Chetoacidosi diabetica: dall’accesso in pronto soccorso alla presa in carico territoriale del paziente

09 Luglio 2026 - 11:39
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Chetoacidosi diabetica: dall’accesso in pronto soccorso alla presa in carico territoriale del paziente

La Chetoacidosi diabetica: oltre l’emergenza. Un tema emblematico della governance sanitaria. L’importanza della presa in carico territoriale. Il ruolo chiave delle nuove tecnologie per il monitoraggio glicemico in continuo. Come trasformarlo da evento acuto a opportunità di presa in carico della cronicità per evitare gli accessi ai PS.

 

 

 

         

La rivista di politica sanitaria Italian Health Policy Brief ha promosso, con il contributo non condizionante di ABBOTT, un evento istituzionale presso la Fondazione Luigi Sturzo di Roma, con l’obiettivo di riunire istituzioni, mondo advocacy e società scientifiche coinvolte nella gestione della chetoacidosi diabetica: dalla medicina generale alla medicina d’urgenza, dall’endocrinologia alla diabetologia dell’adulto e pediatrica, fino alla medicina interna.

L’evento promosso ha confermato l’importanza di favorire un confronto multidisciplinare e istituzionale che consenta di individuare criticità operative e formulare proposte di governance condivise, contribuendo a definire un modello assistenziale più organico per la gestione della chetoacidosi diabetica.

“La chetoacidosi diabetica (DKA) è una complicanza acuta e potenzialmente letale del diabete. Nei bambini e negli adolescenti rappresenta una frequente modalità di esordio della malattia e rimane una delle principali cause di morbilità e mortalità, soprattutto nei soggetti più giovani con nuova diagnosi. I pazienti che hanno avuto un episodio di DKA presentano un rischio di mortalità significativamente più elevato rispetto alla popolazione generale. Inoltre, la DKA comporta un importante impatto sul sistema sanitario a causa di ricoveri urgenti, frequente ricorso alla terapia intensiva, degenze prolungate e riammissioni. L’incidenza della DKA è aumentata nel tempo, determinando un carico crescente per i sistemi sanitari”, ha affermato il Prof. Luca Degli Esposti, Chief Executive Officer CliCon.

“La DKA può avvenire in sia nel diabete tipo 1 che nel diabete tipo 2. Questa condizione può manifestarsi generalmente o all’esordio della malattia, specialmente nel diabete tipo 1, che è una condizione grave, e può comportare addirittura mortalità”, ha spiegato il Prof Claudio Maffeis, ordinario di Pediatria all’Università di Verona e direttore del Centro Regionale di Diabetologia Pediatrica del Veneto.

“Comporta il rischio, per esempio nel bambino più piccolo, anche di mortalità soprattutto sotto i 5 anni e anche di avere delle alterazioni di due tipi”.

“Una, dal punto di vista cognitivo: ci possono essere dei danni a medio-lungo termine anatomico-funzionali della cognitività, oppure danni della beta cellula, cioè la cellula che produce l’insulina”.

“Se un soggetto è stato sottoposto a una DKA severa o moderata si è dimostrato che la capacità funzionale di queste cellule che producono insulina si riduce e quindi il soggetto a medio-lungo termine avrà un diabete che va peggio”.

“Nel soggetto che ha già il diabete questa DKA si può presentare in qualsiasi momento, soprattutto nel tipo 1 anche nei soggetti che usano la tecnologia, cioè che usano i sensori, i microinfusori per l’iniezione di insulina, anche quelli integrati con sistemi integrati a semi-automatizzati, che è il top della cura del diabete”.

“Nonostante questo, in questi soggetti si può manifestare una chetoacidosi e per motivazioni varie, per cui sarebbe importante in questi soggetti evitare questa condizione e si può fare con gli strumenti oggi a disposizione”.

“Dall’altra parte, nel diabete tipo 2, la condizione che più frequentemente può esporre il soggetto a presentare questo tipo di complicanza acuta è l’utilizzo, ad esempio, per la cura del diabete tipo 2 di farmaci che si chiamano SGLT2”.

