Carlo Ginzburg, la magnifica mente che tra benandanti e streghe reinventò la Storia
Carlo Ginzburg è morto all’età di 87 anni a Bologna, la città che lo aveva da lungo tempo adottato. Era lo storico italiano più conosciuto a livello internazionale. Ha insegnato Storia moderna all’Università di Bologna, alla University of California, Los Angeles (Ucla) e infine alla Scuola Normale di Pisa. Figlio di Leone, studioso di letteratura russa, partigiano morto nel 1944 in seguito alle torture delle SS tedesche, e di Natalia Levi Ginzburg, scrittrice, autrice di romanzi quali Lessico familiare, aveva ereditato la genialità e l’erudizione paterne e la straordinaria capacità narrativa della madre, riformulandole in modo del tutto originale attraverso il filtro della lezione filologica di Arnaldo Momigliano e Delio Cantimori. Il formaggio e i vermi (1976) è solo il suo libro più noto all’interno di una produzione saggistica amplissima tradotta in decine di lingue.
Il libro che lo rese celebre in tutto il mondo ricostruiva il cosmo mentale di un mugnaio friulano del Cinquecento, Domenico Scandella detto Menocchio. Lo faceva attraverso un metodo che Ginzburg aveva sperimentato fin da giovanissimo, studiando un processo modenese per stregoneria e poi i processi inquisitoriali sui benandanti friulani: utilizzare fonti giudiziarie per restituire voce a uomini e donne che altrimenti sarebbero rimasti esclusi dalla storia. Solo molti anni dopo osservò come questa attenzione per figure marginali e sconfitte fosse legata anche alla sua esperienza personale, alla sua identità ebraica e alla memoria della persecuzione subita dal padre. Si disse sorpreso di avere impiegato tanto tempo a riconoscere un legame che gli appariva ormai evidente: proprio quella lunga rimozione, osservò, era la prova indiretta della profondità con cui aveva agito.
Negli anni Settanta Ginzburg fu tra gli storici che più contribuirono a trasformare il modo di raccontare la ricerca. L’indagine non era soltanto il lavoro preliminare che precedeva la scrittura: poteva diventare essa stessa parte del racconto. Insieme ad Adriano Prosperi diede alle stampe per Einaudi un “seminario” sul Beneficio di Cristo (1975), il best seller della Riforma italiana del Cinquecento. In un panorama storiografico dominato dal racconto impersonale, i due autori portarono sulla pagina il lavoro stesso della ricerca. Le ipotesi iniziali, le piste seguite, gli errori, i ripensamenti, le delusioni e gli entusiasmi che avevano accompagnato l’indagine venivano condivisi con il lettore. Negli anni successivi Ginzburg avrebbe fatto di quello sguardo esplicitamente soggettivo una costante della propria scrittura storica, formulando il celebre “paradigma indiziario”. Un’intuizione destinata a circolare ben oltre i confini del mestiere di storico.
Chiunque lo abbia ascoltato in una lezione o in un seminario ricorda la rapidità delle associazioni, l’entusiasmo contagioso, la curiosità inesauribile. Leggeva con la stessa passione antropologia, storia dell’arte, filosofia, letteratura, ermeneutica e psicoanalisi. Seguiva percorsi spesso imprevedibili e talvolta apertamente affidati al caso – sul ruolo del “caso” nella ricerca storica è tornato più volte nei suoi scritti – che poi ricomponeva in saggi capaci di ricostruire con precisione filologica impeccabile genealogie e connessioni intellettuali. Era un modo di procedere che sembrava rivelare allo storico stesso, passo dopo passo, i nessi che andava inseguendo, prima ancora che ai suoi lettori: da Occhiacci di legno (1998) fino al recente Il vincolo della vergogna (2026), nel quale riflette sulla vergogna come segno di appartenenza, molti dei libri pubblicati negli ultimi decenni nacquero da questo modo di procedere.
La microstoria, sviluppata insieme a Giovanni Levi, Edoardo Grendi e Carlo Poni attorno alla rivista Quaderni storici, mostrò come la riduzione della scala di osservazione potesse aprire nuove prospettive sui grandi problemi della storia. Fu una delle poche correnti storiografiche nate in Italia capaci di esercitare un’influenza duratura su scala globale, producendo imitatori ed epigoni non sempre fedeli alla proposta originaria.
Non amava intervenire sull’attualità e diffidava dell’idea che gli intellettuali dovessero pronunciarsi su qualunque argomento. Quando lo faceva, parlava da storico. Accadde con il saggio sul processo Sofri (Il giudice e lo storico, 1991) e con il dialogo con Vittorio Foa (2003), nei quali tornò sui temi che lo avevano accompagnato per tutta la vita: il rapporto tra verità e prova, tra memoria e testimonianza, tra indizi e interpretazione.
Carlo Ginzburg lascia un’opera che ha cambiato il modo di fare e di raccontare la storia. Nelle sue pagine l’erudizione più rigorosa e il talento narrativo hanno trovato una sintesi rarissima. Per tutta la vita ha insegnato che le domande più grandi nascono spesso dall’incontro con una traccia minima, un dettaglio, un’anomalia che costringe a guardare il passato da una prospettiva inattesa. Nessuno lo ha mostrato meglio di lui.
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