Cittadinanza Italiana: quando il Paese chiude le porte proprio mentre dovrebbe aprirle
lentepubblica.it
La Legge 74/2025 limita la cittadinanza per discendenza. Un’analisi della Advogada Ursula Perugini Nobre de Lima di Natitaliani, sul rapporto con la crisi demografica italiana.
Una riflessione sulla contraddizione tra la Legge 74/2025 e la crisi demografica italiana
Esiste un paradosso silenzioso che sta accadendo in Italia. Mentre il paese affronta una delle più grandi crisi demografiche della sua storia, il governo ha approvato una legge che limita fortemente coloro che potrebbero aiutare a invertire questo scenario: i discendenti di italiani che desiderano insediarsi legalmente nel paese.
Si tratta di due problemi che si rafforzano a vicenda e che meritano di essere osservati insieme.
Il primo problema è che l’Italia sta perdendo italiani nati in Italia. Solo nel 2024, 156 mila cittadini italiani hanno lasciato il paese. Negli ultimi tredici anni, più di 377 mila giovani tra i 18 e i 34 anni hanno emigrato e, approssimativamente, metà di loro con una formazione universitaria. Sono ingegneri, medici, ricercatori, professionisti specializzati.
L’impatto? Secondo il CNEL, questa diaspora rappresenta una perdita economica stimata in €159,5 miliardi, approssimativamente il 7,5% del PIL italiano. Nel frattempo, la popolazione invecchia. Il numero di persone in età lavorativa diminuisce ogni anno.
Cosa cambia con la Legge 74/2025 sulla cittadinanza
Sarebbe ragionevole attendersi che, di fronte a questo quadro, l’Italia sviluppasse politiche incentivanti per trattenere i talenti locali e attrarre professionisti qualificati disposti a vivere e investire nel paese.
Ma nel maggio 2025, per mezzo della Legge 74/2025, l’Italia ha approvato una limitazione generazionale al riconoscimento della cittadinanza per discendenza. Da ora in poi, solo i discendenti fino alla seconda generazione hanno diritto al riconoscimento. Un diritto che esiste dal 1865.
E che cosa significa questo nella pratica? Moltissimi discendenti di italiani (professionisti qualificati, imprenditori) desiderebbero vivere in Italia, contribuire all’economia, investire in attività commerciali, e non avrebbero bisogno di visto di residenza. Per lo Stato italiano, questo rappresenterebbe un’opportunità di crescita senza i costi collegati alle pratiche di immigrazione.
E adesso? Questa porta è più chiusa.
La contraddizione nel rapporto tra cittadinanza e strategie demografiche
La contraddizione è così ovvia che sembra quasi assurda quando viene messa a confronto: l’Italia sta disperatamente cercando di trattenere i giovani talenti e di importare manodopera qualificata, mentre allo stesso tempo limita l’accesso ai discendenti che non dipenderebbero da politiche di immigrazione, come visti, che richiedono un processo di autorizzazione e hanno limiti di permanenza e costi per lo stato italiano molto elevati.
Quello che colpisce è l’assenza di una strategia coerente. L’Italia si trova davanti a un inverno demografico quasi irreversibile e sceglie percorsi che rischiano di renderlo tale e definitivo:
- Non incoraggia adeguatamente i suoi giovani a rimanere;
- non facilita il ritorno di chi se ne è andato;
- E adesso, limita l’accesso ai discendenti che potrebbero compensare queste perdite.
Ciò che manca è l’integrazione delle politiche, una visione a lungo termine e riconoscere che cittadinanza e demografia non devono essere dibattute isolatamente, ma sono la stessa questione.
La Legge 74/2025 è oggetto di numerosi ricorsi in vari tribunali italiani e ora anche dinanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. La discussione giuridica è legittima e importante. Ma c’è anche una discussione strategica che dobbiamo porci: l’Italia percepisce veramente l’ampiezza della sfida che affronta?
Perché limitare diritti riconosciuti da 160 anni, proprio nel momento di una crisi demografica, non sembra essere una risposta.
Ursula Perugini Nobre de Lima
Advogada stabilita iscritta all’Ordine di Pisa
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