“Sono degli inibitori del riassorbimento del glucosio a livello renale, si perde glucosio, la glicemia viene mantenuta entro certi livelli, però se c’è carenza insulinica aumenta la chetonemia, e si arriva in chetosi senza accorgersene. Pertanto è importante in questi soggetti, specie se fanno questi usano questi farmaci, monitorare la chetonemia per vedere che non si crei realizzi questa condizione”.

“Sia per il diabete tipo 1 e per diabete tipo 2 sarebbe opportuno avere la possibilità di conoscere l’andamento di questa chetonemia”.

“Oggi si può farlo con una puntura del dito, oppure a breve sarà disponibile uno strumento che permetterà di misurare la chetonemia in continuo, quindi dare un’informazione continuativa su questa condizione”.

“È verosimile che disponendo di questa informazione si riduca grandemente il rischio di chetoacidosi nel soggetto già affetto da diabete: questa diciamo opportunità di monitoraggio permetterà di gestire meglio le situazioni che verranno a crearsi”.

“È veramente una una novità importante. sia per adulti sia per bambini. Deve ancora uscire, ma i dati preliminari che sono disponibili sono confortanti”.

“Gli accessi in Pronto Soccorso nei soggetti con diabete tipo 1 sono abbastanza frequenti, dati internazionali ci dicono 5-7% dei soggetti con diabete hanno un episodio all’anno, nei soggetti adulti questo dato è inferiore, comunque siamo intorno al 2-3% all’anno, mentre nel diabete tipo col tipo 2 siamo intorno all’1%, un po’ meno dell’1% di casi all’anno”.

“Però se calcoliamo l’impatto nazionale sui ricoveri, otteniamo numeri importanti: se non ci fossero questi ricoveri dovuti alla chetoacidosi avremmo 6000 ricoveri in meno all’anno, quindi centinaia decine di milioni di euro di risparmio”.

“Anche perché c’è un’altra caratteristica della DKA: chi presenta un episodio di chetoacidosi tende a ripeterlo entro i 12 mesi”.

Uno degli aspetti più critici riguarda il percorso successivo all’emergenza. Se la gestione dell’episodio acuto è generalmente efficace, il paziente dimesso non sempre beneficia di un adeguato programma di follow up e di una presa in carico strutturata sul territorio.

Anche la non uniforme presenza del diabetologo nei pronto soccorso contribuisce a rendere il dipartimento di emergenza-urgenza un punto di particolare fragilità del percorso assistenziale.

La comunità scientifica condivide ormai la necessità di sviluppare specifiche raccomandazioni sul follow up del paziente dimesso dopo un episodio di chetoacidosi diabetica, individuando criteri comuni -meglio se codificati – per il controllo metabolico, l’educazione terapeutica, il coinvolgimento dei caregiver e l’impiego delle più moderne tecnologie di monitoraggio glicemico che oggi possono fare la differenza. In questo scenario, il ruolo del pronto soccorso assume una funzione strategica non solo per la gestione dell’urgenza, ma anche come punto di avvio di un percorso assistenziale strutturato. In proposito il Dott. Francesco Rocco Pugliese, Direttore del Dipartimento Emergenza Urgenza dell’Ospedale Sandro Pertini – ASL Roma 2 ha dichiarato: “… il pronto soccorso è spesso il luogo in cui si affronta una condizione clinica ad elevata complessità e, in alcuni casi, si arriva alla prima diagnosi di diabete. È fondamentale che l’efficacia della risposta all’emergenza si accompagni a procedure condivise di dimissione e di collegamento con i servizi specialistici sul territorio, affinché il paziente possa continuare il proprio percorso di cura nelle migliori condizioni possibili.

La presa in carico territoriale riveste inoltre un ruolo fondamentale nel ridurre la pressione degli accessi al pronto soccorso, contribuendo ad intercettare precocemente i bisogni dei pazienti ed evitare quindi situazioni che possano gravare eccessivamente sulle strutture ospedaliere. Un approccio – ha proseguito il clinico – che favorirebbe anche la sostenibilità della spesa”.

 

 

 

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