Il Pd deve imporre a Conte una linea europea sulla difesa

Il 7 e l’8 luglio, ad Ankara, i trentadue Paesi dell’Alleanza atlantica hanno confermato gli impegni assunti all’Aia: portare la spesa per difesa e sicurezza al 5 per cento del Pil entro il 2035 – il 3,5 per cento per la difesa in senso stretto, l’1,5 per cento per infrastrutture critiche, protezione cibernetica e innovazione tecnologica – e garantire all’Ucraina 70 miliardi di sostegno nel 2026. L’Italia si è presentata al 2,8 per cento. Pochi giorni dopo, dal palco napoletano del campo largo, quegli stessi impegni sono stati definiti «carta straccia» da Angelo Bonelli, mentre Marco Travaglio metteva nero su bianco il programma: se il presidente del Consiglio sarà Giuseppe Conte e alla Difesa andrà «un nemico del riarmo», cambierà qualcosa.
I numeri raccontano un continente che ha smesso di illudersi. La Lituania spende il 5,33 per cento del Pil in difesa, l’Estonia il 5,10 per cento, la Polonia il 4,68 per cento: i Paesi che confinano con la Russia non discutono se armarsi; discutono quanto in fretta. La stessa Napoli ha mostrato quanto la discussione italiana sia altrove: Conte ha citato testualmente il generale Alexus Grynkewich, comandante supremo alleato in Europa, attribuendogli la frase che la Russia non rappresenta una minaccia «né oggi né domani». Il generale aveva detto il contrario: la Russia non cerca il conflitto perché sa che perderebbe, e lo sa perché la deterrenza dell’Alleanza funziona. Travestire un ufficiale che argomenta a favore della difesa comune da testimone contro il riarmo non è un’imprecisione: è un rovesciamento di senso.
La domanda vera non è se il centrosinistra sia per la pace: è se possa esserlo un campo largo a trazione Conte. Perché la pace, nell’Europa del 2026, non è l’alternativa alla deterrenza: è il suo prodotto. E l’alternativa alla deterrenza non è il pacifismo: è la resa. La Russia di Vladimir Putin è nemica dell’Europa, dello Stato di diritto e della democrazia liberale: non è un’opinione, è la premessa di qualunque programma di governo serio. E, se questi sono i toni, quello di Conte non è più soltanto un problema interno alla coalizione: è una minaccia per il Paese – e per la stessa Elly Schlein. Per questo l’area liberale ed europeista deve pretendere perimetri e clausole scritte: nessuno firma un patto di governo con chi considera «carta straccia» la parola data.
C’è chi obietta con l’articolo 11 della Costituzione. Ma l’articolo 11 ripudia la guerra «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli»: non ripudia la difesa, che l’articolo 52 definisce «sacro dovere». E oggi difendersi costa più che attaccare: un drone da poche decine di migliaia di euro si abbatte con un missile da milioni. Chi spende in difesa non prepara aggressioni: paga il prezzo crescente della protezione. La deterrenza è la forma moderna del ripudio della guerra: rende l’aggressione non conveniente prima che accada.
E investire in difesa non significa solo carri armati e pallottole: il punto e mezzo di Pil della soft defence riguarda tutti, subito. Riguarda il sindaco che trova l’anagrafe bloccata da un ransomware e l’ospedale costretto a rinviare le operazioni. Riguarda Elena, ricercatrice al sesto contratto a termine, che in un’Europa capace di finanziare la ricerca dual-use – quella da cui nacquero il Gps e internet – troverebbe laboratori e una carriera invece di un biglietto aereo. Chiamarlo riarmo è propaganda; chiamarlo efficienza europea – acquisti congiunti invece di ventisette eserciti separati – è aritmetica.
La finestra si sta chiudendo: la campagna elettorale per il 2027 è già cominciata e i programmi si scrivono adesso. Un centrosinistra a trazione Travaglio-M5s-Avs consegnerebbe l’alleanza al massimalismo, al populismo e alla demagogia: un cartello destinato a frantumarsi alla prima votazione sulla difesa.
Qualcosa, dentro il Pd, si muove. All’indomani del voto di Strasburgo sull’Ucraina – Pd compatto, sole astensioni di Cecilia Strada e Marco Tarquinio, M5s contro insieme alla Lega – Giorgio Gori ha chiesto come quella posizione si concili con le parole di Conte: «Come possiamo fare finta di niente?». E Lia Quartapelle è andata al punto: se la coalizione si rimette alle parole inaccettabili di Conte o alla superficialità di Bonelli, il problema è di credibilità. «Noi la coalizione la dobbiamo guidare, anche su questi temi». Resta da capire se dal campo largo qualcuno avrà il coraggio di replicare e di inchiodare Conte alla sua propaganda e alle sue falsità.
È qui che il discorso si ricuce con tutto il resto. La sicurezza esterna e la sicurezza sociale non sono voci in concorrenza: sono lo stesso capitolo. Un Paese ricattabile sull’energia non protegge il welfare. Una ricerca senza fondi non produce né innovazione né buoni salari. Un’Europa che non si difende non finanzia nulla, perché non decide nulla. Difesa, tecnologia, industria, welfare: tutto si tiene o niente regge. Chi promette di stracciare la prima, convinto di salvare gli altri, finirà per perderli tutti insieme.
Il Pd ha davanti una scelta che non ammette rinvii: prendere le distanze dalla propaganda di Napoli e dire da che parte sta. Schlein non può più permettersi il silenzio: ogni giorno di rinvio è una cambiale a carico dell’intero partito. La posta non è perdere le elezioni: è la ragione stessa per cui il Pd esiste – l’europeismo, l’atlantismo democratico, la cultura di governo. La componente liberale e riformista deve guidare la coalizione sui temi in cui Conte è ambiguo e Bonelli superficiale: difesa comune europea, sostegno all’Ucraina, rispetto degli accordi sottoscritti, esclusione esplicita delle posizioni russofile del duo Travaglio-Conte e della sinistra radicale. In caso contrario, meglio starne fuori: un campo largo egemonizzato da quelle posizioni non potrebbe più qualificarsi come centrosinistra.
La pace non si predica: si organizza. E chi rinuncia a organizzarla non prepara l’alternativa, prepara la resa.
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