Il caso Shalabayeva torna in Cassazione dopo tredici anni. Il calvario infinito di Cortese

15 Ottobre 2026 - 09:45
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Martedì prossimo la Cassazione sarà chiamata a pronunciarsi per la seconda volta sul caso Shalabayeva, la vicenda giudiziaria che ormai da tredici anni ha stravolto la vita di una delle figure più autorevoli della storia della Polizia di Stato, Renato Cortese. Fu lui, da capo della sezione “Catturandi” della Squadra mobile di Palermo, a guidare le operazioni che portarono all’arresto di Giovanni Brusca, boia della strage di Capaci, e poi di Bernardo Provenzano, boss di Cosa nostra, oltre a numerosi mafiosi legati alla ‘ndrangheta e alla camorra. Nel novembre 2025, però, Cortese e altri quattro agenti e funzionari della Polizia sono stati condannati al termine del processo d’appello bis sul caso Shalabayeva a pene comprese tra i quattro e i cinque anni di reclusione, con l’interdizione dai pubblici uffici, per un reato che appare oggettivamente inesistente: il sequestro di persona.

La vicenda è incentrata sulle presunte irregolarità legate al rimpatrio di Alma Shalabayeva, la moglie dell’imprenditore kazako Mukhtar Ablyazov, espulsa verso il Kazakhstan nel 2013. All’epoca Cortese era capo della Squadra mobile di Roma e coordinò l’operazione che portò all’espulsione di Shalabayeva. La notte tra il 28 e il 29 maggio la Polizia entrò nella villa di Casal Palocco dove riteneva che si nascondesse Ablyazov, allora ricercato dall’Interpol per gravi reati (tra questi aver sottratto indebitamente tra i 5 e i 10 miliardi di dollari alla banca di cui era stato presidente, la BTA Bank). Ablyazov, però, riuscì a fuggire. Venne invece trovata sua moglie, Alma Shalabayeva, che fornì ai poliziotti un nome falso e mostrò un passaporto anch’esso palesemente falsificato. Per queste ragioni, due giorni dopo venne rimpatriata in Kazakistan con la figlia Alua.

Da quel rimpatrio prese vita una campagna mediatica e politica martellante contro l’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano, volta a rappresentare la vicenda come uno scandalo e ad accusare il governo italiano di essersi piegato alle autorità kazake, consegnando la moglie di un “dissidente” (che tale non era).

Da quel momento in poi la vita di Cortese e degli altri poliziotti coinvolti cambia per sempre. Nel 2020 il tribunale di Perugia condanna Cortese a cinque anni di reclusione (il doppio di quanto chiesto dall’accusa) e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, insieme agli altri quattro imputati. Nel 2022 arriva l’assoluzione in appello. L’anno seguente, però, la Cassazione annulla tutte le assoluzioni e dispone un appello-bis a Firenze, che si conclude nel novembre 2025 con una nuova condanna: quattro anni di reclusione, con interdizione ridotta a cinque anni. Una sentenza sorprendente, anche perché la procura generale aveva chiesto l’assoluzione.

In vista della nuova pronuncia della Cassazione, ieri i tratti incredibili della vicenda sono stati ricordati al Senato con la presentazione del libro di Enrico Bellavia, dal titolo “Renato Cortese, da cacciatore a preda. Storia surreale di un poliziotto” (Zolfo editore). “Il caso Cortese rientra tra quelli caratterizzati da un perverso intreccio tra strumentalizzazione politica, enfatizzazione mediatica drammatizzante e vaglio giudiziario”, ha affermato Giovanni Fiandaca, tra i massimi giuristi italiani. “Ciò può avere purtroppo per conseguenza – ha aggiunto – che la magistratura sia inquirente sia giudicante possa risentire anche a livello subconscio di fattori di condizionamento esterno che influenzano la valutazione giudiziaria orientandola in chiave criminalizzatrice”. Fiandaca ha poi evidenziato le debolezze delle accuse avanzate nei confronti di Cortese e delle sentenze che lo hanno condannato, contestando sul piano giuridico la possibilità di ipotizzare il reato di sequestro di persona.

All’incontro è intervenuto anche il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto. Pur non esprimendosi sul merito del caso per ragioni di opportunità, Sisto ha evidenziato “come in questo paese, nonostante le vicende giudiziarie siano soggette alla presunzione di non colpevolezza, la pendenza di un processo sia capace di distruggere delle vite”.


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