Cosa resta di James Hillman nel tempo della psicologia dilagante
Un mese prima di morire, quindici anni fa, per le complicazioni di un cancro osseo, James Hillman scrisse una lettera a familiari e amici: “Sto morendo”, annunciava, “eppure non potrei essere più impegnato a vivere”. Da saggista si era guadagnato la fama d’essere tra i più originali prosecutori del pensiero psicologico di Carl Gustav Jung, assaltando sistematicamente i luoghi comuni sorti intorno e accanto alla psicoanalisi, sfidando le incrostazioni dottrinarie, le tendenze settarie, l’ortodossia. Con la bara pronta all’ingresso della sua casa di Thompson, nella campagna del Connecticut – una bara costruita dal suo vicino di casa boscaiolo (un certo Eric) abbattendo un albero del giardino – Hillman aveva deciso che la sua ultima avventura doveva essere quella di attraversare la soglia tra la vita e la morte con la massima lucidità. Per questo aveva litigato anche con i medici che insistevano per somministrargli la quantità di morfina prevista dai protocolli e che lui temeva invece potesse offuscargli la mente.
“Lo ricordo come il momento più straordinario della mia vita” dice Silvia Ronchey, bizantinista, chiamata da Hillman al suo capezzale per finire un libro che avevano iniziato nel 2008 a Ravenna, uscito tredici anni dopo con il titolo L’ultima immagine. “James aveva fatto portare il letto nel salone centrale della casa, davanti a una grande vetrata che dava sul verde del New England. La casa era illuminata da uno splendido sole autunnale. Era ottobre. Lui era ormai pelle e ossa. Era come se il corpo non ci fosse più. Però c’era il suo viso, la sua mente, la sua anima. E una volontà implacabile di vivere il trapasso a occhi aperti”. Fino all’ultimo giorno Hillman aveva continuato a lavorare. Dettava le mail, conversava con gli amici. Aveva corretto anche un altro libro-dialogo, stavolta con lo storico della psichiatria Sonu Shamdasani, intorno al Libro rosso di Jung. Testo che poi divenne Il lamento dei morti.
Quindici anni fa, Hillman decise che come sua ultima avventura doveva attraversare la soglia tra la vita e la morte con la massima lucidità
Ma cos’è rimasto di Hillman, oggi? Cosa si è sedimentato di questo autore prolifico e brillante, per un certo periodo anche alla moda, pure troppo, comunque capace di scardinare i luoghi comuni? La psicologia è dilagata nella vita quotidiana, nel linguaggio corrente, nel nostro modo di guardare alla realtà. Non passa giorno senza che qualcuno classifichi il prossimo suo come “narcisista”, “passivo-aggressivo”, “evitante”, “tossico”, “borderline”, “bipolare”. Da “peste” della società, come la chiamava Sigmund Freud, la psicoterapia sembra essersi trasformata nella sua sentinella. Protegge dalle relazioni pericolose, dalle persone complicate, dai rischi degli incontri sbagliati. Erige muri di cinta intorno al nostro io, gli dà sostegno, cura, fiducia, attenzione. Ma che fine ha fatto, invece, il pensiero psicologico? La capacità di far franare il terreno sotto i nostri piedi? Aprire voragini, mettere in discussione le nostre certezze, indebolire le nostre convinzioni, farci perdere la strada di casa, vedere altre possibilità?
Diceva Epitteto che l’esistenza è come una tazza: ha due manici (erano così alcune tazze dell’antica Grecia). E Hillman l’afferrava sistematicamente dall’altro, il manico meno consueto, quello che prendono in pochi. Nato ad Atlantic City, nel New Jersey, nella camera di un albergo di proprietà dei suoi genitori, Hillman arrivò nel regno di Jung, a Zurigo, nel 1953. Sei anni dopo, diplomato analista, fu nominato alla direzione degli studi dell’Istituto, incarico che mantenne fino al 1969. Il suo momento preferito, nell’analisi, non era il momento in cui il paziente si illuminava perché, all’improvviso, aveva capito qualcosa che non gli era mai stato chiaro e, di colpo, acquisiva una visione completamente nuova sulla propria vita. No, il suo momento preferito era il momento in cui il paziente abbassava la testa e diceva: “Oh shit”, “Oh cazzo”, e adesso che ci faccio con questa melma che è venuta fuori?
