Come la musica ha trasformato la West Coast in uno spazio di libertà e sperimentazione

Alla grande varietà di stili musicali che è propria del rock corrisponde una varietà altrettanto ricca dei temi poetici affrontati nei testi: e ciò spiega perché il pubblico giovanile si dedichi con attenzione all’ascolto di queste musiche nelle sale da concerto come il Fillmore o l’Avalon, nei festival all’aperto, o negli ascolti privati mettendo i vinili sul piatto dei giradischi. Già più volte abbiamo sottolineato l’importanza dello spirito comunitario che caratterizza l’esperienza controculturale californiana, sottolineata anche dallo stile canoro – cori all’unisono – adottato da diverse band della West Coast. Lo stesso insieme di valori si incontra in una ricca costellazione di testi che declinano tale sistema valoriale in modi diversi.
In qualche caso c’è il “santino” positivo, che descrive comunità festose e inclusive, curiose e positivamente aperte alle più varie nuove sperimentazioni, compresi i festival musicali all’aperto. In altri casi la visione è meno limpida. Nella canzone fondativa dell’area tematica, Let’s Get Together, di Dino Valenti, inclusa dai Jefferson Airplane nel loro primo album, il bisogno di comunità nasce da una profonda sensazione di ansia e di minaccia a cui si può sfuggire stando insieme a chi condivide i nuovi valori della controcultura. Anche più lucido è Frank Zappa, che in We’re Only in It for the Money critica molto duramente la cultura hippie, sin dalla copertina, nella quale sbeffeggia (ingiustamente, credo) i Beatles di Sgt. Pepper, ovvero l’album dei Fab Four che è più legato al mondo della controcultura americana. I sarcasmi di Zappa, tuttavia, non sono affatto gratuiti, ma brillanti e tragicamente preveggenti. Who Needs the Peace Corps? e Concentration Moon, sono canzoni impietose e lucide, giacché colgono benissimo un punto sul quale ritorneremo: da un lato, c’è la violenza delle istituzioni e della polizia contro chi milita nella controcultura, che si sta facendo sempre più brutale, con arresti indiscriminati e, chissà, prima o poi anche qualche uccisione; e mentre accade tutto ciò gli hippie, stonati come non mai, sembra non si rendano conto di nulla; dall’altro lato, aggiunge Zappa, piuttosto oscenamente le generazioni più anziane sembra che accettino, senza fare una piega, la nuova violenza della polizia, che nella fantasia di Zappa si spinge fino a uccidere studentesse indifese.
Parte dell’esperienza comunitaria è legata, nel bene o nel male, all’assunzione di sostanze psicotrope, Lsd e marijuana, soprattutto. Anche qui si crea una visione dialettica dell’esperienza. Per numerosi musicisti, l’assunzione delle droghe significa «farsi strada dall’altra parte» superando «le porte della percezione». Per qualcuno, il superamento della soglia corrisponde all’ingresso dentro una nuova dimensione conoscitiva, ricca di complesse profondità spirituali. Per altri, le cose sono più articolate. In Break on Through dei Doors, la spinta «a passare dall’altra parte» nasce da una forte sensazione di disagio sperimentata da una voce narrante che non riesce a trovare una propria collocazione nel mondo «normale». Analogamente a Let’s Get Together, dei Jefferson Airplane/Valenti, la ricerca di uno spazio comunitario/lisergico può nascere quindi anche dalla percezione di una profonda inquietudine esistenziale.
Lo ha osservato acutamente Alice Echols, iscrivendo anche White Rabbit dei Jefferson Airplane, in questa atmosfera inquieta. Ascoltando la musica «hippy» di quell’epoca ci si rende conto che il terrore e i presentimenti negativi erano vivi tanto quanto la follia del flower power. […] Quando Grace Slick dei Jefferson Airplane canta White Rabbit, nella sua voce non si percepisce l’entusiasmo ingenuo indotto dagli acidi, ma qualcosa che somiglia di più a un presagio. La produzione testuale del rock della West Coast fa largo spazio tanto all’esplorazione di nuove identità di genere, quanto alla descrizione di nuove modalità di interazione erotica.
In termini generali mi sembra che la elaborazione poetica dei musicisti e delle musiciste che si muovono sulla scena rock californiana sia molto più influenzata da testi come Eros and Civilization, di Marcuse, o come Sex and the Single Girl, di Gurley Brown, o dal “femminismo culturale” delle ragazze hippie, che non dal complesso dei presupposti teorici proposti dal coevo movimento femminista, le cui posizioni trovano echi tutto sommato abbastanza indiretti anche in canzoni di musiciste come Janis Joplin, Joni Mitchell o Grace Slick. Ci si può chiedere se questo non sia un segno del fondamentale maschilismo del rock. Applicato alla West Coast degli anni Sessanta, questo tipo di valutazione mi sembra macchiata da una grave distorsione anacronistica che nasce dal giudicare una società del passato con i criteri etici del presente. Il rock emerge certamente all’interno di una società maschilista, e quindi non sorprende che ne replichi molte caratteristiche fondamentali, la principale delle quali è la grande dominanza statistica di produttori, giornalisti e musicisti, a fronte di un numero assai esiguo di produttrici (inesistenti), giornaliste e musiciste.
Al tempo stesso credo però che si debba riconoscere che la scena rock californiana accetta e valorizza positivamente un numero comparativamente molto alto di musiciste, spesso collocate in posizioni culturali di primissimo piano: alle star principali – Cass Elliot, Michelle Gilliam, Joan Baez, Janis Joplin, Grace Slick, Joni Mitchell – si devono aggiungere anche musiciste attive in gruppi adesso considerati minori, ma all’epoca molto attivi, come Linda LaFlamme e Pattie Santos, Dorothy Moskowitz, Toni Brown e Terry Garthwaite, Nancy Nevins, Tracy Nelson, Mary Gannon, Marla Hunt, Denise Kaufman, Mary Ellen Simpson e Diane Vitalich, Jean Millington, June Millington, Nickey Barclay e Alice de Buhr.
Penso che sia legittimo chiedersi in quali altri settori della società statunitense degli anni Sessanta le donne abbiano un rilievo paragonabile; si potrebbero certo citare altri ambiti della cultura di massa in cui ci sono star femminili, come per esempio le attrici del cinema hollywoodiano o le cantanti pop, bianche o afroamericane; osservazione a cui credo si possa ribattere rimarcando che praticamente nessuna attrice o cantante dell’epoca ha la libertà creativa e il riconoscimento culturale che è tributato a tutte le musiciste appena citate. Oltre a questi aspetti, è importante sottolineare anche che il rock della West Coast sa dare, in piena autonomia, un contributo poetico di primo piano alle questioni delle identità di genere e delle nuove relazioni sessuali, che vengono affrontate in modo ampiamente plurale in un ricco gruppo di testi.

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