Città senza ombra: il valore ecologico e sociale del verde urbano

Una città si riconosce anche dalla sua ombra. Quella dei platani sulle facciate, dei pini sull’asfalto, delle foglie sulle spalle di chi passa. Ricordo strade capaci di offrire una tregua. Quando un albero scompare, non lascia solo un vuoto nel paesaggio: cambia il modo di attraversarlo. Il passo accelera, ci si ferma meno, si sceglie un’altra strada.
L’ombra nasce quando qualcosa intercetta la luce. L’ombra non è semplicemente il contrario della luce: è ciò che rende visibile la sua presenza, ne rivela la direzione e dà profondità alle forme. La chioma attenua la radiazione solare, limita il calore delle superfici; la traspirazione delle foglie contribuisce a rinfrescare l’aria. Nel cinema il chiaroscuro modella i volti e i piani dell’inquadratura; in città l’ombra offre riposo, non soltanto bellezza.
Peter Pan smarrisce la propria ombra e Wendy gliela ricuce ai piedi. Penso ai viali rimasti senza alberi: alla città non basta un ago, occorrono manutenzione, spazio e anni. Fernando Pessoa, in All’ombra del Monte Abiegno (1932), cerca nell’ombra un luogo di quiete. Ma dove si riposa, se spariscono panchine e ripari, e ogni pausa sembra richiedere un acquisto?
In Miracolo a Milano (1951), Vittorio De Sica riunisce i poveri della baraccopoli in un raggio di sole. Nel bianco e nero di Aldo Graziati, detto G.R. Aldo, il fascio luminoso orienta la disposizione dei corpi: ciascuno cerca di entrare nella zona calda dell’inquadratura. Oggi immagino lo stesso movimento rovesciato: persone che si stringono nell’unico triangolo d’ombra di una piazza arroventata. Non cambia il bisogno di riparo, cambia la direzione dello sguardo.
In Mamma Roma (1962), Pier Paolo Pasolini misura il corpo contro una periferia in espansione. Il bianco e nero di Tonino Delli Colli separa figure, palazzi e terreni aperti. Per una lunga camminata notturna di Anna Magnani fu usato un camera car, in una carrellata di oltre un chilometro e mezzo: la macchina accompagna il passo, mentre la strada sembra sfilare intorno alla donna. Altrove i campi lunghi aprono l’orizzonte sugli acquedotti e sulle nuove costruzioni. La città non è sfondo: cambia la scena.
Secondo ISPRA, nel 2024 il consumo netto di suolo in Italia è stato di 7.850 ettari, circa 21,5 al giorno. Dove il terreno viene impermeabilizzato, la pioggia fatica a infiltrarsi; l’asfalto al sole accumula calore. L’assenza degli alberi pesa sul corpo: sull’anziano che cammina lentamente, su chi spinge una carrozzina, su chi aspetta un autobus sotto il sole, su chi vuole semplicemente spostarsi.
A Napoli, nel 2021, fra lungomare Caracciolo e viale Dohrn si contavano 42 ceppaie e 86 spazi vuoti destinati agli alberi. A Roma, nel febbraio 2026, dodici pini nell’area dei Fori Imperiali sono stati giudicati a rischio e rimossi, con sostituzione prevista. A Firenze la tramvia verso Rovezzano prevedeva 428 abbattimenti, aprendo una discussione su modifiche e reimpianti. La sicurezza conta. Ma una giovane pianta non riproduce in pochi mesi l’ombra di un albero adulto: anche il tempo è una misura ambientale.
La città somiglia sempre più a un salotto di lusso, accurato nell’immagine, spesso povero di ospitalità. Tavolini ovunque, purché si paghi; troppo poche panchine per fermarsi senza consumare. In Lorax – Il guardiano della foresta (2012), Chris Renaud e Kyle Balda costruiscono Thneedville in animazione digitale: linee curve, colori smaglianti, alberi di plastica. L’illuminazione e le superfici levigate rendono seducente una città che ha perso la vegetazione vera. È la rappresentazione perfetta di un paesaggio progettato per apparire, non per respirare.
In Perfect Days (2023), Wim Wenders sceglie l’opposto: Franz Lustig gira con la macchina a mano, senza carrelli, e nel formato 4:3 concentra l’attenzione sui gesti di Hirayama. Quando l’uomo solleva lo sguardo verso le chiome degli alberi, il komorebi, la luce del sole che filtra tra le foglie, disegna un chiaroscuro mobile, una trama di luce e ombra che muta con il vento e con il trascorrere delle ore. La macchina da presa restituisce alla città il tempo della contemplazione. L’ombra non è più assenza, ma presenza viva, parte del paesaggio e della nostra esperienza sensibile. Peter Pan riuscì a recuperare la propria ombra, e Wendy gliela ricucì ai piedi. Ma quella delle città non si può ricucire con ago e filo. Per ritrovarla occorre custodire ciò che la genera: gli alberi, la loro bellezza, il tempo necessario a farli crescere.
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