La truffa della remigrazione, moralmente ed economicamente irrealizzabile 

04 Agosto 2026 - 06:10
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La truffa della remigrazione, moralmente ed economicamente irrealizzabile 

Negli ultimi due anni, una nuova tendenza è emersa nel populismo Europeo: la remigrazione.

Il termine indica la richiesta di espulsione sistematica dei migranti senza documenti, con una crescente frangia che la vorrebbe estesa anche ai migranti regolari che commettono «reati gravi». Il concetto di remigrazione non è nuovo. La sua origine può essere fatta risalire al 2010 e dopo anni di diffusione in gruppi di nicchia vicini alla teoria complottista della Grande Sostituzione, si sta ora facendo spazio nel dibattito politico europeo, al punto che diversi decisori politici hanno annunciato l’inizio dell’era delle deportazioni. Uno dei più recenti risultati di questa tendenza è stata l’approvazione del Regolamento sui rimpatri al Parlamento europeo il 17 giugno scorso. Grazie a un’alleanza di voto tra i gruppi di centrodestra e di estrema destra, e con il sostegno all’ultimo minuto di diversi eurodeputati liberali, il Parlamento ha approvato uno dei provvedimenti più severi mai adottati in materia di migrazione. Il regolamento, accolto da cori «Send them back!» (Rimandiamoli indietro!), consentirà agli Stati membri dell’Unione europea di trasferire migranti irregolari e richiedenti asilo la cui domanda è stata rifiutata in cosiddetti hub di rimpatrio in Paesi terzi, fungendo di fatto da centri di detenzione fuori dal territorio dell’Unione.

Uno sforzo da miliardi, per ottenere cosa?
Non soffermandoci sull’evidente e già ben documentato rischio riguardo ai diritti fondamentali che il concetto implica, come sottolineato tra gli altri dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa e dal Relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani dei migranti, il concetto di remigrazione risulta problematico anche sul piano economico.

Guardiamo al caso dell’Italia, Paese in cui la remigrazione ha trovato particolare presa e in cui il primo esempio europeo di «hub offshore» per migranti è stato concretizzato attraverso il memorandum con l’Albania del 2024. Secondo le ultime stime, l’Italia ospita circa 339.000 migranti senza documenti, su una popolazione di oltre 59 milioni di abitanti. In base ai dati del ministero dell’Interno italiano, il costo medio di ciascun rimpatrio effettuato nel 2025 è stato di circa 3.600 euro. A questo costo va aggiunto il costo di gestione dell’infrastruttura che porta ai rimpatri. Ricercatori indipendenti, dato che il governo non condivide dati ufficiali riguardo questo aspetto, hanno stimato il costo medio giornaliero per posto letto nei centri per i rimpatri (Cpr) intorno ai 70 euro, con una permanenza media di 40 giorni. Considerando questi numeri, il costo totale della remigrazione in Italia ammonterebbe a circa 2,2 miliardi di euro. Tuttavia, queste sono stime particolarmente ottimistiche, in quanto diversi report hanno stimato che il costo reale dell’infrastruttura per effettuare i rimpatri può considerarsi più alto del 30-40%.

L’Italia ha attualmente undici Cpr attivi, con una capacità totale di 1.522 posti. Dato che il numero medio di rimpatri effettuati negli ultimi due anni è stato di circa 4.500, ci vorrebbero all’incirca 75 anni per rimpatriare tutti i migranti irregolari. Se la remigrazione dovesse essere realizzata in un arco di tempo più breve come domandano i suoi sostenitori, prendiamo per esempio l’orizzonte temporale di cinque anni (ossia l’arco di un ciclo elettorale), significherebbe che l’Italia dovrebbe costruire 154 ulteriori Cpr, facendo lievitare il costo totale di diversi miliardi.

Gli hub offshore non offrono alcun aiuto. I centri costruiti dall’Italia in Albania, a Shengjin e Gjader, sono costati circa 74 milioni di euro, quasi il doppio rispetto al budget iniziale di 39 milioni. Con 1.024 posti disponibili, il costo per posto è di circa 72.000 euro, rispetto alla media di 5.000 euro in Italia. Considerando tutti i costi aggiuntivi, come quelli del trasferimento delle persone e del dispiegamento delle forze dell’ordine in un Paese terzo, il costo totale quinquennale del progetto potrebbe facilmente raggiungere il miliardo di euro, contro i 670 milioni preventivati dal governo italiano.