Il talento di Hillman non era quello di rassicurare. Parlava del tradimento per mostrarne la necessità. Del potere per rivalutarlo moralmente. Della psicanalisi per dire che, dopo cent’anni dalla sua nascita, il mondo andava sempre peggio. A differenza di Jung, che aveva dell’uomo una concezione arcaica, antica, contadina, Hillman era invece urbano, plurale, moderno. “Il suo grande contributo”, dice Luigi Zoja, tra i massimi analisti junghiani d’Italia, “è stato quello di spostare il baricentro del pensiero psicologico odierno dall’io al noi”. Ovvero: “Mentre nell’epoca delle ideologie di massa, la genialità di Jung è stata quella di puntare sull’individuazione, su ciò che rende ogni individuo diverso dall’altro, resistendo così alla malattia della massificazione, al contrario la forza del pensiero di Hillman, in una fase storica in cui l’individualismo è diventato la nuova ideologia di massa, consiste nel sottolineare la potenza degli archetipi, ovvero ciò che unisce gli uomini, ciò che li rende uguali gli uni agli altri, sfidando il mito dell’io, la solitudine che infesta la vita dell’uomo contemporaneo”.
Il suo momento preferito era quello in cui il paziente abbassava la testa e diceva: “Oh shit”, e adesso che ci faccio con questa melma che è venuta fuori?
Il professor Zoja conobbe Hillman a Zurigo nel 1968, nel pieno di uno scandalo sessuale che lo aveva coinvolto e stretto all’angolo, terremotando tutto il mondo che ruotava intorno allo Jung-Institut. Era successo che la sua prima moglie, Kate Kempe, aveva avuto una relazione con l’analista di entrambi, Carl Alfred Meier, primo presidente dell’Istituto. Hillman aveva conosciuto Kate in un locale di Parigi nel 1947 e l’aveva sposata nel 1952, a Stoccolma, dopo un amore travolgente e un avventuroso viaggio in Africa. “Sembra che il nostro amore sia senza fine”, le scrive in una lettera dell’estate del 1963, quando avevano già avuto i loro quattro figli, Julia, Carola, Susanne e Laurence. Poco dopo, Hillman scopre la relazione della moglie con Meier e la prima cosa che fa è affrontarlo di persona. Meier prima minimizza la relazione, dicendo che era durata poco, poi la giustifica spiegando che “era necessario per non far crollare Kate psicologicamente”. A quel punto, Hillman avrebbe tanto voluto picchiarlo. “Ma non l’ho fatto”, confessa al suo biografo. “E me ne sono pentito”.
“All’epoca”, dice Zoja, “erano molti gli analisti che avevano relazioni con i propri pazienti”. Del resto Jung stesso aveva avuto una storia con una sua paziente, poi diventata analista, Sabina Spielrein; e poi anche con Toni Wolff, donna con la quale ebbe una relazione che durò tutta la vita, una sorta di seconda moglie. A James Hillman accadde poco dopo aver scoperto il tradimento della moglie. La paziente era una donna di venticinque anni, ex hostess di una compagnia aerea. Il marito scoprì la liaison leggendo una lettera che Hillman le aveva inviato nell’estate del 1965, in cui le scriveva che lo scopo dell’analisi è “servire l’amore umano”. A differenza di quello che era sempre successo fino ad allora, ovvero che queste storie erano rimaste sempre all’interno dell’Istituto, questa volta il marito della donna lanciò una campagna contro Hillman che sollevò uno scandalo pubblico. Anche Meier, l’amante di Kate, si schierò contro di lui. La comunità junghiana si spaccò e, dopo un assedio durato tre anni, Hillman dovette dimettersi da direttore degli studi. “E’ stata una cosa stupida”, disse Hillman anni dopo. “Se mi guardo indietro, penso che inconsciamente avessi sentito il bisogno di cadere, il bisogno che qualcosa di terribile accadesse, per essere iniziato”.
Da allora i rapporti tra analista e paziente, anche nel mondo junghiano, sono stati regolamentati in maniera più stringente. Ma forse non era l’analisi il vero destino di Hillman. Dagli anni ottanta, smise di vedere pazienti, dedicandosi solo ai libri e alle conferenze. Così conquistò un successo mondiale. E pensare che, tra gli otto e i dieci anni, a scuola, aveva avuto serie difficoltà con la scrittura: intingeva il pennino nel calamaio e sul foglio bianco rimanevano solo chiazze d’inchiostro nero, segni incomprensibili, materia senza forma. Le parole facevano fatica a uscire dalle sue mani in maniera chiara. Aveva voti pessimi, tra i peggiori della classe, in calligrafia. Al punto che, finite le ore di lezione ordinarie, ogni giorno, doveva fermarsi a scuola fino a tardi per esercitarsi a scrivere. “Era un fallimento, il sintomo della mia infanzia”. Ma, paradossalmente, molti anni più tardi, la scrittura divenne appunto la sua forma di espressione privilegiata, il modo in cui manifestava meglio il suo coraggio intellettuale, il suo temperamento di bastian contrario, il suo desiderio di scuotere le menti. “Era la chiamata del mio demone”, dirà molti anni più tardi. “Perché il tuo demone ti può afferrare in due modi: o con il talento, o con la difficoltà”.
