Il problema degli accordi commerciali europei fatti in fretta

15 Luglio 2026 - 06:20
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Il problema degli accordi commerciali europei fatti in fretta

Il via libera definitivo del Parlamento europeo alla modernizzazione dell’accordo tra Unione europea e Messico arriva in un momento in cui Bruxelles sta ridefinendo la propria politica commerciale. La ricerca di nuovi partner economici è diventata una priorità, sospinta dalle tensioni geopolitiche, dalla guerra in Ucraina, dalla competizione con la Cina e dalla necessità di ridurre le dipendenze strategiche. È un contesto che riporta al centro una domanda: l’Europa riuscirà a mantenere quell’ambizione che, negli ultimi anni, aveva legato la politica commerciale alla tutela dei diritti umani e della sostenibilità?

Sulla possibilità di trovare un equilibrio tra competitività, diritti e sostenibilità riflette Catarina Vieira, eurodeputata trentenne, portoghese originaria delle Azzorre ed eletta nei Paesi Bassi. Nel Parlamento europeo divide il proprio lavoro tra la commissione per il Commercio internazionale e la sottocommissione per i Diritti umani. Da una parte dossier, accordi e regolamenti. Dall’altra le persone che arrivano a Bruxelles per raccontare cosa significhi vivere sotto una dittatura, perdere un familiare o vedere negati i propri diritti. 

Nella sottocommissione per i Diritti umani Vieira ascolta le storie di persone che portano sulla propria pelle le conseguenze delle violazioni dei diritti umani, della crisi climatica o di comportamenti irresponsabili delle imprese. Ci sono la figlia di un’attivista ambientale assassinata, il figlio di un giornalista di Hong Kong condannato a oltre vent’anni di carcere e i familiari di oppositori politici incarcerati. «Sono persone comuni», racconta. «Hanno un lavoro, una famiglia, una vita. Eppure dedicano gran parte del loro tempo a difendere i propri cari, a portarne le storie davanti al Parlamento europeo e all’opinione pubblica».

Da questo osservatorio particolare Vieira guarda al cambiamento delle priorità europee. Per anni Bruxelles ha cercato di usare il proprio peso economico per promuovere diritti e sostenibilità, introducendo nuove regole in materia di due diligence, deforestazione e lavoro forzato. Strumenti diversi, accomunati dalla stessa idea: la politica commerciale non doveva limitarsi a favorire gli scambi, ma contribuire anche a orientare le pratiche delle imprese e delle filiere globali.

Negli ultimi anni, però, il baricentro del dibattito si è progressivamente spostato. La competitività è diventata uno dei cardini della nuova agenda europea e il pacchetto Omnibus ha riaperto il confronto sul futuro di molte delle norme approvate nella scorsa legislatura. Il nodo, nella lettura dell’eurodeputata, non è la competitività in sé. La domanda, piuttosto, è come rafforzarla senza indebolire gli strumenti con cui l’Unione ha cercato di tutelare diritti e ambiente. «Non ho nulla contro la semplificazione o la competitività. Ma se le regole che eliminiamo servivano a proteggere le persone e l’ambiente, allora non stiamo semplificando: stiamo deregolamentando».

La vera sfida, per Vieira, è capire come l’Europa possa continuare a promuovere diritti e sostenibilità in un contesto internazionale profondamente cambiato. «Qualcuno deve pur fare il primo passo», dice. Ma guidare il cambiamento, aggiunge, non significa esportare regole senza assumersi responsabilità. «Non può essere qualcosa che chiediamo soltanto agli altri. Deve essere un percorso da costruire insieme».

Per questo insiste sulla necessità di accompagnare i partner commerciali con investimenti, cooperazione tecnica e sostegno alle imprese locali, invece di limitarsi a imporre nuovi obblighi. La sostenibilità, a suo giudizio, può funzionare solo se diventa una responsabilità condivisa. Anche le imprese europee, aggiunge, sono chiamate a fare la loro parte. «Se in Europa non accetteremmo turni di quindici ore sotto il sole, non dovremmo aspettarci prodotti a basso costo realizzati in quelle condizioni altrove».

È proprio sui nuovi accordi commerciali che questa tensione sarà messa alla prova. La necessità di diversificare i partner economici è reale e l’Europa, riconosce Vieira, non può permettersi di restare immobile. Non è l’obiettivo di ampliare la rete degli accordi commerciali a preoccuparla, ma il modo in cui questi accordi rischiano di essere negoziati. Proprio perché il commercio è tornato a essere uno strumento geopolitico, teme che il tempo del confronto democratico finisca per restringersi. «Di solito gli accordi commerciali richiedono anni di negoziato. Oggi invece sembra che l’unica parola d’ordine sia: “andiamo, andiamo, andiamo”. Mi chiedo se avremo davvero il tempo di esaminarli con attenzione».

La questione, per Vieira, riguarda le conseguenze di decisioni destinate a produrre effetti ben oltre l’attuale stagione politica. «Ci sono decisioni che prendiamo oggi dalle quali non potremo più tornare indietro. L’impatto climatico di questi accordi resterà con noi per sempre. Ed è proprio qui che, anche a livello personale, faccio più fatica a trovare un equilibrio: credo che la dimensione geopolitica sia fondamentale in questo momento storico, ma credo anche che non possiamo ignorare le conseguenze ambientali di lungo periodo delle scelte che stiamo compiendo oggi».

Vieira non immagina un’Europa ripiegata su se stessa. Al contrario, considera inevitabile rafforzare la rete di partnership economiche dell’Unione. «L’Europa ha bisogno di amici. E molti di questi amici arrivano attraverso il commercio. La sfida è trovare un equilibrio: rafforzare la nostra economia, garantire occupazione e aumentare la nostra autonomia strategica, senza perdere di vista l’impatto che queste scelte hanno sulle persone e sul pianeta».

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