Coesione, la svolta della flessibilità: un’occasione decisiva per l’Italia e il Mezzogiorno

05 Agosto 2026 - 17:00
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Coesione, la svolta della flessibilità: un’occasione decisiva per l’Italia e il Mezzogiorno

Per molti anni la politica di coesione europea è stata considerata indispensabile per ridurre i divari tra i territori, ma anche troppo lenta, rigida e distante dalle esigenze concrete di imprese, famiglie e amministrazioni locali. Bruxelles ha stanziato risorse ingenti, senza però riuscire sempre a trasformarle con sufficiente rapidità in investimenti, infrastrutture e sviluppo. Raffaele Fitto ha trovato davanti a sé una delle politiche europee più importanti, ma anche una delle più difficili da governare. La coesione vale quasi un terzo del bilancio dell’Unione, eppure il ciclo 2021-2027 è entrato realmente in funzione soltanto nel 2023. Alla fine del 2024 il tasso netto dei pagamenti intermedi era fermo al 4,2 per cento: non molto distante dal precedente periodo di programmazione, ma con meno tempo disponibile per utilizzare le risorse. Un paradosso europeo: molti fondi, procedure complesse e territori costretti ad aspettare. La linea impressa da Fitto ha provato anzitutto a rompere questa rigidità. La revisione di metà periodo ha offerto a Stati e Regioni la possibilità di rimodulare volontariamente i programmi, spostando risorse verso cinque priorità: competitività e tecnologie strategiche, difesa e sicurezza, abitazioni accessibili, resilienza idrica e transizione energetica.

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Non un abbandono della missione originaria – ridurre i divari territoriali – ma il tentativo di adattarla a un’Europa cambiata dalla guerra, dalla crisi energetica, dalla scarsità d’acqua e dall’emergenza abitativa. Gli incentivi sono rilevanti: prefinanziamento fino al 30 per cento e cofinanziamento europeo fino al 100 per cento per gli investimenti riallocati sulle nuove priorità. I programmi che vi destinano almeno il 15 per cento delle risorse possono ottenere un prefinanziamento generale del 5 per cento, contro lo 0,5 precedente, e un anno aggiuntivo per completare gli interventi. È qui che la coesione smette di essere soltanto una macchina amministrativa e torna a essere una politica: non più fondi congelati dentro programmi scritti prima delle grandi crisi, ma risorse modificabili in base alle necessità concrete. La partita vale circa 392 miliardi di euro nel ciclo 2021-2027, ai quali si aggiungono i cofinanziamenti nazionali. Per l’Italia la dotazione complessiva supera i 75 miliardi di euro e rappresenta, dopo il PNRR, uno dei principali strumenti di investimento pubblico.

“Proprio il caso italiano dimostra perché la riforma fosse necessaria. Nel nostro Paese, e soprattutto nel Mezzogiorno, il problema non è mai stato soltanto la disponibilità delle risorse. Troppo spesso i fondi sono stati rallentati da procedure complesse, sovrapposizioni tra amministrazioni, carenza di personale tecnico, tempi lunghi per le autorizzazioni e difficoltà nel modificare programmi non più coerenti con le esigenze dei territori” raccontava qualche mese fa una fonte diplomatica di Bruxelles, che da anni collabora con i commissari italiani in carica. Il Sud ha così vissuto un paradosso: essere il principale destinatario della politica di coesione e, contemporaneamente, incontrare le maggiori difficoltà nel trasformare le risorse in opere e investimenti. La lentezza della spesa non dipende soltanto dalle amministrazioni locali, ma anche da un sistema nel quale ogni modifica richiede passaggi, controlli e negoziati spesso sproporzionati rispetto agli obiettivi. La maggiore flessibilità può quindi rappresentare una svolta concreta per il Mezzogiorno. Consentire la rimodulazione dei programmi significa poter concentrare le risorse su infrastrutture, energia, reti idriche, innovazione, formazione e sostegno alle imprese, adattando gli interventi alle reali necessità produttive e sociali.

In questo quadro, il collegamento con la ZES Unica può offrire un’opportunità particolarmente importante. La Zona economica speciale per il Mezzogiorno nasce per semplificare le autorizzazioni, attrarre investimenti e garantire condizioni più favorevoli alle imprese. Ma la fiscalità agevolata e le procedure accelerate, da sole, non bastano. Servono porti, ferrovie, collegamenti digitali, aree industriali attrezzate, energia competitiva e personale qualificato. La nuova politica di coesione può fornire proprio le risorse necessarie a rafforzare questo ecosistema. Se coordinati con la ZES Unica, i fondi europei possono diventare il motore di una strategia industriale capace di collegare i grandi poli produttivi, i porti, le aree interne e le filiere emergenti del Sud. “Non più, dunque, interventi frammentati o sussidi distribuiti senza una visione comune, ma investimenti integrati intorno a obiettivi misurabili: attrarre imprese, creare occupazione stabile, migliorare i servizi e ridurre il divario infrastrutturale.” dice una importante collaboratore di Fitto In questo processo il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto ha avuto un ruolo importante nel costruire una mediazione tra le diverse esigenze degli Stati membri e nel riportare flessibilità e semplificazione al centro del dibattito.

Sarebbe però riduttivo leggere la riforma come un’iniziativa personale. La svolta nasce dalla consapevolezza ormai diffusa che la coesione non possa più essere valutata soltanto sulla correttezza formale della spesa, ma soprattutto sulla capacità di produrre risultati. La semplificazione, naturalmente, non deve significare minori controlli né dispersione delle risorse. E la flessibilità non può diventare il pretesto per sottrarre fondi alle Regioni più fragili e destinarli alle emergenze del momento. La missione originaria resta quella di ridurre i divari territoriali e garantire pari opportunità ai cittadini europei. La vera prova sarà quindi l’attuazione. Governi, Regioni e Comuni dovranno dimostrare di saper utilizzare strumenti più adattabili con maggiore capacità progettuale, tempi certi e responsabilità chiare. Per l’Italia, e in particolare per il Mezzogiorno, il nuovo corso può rappresentare un’occasione che difficilmente si ripeterà.

La combinazione tra fondi di coesione più flessibili, semplificazione amministrativa e ZES Unica può trasformare il Sud da destinatario permanente di politiche compensative in una piattaforma strategica per la crescita nazionale ed europea. È questa la vera sfida della riforma: passare da una politica costruita intorno alle procedure a una politica misurata sui risultati, capace di portare investimenti e opportunità là dove per troppo tempo la burocrazia ha prodotto ritardi, risorse inutilizzate e sviluppo mancato

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