Tra le sue più affascinanti invenzioni teoriche c’è quella della “ghianda”, esposta in uno dei suoi libri più celebri, Il codice dell’anima. Oggi la psicologia più diffusa spiega gli esseri umani con le ferite subite, i genitori narcisisti, gli attaccamenti insicuri, i traumi. Hillman invece parla di ciò che ciascuno è chiamato a essere: come nella ghianda – dice Hillman – c’è già, in potenza, tutta la quercia, così ognuno di noi nasce con un’immagine propria, un carattere e una vocazione, che chiede di essere vissuta e radicata pienamente. Le difficoltà, le stranezze, i fallimenti, in questo senso, non sono sintomi da curare, ma possono essere il modo in cui la nostra ghianda si manifesta, resistendo a una vita che non le appartiene.
Nato in aprile, sotto il segno dell’Ariete, Hillman si definiva “figlio di Marte”. La sua ghianda aveva il gusto della battaglia e dello scontro. Il mondo delle sue idee aveva qualcosa di bellico. Arruolato a diciotto anni nel corpo sanitario della Marina americana, aveva assistito i veterani della Seconda guerra mondiale tornati ciechi e mutilati. Quando George W. Bush decise l’invasione dell’Iraq, progettò uno dei suoi libri più controversi, Un terribile amore per la guerra, un saggio che oggi rischierebbe di essere considerato l’opera di un guerrafondaio o di uno psicoanalista con l’elmetto. Il testo è uno sconvolgente tentativo di penetrare nel senso di una frase pronunciata in un film di guerra dal generale Patton, in una scena che lo ritrae mentre ispeziona il terreno dopo una battaglia e, circondato da cadaveri e carri armati bruciati, solleva un ufficiale morente al cielo e dice: “Come amo tutto questo. Che Dio mi aiuti, lo amo più della mia vita”. Ecco, sostiene Hillman, se non faremo i conti con questa passione per la guerra, questa tremenda attrazione che l’uomo prova per essa, non riusciremo mai a capire perché l’umanità continui a scatenare un conflitto dopo l’altro, e dunque sarà anche impossibile perseguire realisticamente la pace.
“Bestemmie”, le considererebbero oggi i critici del riarmo, i professionisti delle bandiere arcobaleno. Ma per Hillman la verità è che è impossibile cancellare Marte dalla storia. “Vana è la fuga dagli dei”, dice in un altro suo libro. Inutile tentare di sfuggirgli. L’unica cosa che si può fare è semmai tentare di sedurli, distrarli, condurli altrove. Per questo, Hillman aveva voluto andare a Ravenna, la città in cui si consumò la fine dell’impero romano d’Occidente. “Il crollo” lo chiamava, usando la parola in italiano. Ci arrivò nel settembre del 2008, mentre con il fallimento di Lehman Brothers franava il sistema finanziario mondiale. Voleva vedere quali splendide immagini avessero prodotto gli uomini mentre il loro mondo andava in pezzi, tra guerre, carestie, popoli in marcia.
“Per Hillman”, racconta Silvia Ronchey, “restituire agli uomini la capacità di vedere la bellezza era l’unico vero modo di fare politica, l’unico argine al crollo”. Con la stessa idea, costruì la scena della sua morte, il momento di passaggio più radicale. La bara di legno chiaro, all’ingresso, era stata foderata con la stoffa di un taglio d’abito che Hillman aveva chiesto agli Zegna, suoi ammiratori, con la scusa di farsi un abito. In casa, racconta Ronchey, “si aprivano le bottiglie della sua cantina. Lui beveva quello che poteva, noi invece bevevamo. Ricordo, nella drammaticità del momento, un clima gioioso, quasi di festa”. Gli amici che passavano di lì cucinavano. “Chi arrivava da Cape Cod portava del pesce. A me invece”, ricorda Ronchey, “chiese di preparare una carbonara. ‘Voglio sentirla per l’ultima volta’ disse”. Su un tavolino, accanto alle poltrone, c’era un libricino di haiku giapponesi sulla morte, che qualcuno sfogliava di tanto in tanto. Hillman, tra una conversazione e l’altra, scivolava nel sonno. Una persona stava sempre accanto a lui e appuntava su un taccuino le cose che diceva mentre dormiva, per discuterle al risveglio. “Le parole, diceva, sono come cuscini: alleviano il dolore”. Morì il 27 ottobre del 2011, da sveglio, come aveva voluto. “Gli antichi”, dice Ronchey, “raccontavano le morti esemplari degli uomini illustri. Penso che quella di Hillman abbia seguito quel modello. E’ stata un esempio. La dimostrazione che la morte non è la fine, ma il compimento dell’arte del vivere. Era questo, penso, che voleva farci sperimentare in quei giorni. Non solo che la morte è un momento della vita. Ma che è un momento in cui se ne accresce l’intensità”.
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