L’Europa sotto l’ombrellone e la trappola del veto

Sotto l’ombrellone, tra una granita e la lettura di un romanzo estivo, l’Unione europea appare spesso come un rumore di fondo lontano: un costrutto burocratico distante dalle nostre giornate di agosto, ma non solo, buono solo per le direttive sui balneari o per le monete che usiamo per pagare un gelato in Costa Azzurra o sulle spiagge greche senza dover cambiare valuta. Eppure, proprio mentre ci godiamo la libertà di viaggiare senza confini in un continente pacificato, l’architettura che garantisce questa pace sta scricchiolando sotto il peso di una falla fondamentale: il diritto di veto.
I critici dell’integrazione europea, dai sovranisti di casa nostra agli autocrati d’oltreconfine, ripetono come un mantra che l’Europa federale è un’illusione innaturale. Ci dicono che 27 paesi – diversi per lingua, storia, fiscalità e sensibilità culturale – non possono e non devono governare insieme; che la sovranità nazionale è l’unico dogma intoccabile e che il principio dell’unanimità è il baluardo posto a difesa dei popoli. Si tratta di un inganno logico e storico.
Se osserviamo l’evoluzione umana, la storia della civiltà non è la storia del ripiegamento in piccoli clan autosufficienti, autonomi, che pensano di non essere in relazione, ma è invece quella del continuo ampliamento delle cerchie di cooperazione e di trasformare reciproca. Nel suo celebre “Saggio sul dono” (1925), l’antropologo francese Marcel Mauss ha dimostrato come le società arcaiche siano uscite dallo stato di perenne guerra tribale grazie all’invenzione dello scambio rituale e dell’alleanza istituzionalizzata. Prima di queste regole comuni, l’incontro con l’estraneo offriva solo due alternative: la fuga o il massacro. Attraverso l’obbligo reciproco del «donare, ricevere e ricambiare», i gruppi umani hanno imparato a deporre le armi e a trasformare l’altro da potenziale nemico a partner di un destino condiviso.
Il diritto di veto nell’Unione europea rappresenta proprio una regressione verso quella mentalità tribale: l’idea che ogni singolo Stato possa arroccarsi nel proprio feudo e bloccare la comunità per mero calcolo immediato. Pensare che oggi, di fronte a colossi continentali come Stati Uniti, Cina e India, un singolo Stato europeo possa tutelare i propri cittadini da solo è un’anacronistica illusione tribale che Jürgen Habermas poneva politicamente come incapacità materiale di fronteggiare i problemi economici, di sicurezza e rispetto ai diritti civili e sociali. Oggi il diritto di veto non tutela i cittadini, e i sovranisti, continuando a difenderlo, non fanno altro che bloccare l’armonizzazione di politiche che devono essere necessariamente pensate e attuate a maggioranza.
C’è una storia – che entra nella carne delle persone – di cui ci dobbiamo ricordare sotto l’ombrellone: riguarda gli abitanti e i turisti di Odesa che resistono sulle coste del Mar Nero, prendendo il sole, mentre in cielo scintillano i missili del dittatore Vladimir Putin. I raid russi sul porto di Odesa sono aumentati del 130 per cento, ma la resistenza ucraina prosegue non in attesa, ma nell’evoluzione di una resistenza che vuole l’ingresso nell’Unione europea e un futuro di democrazia e libertà.
Il diritto di veto, in questo caso, diventa arma in mano agli autocrati, com’è stato in questi anni per l’Ungheria di Viktor Orbán, che ha usato il veto per bloccare gli aiuti a Kyiv e la costruzione di una difesa comune europea. La retromarcia è avvenuta solo quando è arrivato un compromesso per sbloccare i fondi che l’Unione europea aveva bloccato a causa delle continue violazioni dello Stato di diritto da parte dell’Ungheria. Noi di Europa Radicale diciamo che l’Ucraina è Europa e l’Europa è Ucraina. Ma non solo: siamo stati a manifestare in Georgia, oggi sotto scacco russo, e in Moldova, paese in procinto di entrare in Europa.
Il blocco recato dal diritto di veto, poi, riguarda anche il monopolio delle big tech, che, oltre alle innovazioni, portano rilevanti problemi: sorveglianza di massa in assenza di regolamentazione, minacce alla democrazia e manipolazione politica, discriminazione algoritmica, precarizzazione del lavoro, elusione fiscale, dipendenza e salute mentale. Questi problemi vanno affrontati con un approccio europeo, ma come lo si può fare se nel 2018 la proposta sulla web tax area è naufragata a causa del veto?
La Commissione europea propose una web tax del 3 per cento sui ricavi lordi di specifici servizi digitali, relativa a grandi colossi della rete con ricavi globali superiori a 750 milioni di euro e ricavi europei superiori ai 50 milioni. Grandi paesi come Italia, Francia e Germania dissero di sì. Ma l’Irlanda, sostenuta da un piccolo blocco di paesi, usò il diritto di veto per affossare la direttiva. Il motivo? Proteggere i propri privilegi fiscali nazionali.
Secondo i report del Parlamento europeo (Eprs), l’impossibilità di approvare una tassazione coordinata contro l’elusione delle multinazionali produce perdite che sfiorano i 50–70 miliardi di euro ogni anno, drenando così risorse fondamentali per ospedali, scuole e welfare di tutti gli altri 450 milioni di cittadini europei, paralizzando perfino la regolamentazione delle nuove frontiere finanziarie come i cryptoasset. Il veto, dunque, arricchisce i monopoli e impoverisce i lavoratori.
E allora, quando sotto l’ombrellone ci lamentiamo per il prezzo del caffè o per la tassa di soggiorno delle nostre vacanze, dovremmo ricordarci di questo paradosso: mentre noi paghiamo ogni singolo centesimo di tasse sulla nostra estate, un singolo veto a Bruxelles permette ai giganti della Silicon Valley di fare il bagno gratis nei nostri bilanci pubblici. Quei 50–70 miliardi di euro che evaporano ogni anno non sono numeri astratti da economisti: sono gli ospedali che non trovano medici, le scuole che cadono a pezzi e le infrastrutture che mancano nei nostri paesi. Sotto l’ombrellone non stiamo solo prendendo il sole; stiamo pagando il conto dell’egoismo di pochi.
Non possiamo permetterci di trascorrere un’altra estate a guardare l’Europa mentre rimane immobile di fronte alle minacce geopolitiche della Russia, al dumping fiscale e all’erosione dei diritti civili. Per questo motivo, come Europa Radicale, abbiamo lanciato una battaglia politica intransigente per il superamento del diritto di veto, la riforma dei trattati e il completamento della transizione verso un’Europa federale, firmato già da molte personalità. Sotto l’ombrellone, tra un bagno e una discussione con gli amici, vi chiediamo di dedicare cinque minuti al futuro della nostra democrazia e firmare l’appello di Europa Radicale: Per un’Europa capace di difendere la libertà. Non lasciamo che il veto di pochi paralizzi il futuro di 450 milioni di cittadini europei. Facciamo dell’Europa la nostra casa comune: forte, libera e federale.
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