A oggi, questa spesa non ha prodotto alcun risultato. Dopo essere stati recentemente riconvertiti in hub di rimpatrio dalla loro funzione originaria di centri offshore per l’esame delle richieste di asilo, i due centri risultano a oggi ancora vuoti.

Da questa parziale panoramica emerge con chiarezza il carattere performativo di queste misure. L’obiettivo è creare strumenti elettorali piuttosto che affrontate i problemi di un sistema di accoglienza che nel corso degli anni è stato sistematicamente indebolito. Una parte non trascurabile della popolazione irregolare in Italia è infatti anche il prodotto di anni di indebolimento sistematico del sistema di accoglienza. A causa di una cronica mancanza di fondi e conseguenti ritardi burocratici, i migranti restano spesso bloccati in un limbo dovuto alle difficoltà nell’ottenere i documenti per regolarizzarsi, venendo così esposti a sfruttamento e irregolarità. Persino gli strumenti pensati per creare vie legali d’ingresso finiscono per produrre irregolarità. Il governo italiano ha messo a disposizione circa 450.000 visti per lavoro nel triennio 2023-2025 e circa 500.000 per il triennio 2026-2028 per rispondere alla strutturale carenza di manodopera nel mercato del lavoro. Per ogni visto di lavoro assegnato, un cittadino di un Paese terzo che arriva in Italia dovrebbe ottenere insieme al contratto di lavoro, un contratto di soggiorno per poter risiedere legalmente in Italia. Tuttavia, secondo gli ultimi dati solo nel 2025 su 26.000 lavoratori extra Ue entrati nel Paese tramite questo schema, solo 14.000 hanno ricevuto un contratto di soggiorno. I restanti 11.000 possono considerarsi ormai irregolari, questo a causa dei ritardi nell’ottenimento dei documenti o per via delle frodi da parte dei datori di lavoro che li hanno portati in Italia per poi rifiutarsi di regolarizzarli.

Bloccati nella deterrenza
Guardando alla remigrazione con dati alla mano, appare chiaro che la narrativa e le politiche che la sostengono non sono solo moralmente, ma anche economicamente insostenibili. Inoltre, i suoi stessi sostenitori spesso non sono in grado di spiegare con chiarezza come dovrebbe essere implementata, per esempio non riuscendo a spiegare come ottenere maggiore collaborazione dai Paesi terzi sul tema dei rimpatri, o come sarebbe possibile deportare individui regolarmente presenti sul territorio nazionale. Eppure, il successo della retorica che sta dietro al concetto rivela come i leader europei sembrino aver abbandonato ogni razionalità sulle politiche migratorie, come testimonia il recente incontro del 25 giugno tra Unione europea e Afghanistan, proprio sul tema dei rimpatri.

Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo dell’Unione europea, ufficialmente in vigore dal 12 giugno, è un ulteriore esempio di questa tendenza. La sua enfasi su misure più restrittive rischia di indebolire la salvaguardia dei diritti fondamentali alle frontiere europee, senza però incidere davvero sulle decisioni che spingono le persone a partire. Come rilevato da una recente indagine del Mixed Migration Centre, condotta su quattromila persone in viaggio lungo le rotte del Mediterraneo, il 64% degli intervistati ha dichiarato che misure più rigide e atte alla deterrenza non influenzerebbero la loro decisione di proseguire il viaggio. L’unico risultato di queste politiche è aumentare i rischi che le persone dovranno affrontare, lasciando però pressoché invariati i flussi diretti verso l’Europa.

Il Nuovo Patto spinge anche più di prima verso l’esternalizzazione. La creazione di hub di rimpatrio non solo consolida una tendenza rintracciabile a circa un decennio fa, ma la porta a un nuovo livello, creando un quadro per trattenere persone in qualsiasi Paese terzo che accetti di farlo tramite un semplice «accordo» con uno Stato membro, implicando un controllo giuridico minimo.

L’Unione europea sembra essere completamente bloccata in quella che diversi osservatori hanno definito come la «trappola della deterrenza»: l’ossessione per misure restrittive che possono offrire un ritorno politico sul breve periodo ma che si rivelano inefficaci nel lungo, fornendo cosi ai movimenti agli estremi dello spettro politico gli strumenti per erodere il centro aumentando la loro rilevanza. Scommettendo su misure pericolose, spesso difficili da scrutinare e giuridicamente ambigue per ottenere risultati a breve termine, l’Unione europea sta mettendo a rischio i propri valori ed esponendo migliaia di persone a rischi molto più gravi senza ottenere risultati concreti. La remigrazione non è altro che l’ennesimo esempio di questa tendenza.

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