, scopa è alla portata di chiunque, persino di Ranucci».
Nel mio universo Ranucci non esiste perché non esiste “Report”: non conosco nessuno che, se qualcuno nomina “Report”, non alzi gli occhi al cielo borbottando qualcosa sulla cialtroneria. Ma accade molto raramente, perché nessuno nomina mai “Report”, così come i nostri genitori non nominavano le scimmie di mare o gli occhiali a raggi X. Ci sono cose che dai per scontato possano attecchire solo su un pubblico fragile di intellettualmente dodicenni, dai per scontato non ti riguardino.
Certo, ormai c’è questo problema per il quale abbiamo, noi che lavoriamo con le parole, tutti sul computer la cartellina “il pubblico vuole lammerda, diamogli lammerda”, nella quale raccogliamo le opere di potenziale successo che ci vergogniamo di firmare ma con le quali compriamo la casa al mare. Il problema è: hanno tutti dodici anni. Tutti, o almeno la maggior parte degli adulti.
E quindi Ranucci esiste, prospera, ha successo. Più dà al pubblico lammerda più ne ha, di successo: “La scelta” ha venduto il quadruplo degli altri suoi libri.
Quel che è più importante, Ranucci è uno dei buoni. Se sei uno dei buoni, sei intoccabile. Se sei uno dei buoni, e scrivi un Harmony con le scene porno di quelli che la me dodicenne comprava in edicola e che le dodicenni (vere, non quelle già in età da punturine in faccia) di oggi comprano in libreria reimpacchettati con l’etichetta “romantasy”, e quell’Harmony lo vendi come memoir di giornalismo investigativo, nessuno, ti giuro nessuno, ti prenderà per il culo.
Se si guardano le sue ospitate della primavera 2024, quelle in cui parlava del libro, c’è un filo interessante. Ranucci, come la grandissima maggioranza degli autori in promozione, raccontava cose che stavano già nel libro, aneddoti dall’efficacia abbastanza comprovata da essere stati rilegati. Per esempio la signora cui insegnava a giocare a tennis, pagato in nero, che lo raccomandò per il suo primo contratto in Rai.
Geppi Cucciari: «Stai facendo la gioia di quelli che ti odiano, raccomandato e in nero». Caterina Balivo: «Il conduttore di “Report” dice che ha lavorato in nero! Non voglio sapere le conseguenze domani su tutti i giornali!». Ma all’epoca Ranucci è ancora il santo Ranucci, mica quello sul cui cadavere si va a sputare in questi giorni in questo paese di opinionisti liberissimi.
Quando va a vendere il libro da Gramellini, quello racconta un aneddoto: sono a un concerto, e Ranucci gli indica gli invalidi nei posti riservati e dice che secondo lui non tutti quelli in carrozzina sono davvero paralizzati, alcuni ballano, è una truffa. Gramellini conclude che Ranucci non si rilassa mai, è sempre sul pezzo, «è un fenomeno». Gramellini finge di non sapere una cosa che non ci vuole una squadra di specialisti viennesi per capire: chi vede il marcio ovunque sta proiettando.
Ma questa cosa non la può dire Gramellini e non la può dire nessuno, finché Ranucci non passa da intoccabile a reprobo, ed è questa la parte interessante della storia. Mica il Sigfrido con la camicia aperta fino al quarto bottone perché un giorno una costumista sadica gli avrà detto che così gli si slancia il collo, mica il Sigfrido che definisce la sala di montaggio «il luogo della creatività, dove tutto prende forma», mica il Sigfrido il cui libro è la semina di indizi d’un serial killer che vuole disperatamente essere scoperto, la caduta di briciole di Pollicino che vuol essere rintracciato.
Cosa deve fare, questo pover’uomo, per mettere fine alla propria intoccabilità, più che scrivere che utilizza un montaggio creativo per le sue inchieste, o che si è portato a letto una stagista del programma, più che rispondere – a Geppi Cucciari che gli domanda se abbia amici tra i politici che l’hanno querelato – «è nato anche qualche bel rapporto», più che ripetere a tutti i conduttori che il libro risponde all’esigenza «di raccontare un Sigfrido Ranucci parallelo». Lui ve l’avrebbe detto, di Lavitola, ma voi eravate impegnati a trattarlo come un eroe borghese.
