Caso David Rossi e festini: il pm di Genova chiede 8 mesi per i giornalisti che raccontarono la pista archiviata

01 Luglio 2026 - 15:02
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Caso David Rossi e festini: il pm di Genova chiede 8 mesi per i giornalisti che raccontarono la pista archiviata

Caso David Rossi e festini: il pm di Genova chiede 8 mesi per i giornalisti che raccontarono la pista archiviata

Otto mesi di reclusione richiesti per due giornalisti che, nel 2017, raccontarono una delle piste investigative più controverse sulla morte di David Rossi, l’ex responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena precipitato dalla finestra del suo ufficio il 6 marzo 2013. È la richiesta avanzata dalla Procura di Genova nei confronti di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, autori di un servizio della trasmissione Le Iene dedicato alle dichiarazioni di un gigolò che parlava di presunti festini a sfondo sessuale ai quali avrebbero partecipato alcuni magistrati senesi.

Il gigolò: andavo con magistrati, politici e dirigenti Mps

Quella pista investigativa, che in questo articolo dell’Huffington Post è stata ampiamente sviluppata, è stata successivamente archiviata. Ma oggi il racconto giornalistico di quella testimonianza è al centro di un procedimento per diffamazione che riaccende il dibattito sulla tutela della libertà di stampa.

La Procura di Genova chiede 8 mesi di carcere e risarcimenti per 360 mila euro

Nel processo in corso a Genova il pubblico ministero ha chiesto: 8 mesi di reclusione per Antonino Monteleone e Marco Occhipinti; 360 mila euro di risarcimento complessivi in favore delle parti civili. L’inchiesta giudiziaria nasce dalla denuncia presentata da alcuni magistrati che si sono ritenuti diffamati dal servizio televisivo.
Secondo quanto riferito dallo stesso Monteleone a Mowmag, nel corso del dibattimento diversi querelanti avrebbero dichiarato di non aver nemmeno visto integralmente il servizio contestato. «Ti chiedono la condanna per averti diffamato e poi dicono che non hanno visto il servizio. È fuori di testa», ha commentato il giornalista, oggi conduttore di Filorosso su Raitre.

«Qual è la frase diffamatoria?»: la difesa contesta il capo d’imputazione

Uno degli aspetti su cui insiste la difesa riguarda la presunta genericità dell’accusa. Per tutta la durata del processo, spiegano i giornalisti, sarebbe stata avanzata una domanda rimasta senza risposta: quale sarebbe il passaggio preciso ritenuto diffamatorio? Secondo Monteleone, né il capo d’imputazione né la requisitoria avrebbero individuato con precisione le frasi contestate. «Nemmeno il pubblico ministero è in grado di indicare dove avremmo pronunciato ciò che ci viene contestato», sostiene il giornalista. Una circostanza che la difesa considera centrale nel procedimento.

Il caso del legittimo impedimento e le polemiche

Monteleone ha inoltre raccontato un episodio avvenuto durante il processo. Dopo un intervento chirurgico subito il 20 maggio, il giornalista aveva chiesto il rinvio dell’udienza fissata pochi giorni dopo, sostenendo di non poter affrontare il viaggio e il dibattimento per ragioni di salute.
Il Tribunale di Genova avrebbe respinto la richiesta di legittimo impedimento, mentre, riferisce il giornalista, il Tribunale di Palermo, nell’ambito di un diverso procedimento, gli avrebbe riconosciuto la sospensione durante il periodo di convalescenza.

La Fnsi: «Il carcere non può diventare uno strumento di intimidazione»

Sulla vicenda è intervenuta anche la Federazione nazionale della stampa italiana. La segretaria generale Alessandra Costante ha ribadito che la pena detentiva per i giornalisti nei procedimenti per diffamazione è stata più volte oggetto di rilievi da parte della Corte costituzionale.
«La diffamazione non può trasformarsi in uno strumento di intimidazione nei confronti dei giornalisti», ha dichiarato Costante.

Il caso David Rossi senza una verità

Il procedimento si inserisce nel contesto delle numerose inchieste sulla morte di David Rossi, sulla quale la famiglia ha sempre contestato la ricostruzione del suicidio. Negli ultimi anni le commissioni parlamentari d’inchiesta hanno evidenziato numerosi elementi meritevoli di approfondimento. L’attuale Commissione parlamentare continua ad analizzare documenti e testimonianze nel tentativo di chiarire definitivamente quanto accaduto quella tragica sera del 6 marzo 2013.

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