Chi serve il caffè e chi se lo beve. Scholz sbaglia bersaglio e contesto
Speravo ci fossimo sbarazzati di Michael Sandel, speravo fosse passata di moda la boutade della “Tirannia del merito” che diede il titolo a un suo saggio del 2020 capace di riscuotere successo ovunque, al punto da finire nella lista delle letture consigliate da un Barack Obama comprensibilmente invelenito dalla vittoria elettorale di Donald Trump. Ecco invece che Sandel riaffiora nelle parole di Olaf Scholz sul Corriere; l’ex cancelliere tedesco rilascia a Mara Gergolet un’intervista in cui sostiene che il problema globale della sinistra risieda nel fatto che “l’enorme espansione dell’istruzione ha prodotto una nuova frattura sociale. Dobbiamo superarla e tornare a considerarci tutti uguali. Chi lavora nella cucina di un ristorante o porta un espresso al tavolo vale esattamente quanto chi quell’espresso lo beve”.
Scholz allude a uno dei due punti chiave di Sandel: un intrinseco lato oscuro del merito che induce chi non riscuote soddisfazioni professionali a ritenersi colpevole del proprio insuccesso. Se diciamo che chi si impegna ha diritto alla scalata sociale, allora chi precipita o resta fermo non si è impegnato abbastanza; in termini più rozzi, chi si è accaparrato il privilegio di ordinare il caffè sente di valere di più di chi glielo serve. Icastico quantunque, l’esempio di Scholz non regge in quanto, nell’alveo europeo dell’intervista di un ex cancelliere tedesco a un quotidiano italiano, decade l’impalcatura stessa della teoria di Sandel, tutta americana: è negli Usa che sin dalla più tenera infanzia i cittadini vengono educati alla contrapposizione (cui si abbevera a iosa lo stesso Trump) fra winner e loser, che nei doppiaggi fatti male viene tradotto “perdente” quando invece è più adatto il termine “sfigato”; è la retorica sottesa ai teen drama di cui ci siamo pasciuti in tv, con le elezioni per il presidente del corpo studentesco, le raccapriccianti sceneggiate per la homecoming queen e similari. E’ una retorica profondamente calvinista, per cui si ritiene che la prosperità sia indice della benevolenza del Signore nei confronti degli eletti e i poveri servano a monito di ciò che può accadere agli immeritevoli.
Ma Calvino è morto nel 1564 e dover ancora leggere interviste che lo glossano è stucchevole; sfido chiunque a non trovare in Europa almeno un bar in cui il cameriere guadagni o valga tanto quanto l’occasionale cliente cui serve il caffè, se non di più. Meglio calibrato è l’altro aspetto rilevato da Sandel, ossia che il merito sia un criterio di per sé falsato, poiché non esiste la parità di condizioni di partenza; esistono condizioni differenti che influenzano i risultati creando graduatorie in cui il posizionamento di vincitori e vinti non dipende soltanto dalle loro capacità. E’ un dato incontestabile e vi rivelerò che si chiama mondo: è cioè la situazione intrinseca della natura e si manifesta perfino nell’uomo selvatico, con una disparità di mezzi dovuti alla diversa forza fisica (se oltre a Sandel si legge quell’altro calvinista di Rousseau, si scopre che ne parla nel “Discorso sull’origine dell’ineguaglianza”, che è del 1754). Non credo però che la soluzione per eliminare le condizioni diseguali sia di eliminare la distribuzione di ricompense al merito.
Facciamo un esperimento mentale. Un ragazzino nasce in un contesto svantaggiato ma vive in una società che valorizza il merito; l’handicap da cui parte gli consente di conseguire solo parzialmente ciò che gli spetterebbe, ma l’incentivo lo induce a sforzarsi e a dare il massimo pur sapendo che conseguirà il minimo. Finirà a fare il cliente di un bar meno lussuoso di quanto meriterebbe: non è giusto, ma è accettabile. Un ragazzino parallelo, di contesto parimenti svantaggiato, vive invece in una società che non valorizza il merito, ma distribuisce ricompense a pioggia per colmare il gap iniziale; lo svantaggio verrà colmato ma lui non avrà alcun incentivo a sforzarsi di mettere a frutto il suo talento, a beneficio proprio e della società. Convinto di avere diritto a essere cliente di un bar lussuoso, finirà a fare il cameriere per pigrizia. E’ questo che vuole la sinistra?
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