La parte in cui lui e la stagista che morirà per gelosia s’incontrano è stupenda, sembra di leggere una tesina sul “Diavolo veste Prada”. Lei che guarda la sua intervista a Denis Verdini «in religioso silenzio» (ve l’ho detto che la vera relazione perversa di Ranucci è quella con le frasi fatte) e poi gli domanda «Gli hai fatto ammettere di aver incassato centinaia di migliaia di euro in nero, ma come hai fatto? Avevi la voce bassissima mentre lo chiedevi», e lui, la Miranda Priestly dei malvestiti, che risponde «Più è forte e potente la domanda e più devi abbassare i toni. Funziona sempre».
Karoline – che ovviamente non è mai esistita: la certezza che questo, come tutti i memoir, sia un romanzo, è l’unica che salva Ranucci dal tribunale del cattivo gusto che gli darebbe il 41 bis per aver raccontato una vicenda del genere – ha la sclerosi multipla, è stata stuprata a quindici anni (certo che Ranucci descrive nei dettagli lo stupro, che domanda: vi sembrava uno che tiene in levare le scene raccapriccianti?) ed è pure rimasta incinta, e pensa di risolvere la sua infelicità dandola a Ranucci, dopo essersi tolta i pantaloni «con un sinuoso ondeggiare dei fianchi» (scusaci, Erin Doom: sei Jane Austen, in confronto, e non l’avevamo capito).
Lui le cita Woody Allen, lei gli cita Victor Hugo, il ceto medio complessato è pronto a eleggerli coppia dell’anno. Lui eroe delle inchieste è in guerra con un politico leghista, lei ragazza con la valigia è pronta a salvarlo: «Dopo circa due ore e mezzo dalla prima telefonata, Karoline mi richiama: “Sono a Verona, e sono venuta per aiutarti”. Le dico: “Karoline, vai via. Questa è gente cattiva e ci sono interessi in ballo enormi”. Sento bussare alla porta della camera, apro e me la ritrovo davanti con una valigia fucsia».
Ma i colpi di scena da “Ciranda de pedra” sono continui, nel viaggio dell’eroe dell’epica che ci possiamo permettere: «Mentre cerchiamo di prenotare per due giorni un resort in Umbria, Karoline si mette improvvisamente a piangere. È rimasta incinta per la seconda volta. Ma questa volta è stato frutto di un atto d’amore: “Non te l’ho voluto dire perché eri troppo preso nella tua battaglia. Era giusto che rimanessi concentrato fino alla fine. Dovevi vincere a tutti i costi”».
Qualche pagina più avanti, Ranucci – sempre ricchissimo di senso del ridicolo – scriverà: «Il giornalismo di inchiesta può essere considerato una forma di letteratura? Forse si può considerare una forma di epica». Avrete notato anche voi che, in quest’epoca in cui il pubblico vuole solo cose scritte come temi di seconda media con cui non fare fatica, più scrivono come un ripetente di seconda media più si autocertificano la letteratura. È un interessante fenomeno, ma non distraiamoci.
Come sapete – in questi giorni di ripescaggio del Ranucci che un giornalismo non defunto avrebbe irriso due anni fa, l’hanno scritto anche sul volantino delle offerte dell’Esselunga – Karoline muore, fuggendo dopo aver scoperto da una mail vista per caso che il Sigfrido la tradisce con una fonte: una tizia, Emilia, gli ha scritto per dargli una notizia, e lui mica poteva non sdraiarsela. «Capisco che lei ha la sensazione di conoscermi profondamente, una sensazione che accomuna gran parte del pubblico, che si manifesta con un’empatia spontanea e silenziosa. E senza neppure che ce ne rendessimo conto mentre pranziamo, le nostre mani si cercano e si trovano sulla tovaglia. Il giorno dopo Emilia mi scrive da scuola, durante una pausa dalle lezioni. E così la seconda volta che ci incontriamo finiamo direttamente in un motel».
(Non esiste Karoline, non esiste una editor che metta a posto a Sigfrido le consecutio, e spero che neanche Emilia esista, altrimenti dovrò iniziare a farmi delle domande sulla discrezione di quest’uomo, così incredulo di avere accesso a mutande femminili da non poter evitare di raccontarlo).
