Con Trump spiare la Casa Bianca non è mai stato così facile

04 Agosto 2026 - 06:10
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Con Trump spiare la Casa Bianca non è mai stato così facile

Donald Trump

Donald Trump è probabilmente il presidente americano più osservato dai servizi d’intelligence stranieri. Non solo da quelli di Russia e Cina, ma anche da quelli dei tradizionali alleati degli Stati Uniti. È la tesi sostenuta dallo storico Calder Walton, docente alla Harvard Kennedy School e autore del volume “Spies: The Epic Intelligence War Between East and West”, in un’analisi pubblicata dal quotidiano britannico The i Paper.

Secondo Walton, l’imprevedibilità del presidente statunitense – dalle scelte sui dazi fino alla gestione della crisi con l’Iran – avrebbe reso ancora più preziosa l’attività di raccolta informativa. Per le agenzie d’intelligence, scrive, comprendere in anticipo le intenzioni della Casa Bianca significa ottenere un vantaggio nelle decisioni politiche e strategiche.

L’autore ricorda che anche gli Stati amici si spiano reciprocamente. Cita il caso emerso nel 2013 delle intercettazioni americane ai danni dell’allora cancelliera tedesca Angela Merkel per sottolineare come, nel mondo dell’intelligence, non esistano servizi “amici”, ma soltanto servizi di Paesi alleati.

Tra gli elementi che renderebbero più vulnerabile l’entourage di Trump, Walton indica Mar-a-Lago, il resort del presidente in Florida. La struttura, sostiene, rappresenterebbe un ambiente di grande interesse per le agenzie straniere, anche alla luce del caso dei documenti classificati conservati impropriamente dopo la fine del primo mandato. La foto che accompagna l’articolo mostra proprio le scatole di documenti custodite in un bagno della residenza, immagine diffusa dal Dipartimento di Giustizia nell’ambito dell’inchiesta federale.

L’analisi si concentra poi sulle nomine ai vertici della sicurezza nazionale. Walton critica apertamente figure come il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il direttore dell’Fbi Kash Patel e l’ex direttrice dell’Intelligence nazionale Tulsi Gabbard, sostenendo che le loro designazioni abbiano privilegiato la fedeltà politica rispetto all’esperienza professionale.

Un altro capitolo riguarda la decisione di Trump di declassificare documenti d’intelligence che, secondo il presidente, dimostrerebbero un’interferenza cinese nelle elezioni del 2020. Walton osserva però che le valutazioni rese pubbliche non proverebbero tale accusa e ricorda come alcune analisi dell’intelligence americana attribuissero invece alla Russia operazioni volte a minare la fiducia nel processo elettorale.

Nelle conclusioni, lo storico sostiene che le teorie del complotto rilanciate da Trump e la sua politica estera, in particolare dopo il conflitto con l’Iran, starebbero erodendo il soft power americano. A suo giudizio, il principale beneficiario di questa situazione sarebbe la Cina, che potrebbe presentarsi come interlocutore più stabile sulla scena internazionale, mentre le difficoltà della Casa Bianca finirebbero per favorire anche gli interessi strategici di Mosca e Pechino.

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