Facciamo che è io narrante, dai. È più forte di lui, l’io narrante di Sigfrido è uno Zanza il bagnino: le castiga tutte. Emilia gli scrive pure delle lettere, in pura prosa sigfridica (o forse il ceto medio complessato scrive tutto così): «Mi è tornata la voglia di essere donna, con una consapevolezza e un piacere del tutto nuovi. Mi è esplosa dentro tutta la voglia, repressa in parte, di stare con un uomo, di far piacere e sentire piacere».
Ma torniamo alla scena della tragedia. Karoline vede la mail, gli dà del porco, fugge e finisce sotto una macchina. Sigfrido è vieppiù lirico: «Fuori fa freddo e sono in camicia, ma non me ne rendo nemmeno conto. Karoline è riversa sul bordo del marciapiede. Un SUV non è riuscito a evitarla mentre attraversava la strada correndo. La donna al volante è in preda a una crisi di nervi quando arriva l’ambulanza. Karoline ha lo sguardo vitreo, sembra che guardi verso il supermercato lì davanti. Un beagle a pelo corto le annusa una scarpa. Dalla tasca del giubbotto di jeans sono caduti la pagina con l’articolo di un’edizione di un giornale veronese che parla della guerra tra me e Tosi e l’inseparabile matita in Ethergraf. Non ho mai trovato la forza di raccontare le circostanze in cui è morta Karoline».
Ti aspetti che abbia un sussulto di senso del ridicolo e concluda che non ha trovato la forza finché non è arrivato l’anticipo dell’editore, ma quello invece ti sfoggia un riferimento colto per ginnasiali: «Sono entrate nelle mie memorie, quelle che ogni uomo nasconde nel proprio sottosuolo». Il ceto medio complessato è in estasi mistica.
Dove eravate, dicevo, quando c’era da chiedere conto a Ranucci delle scene di sesso kitsch e del suo essere imperdonabilmente Ranucci? Quando eravate impegnati a intervistarlo come fosse uno che andava preso sul serio? Adesso, tra un Lavitola e l’altro, siam buoni tutti a spernacchiarlo.
La risposta è, ebbene sì, in un podcast. In un podcast a me ignoto (non conosco “Report”, posso mai conoscere i podcast?) il cui conduttore fa quel che avrebbe dovuto fare qualunque persona sensata lo intervistasse per quel libro: gli declama un’imbarazzante scena di sesso (quella in cui Karoline «in pochi minuti raggiunge l’orgasmo», non quella in cui Emilia «gemendo piano rotea gli occhi al punto di scoprire completamente il bianco»), e poi gli chiede solo: perché?
E a quel punto Ranucci dà una risposta che, l’avessero data Cruciani o Vespa, avremmo urlato alla dittatura del patriarcato, alla mascolinità tossica, all’urgenza d’un decreto legge che destrutturi lo zanzailbagninismo dei giornalisti italiani. Ma, siccome a rispondere «Ma dico, scusa, dopo una vita di merda che faccio, una trombata me la fai fare?» è l’allora intoccabile Sigfrido Ranucci, allora nessuno scandalo, nessuna condanna morale, nemmeno un’agitazione sufficiente per far arrivare quel pezzettino di video sui nostri telefoni.
È dovuto arrivare Lavitola, son dovuti passare due anni e mezzo, perché il club dei giusti si svegliasse sul suo rappresentante, sul quale ora alza in pubblico il sopracciglio che prima sollevava solo in privato. E quindi, a noialtre contrarie allo sport dell’accanirsi sui cadavere, ora toccherebbe difendere Ranucci.
Uno che, superata la seconda media, riesce a mettere in fila tre frasi così: «Mi è sempre piaciuto assaporare l’agitazione, il senso d’attesa, l’immaginazione che si innescano negli istanti prima di partire. Ero convinto che la verità la si può afferrare solo partendo. Solo se sei disposto a vivere un inganno, accetti di rimanere e vivere la bugia che ti costruiscono intorno». Questo biscotto della fortuna, volete costringermi a difendere. Voi e il vostro sapervela prendere con gli impresentabili solo quando è facile. Il guaio siete voi, mica Zanza Ranucci.
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