Consiglio europeo, il trionfo di facciata dell’Italia mentre a Bruxelles viene blindata la transizione energetica

Da Palazzo Chigi fanno filtrare note in cui si canta vittoria («recepite le nostre priorità»), ma basta leggere i resoconti di qualche sito non italiano per capire che l’entusiasmo mostrato dal nostro governo è più che altro di facciata. Nel corso delle due giornate in cui si è svolto a Bruxelles il Consiglio europeo, i capi di Stato e di governo dell’Ue si sono scontrati frontalmente sul futuro delle politiche climatiche, sul caro energia e sulla riforma del sistema di scambio delle quote di emissioni, ovvero l’ETS (Emissions trading system) e l’ETS2 (dovrà entrare in vigore e riguarderà il trasporto su strada, il riscaldamento degli edifici e la piccola industria). Il vertice è stato caratterizzato da una lunga e complicata trattativa andata avanti ieri fino a notte fonda e poi proseguita nella giornata di oggi, una trattativa segnata da tensioni diplomatiche e da profonde divisioni sulle soluzioni da adottare per fronteggiare i rincari che gravano su famiglie e imprese europee a causa della guerra in Medio Oriente innescata da Usa e Israele.
La spaccatura principale ha visto contrapposti due blocchi ben definiti: da una parte l’asse composto da Italia, Grecia e dai Paesi del Gruppo di Visegrad — Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia — che ha parlato di effetti distorsivi e onerosi riferendosi ai meccanismi comunitari sulle emissioni. Dall’altra parte si è compattato un fronte determinato a non annacquare le politiche europee sul clima: a guidarlo sono stati i Paesi nordici, che già alla vigilia dell’appuntamento di Bruxelles avevano scritto una lettera in questo senso al presidente del Consiglio europeo Costa, e paesi come la Germania, la Spagna, la Francia e i Paesi Bassi, fermi nel difendere l’imprescindibilità della transizione energetica.
Il fronte in cui si è mossa l’Italia ha sostenuto che l’ETS penalizza in modo sproporzionato le economie europee e ha chiesto interventi correttivi urgenti, tra cui una maggiore flessibilità di bilancio per ammortizzare i costi dell’energia e la revisione delle tempistiche e dell'impatto del nuovo ETS2. Di avviso diametralmente opposto è stato il blocco dei paesi nordici, con in prima fila Finlandia, Svezia e Danimarca, affiancati da Germania e Spagna, che hanno difeso le politiche sul clima e i target di decarbonizzazione. I leader di queste nazioni hanno fatto notare che l’entrata in vigore dell’ETS2 è stata già rinviata di un anno (era prevista nel 2027 ma è stata fatta slittare al 2028) e che un ulteriore rinvio al 2030 non sarebbe opportuno. In più questi paesi hanno imputato le difficoltà energetiche sottolineate dall’Italia e dagli altri proprio al ritardo strutturale accumulato da chi non ha investito tempestivamente nelle fonti rinnovabili, e hanno respinto qualsiasi ipotesi di rallentamento o passo indietro normativo. A suggellare questa linea sono arrivate le parole del primo ministro della Finlandia, Petteri Orpo, il quale ha espresso piena soddisfazione per la tenuta del quadro generale al termine del vertice: «Potrei considerarla una vittoria perché la Finlandia ha comunque investito miliardi nell’energia pulita, nella sua produzione, nella transizione pulita, nel corso di anni, persino decenni, e il fatto che si tornasse indietro sarebbe stata una cosa estremamente negativa».
Al di là di chi ostenta entusiasmo e canta vittoria da una parte e dall’altra, la mediazione finale, formalizzata nelle conclusioni del Consiglio europeo dopo la trattativa fiume, ha cercato di tenere insieme le istanze contrapposte attraverso una formula di compromesso, in cui però si sottolinea la necessità di non abbandonare gli impegni riguardanti decarbonizzazione e transizione energetica: nel testo finale diffuso da Bruxelles si legge infatti che il Consiglio «invita la Commissione europea ad aggiornare la valutazione di tutti gli impatti dell’ETS2, in particolare la sua concezione e le sue garanzie», ribadendo però al contempo che «la transizione energetica rimane la strategia più efficace per conseguire l’autonomia strategica dell’Europa, rafforzare la resilienza, ridurre in modo strutturale i prezzi dell’energia», e confermando l’urgenza di misure soltanto temporanee e mirate a sostegno dei settori industriali maggiormente esposti alla crisi energetica.
Ecco un ampio passaggio del testo conclusivo diffuso da Bruxelles, che non lascia spazio a dubbi circa l’esito dello scontro tra Italia e gruppo Visegrad, da una parte, e paesi nordici e Germania e Spagna, dall’altra: «Ricordando l’imperativo generale di ridurre la dipendenza dell’Ue dai mercati volatili dei combustibili fossili, il Consiglio europeo sottolinea che la transizione energetica rimane la strategia più efficace per conseguire l’autonomia strategica dell’Europa, rafforzare la resilienza, ridurre in modo strutturale i prezzi dell’energia e fornire l’energia pulita, abbondante e prodotta internamente necessaria per alimentare l’economia del futuro, accelerando l’elettrificazione e diffondendo le fonti energetiche rinnovabili e a basse emissioni di carbonio, le reti nonché lo stoccaggio di energia, come anche promuovendo l’efficienza energetica» (punto 10 delle conclusioni). E ancora (punto 11): «Nel contesto del riesame in corso del sistema ETS, e al fine di sostenere la competitività industriale europea, il Consiglio europeo ribadisce la necessità di garantire con urgenza un mercato del carbonio ben funzionante, trasparente e prevedibile, proteggere efficacemente dalla rilocalizzazione delle emissioni di CO2, ridurre la volatilità del prezzo del carbonio e attenuare il suo impatto sui prezzi dell’energia elettrica, preservando nel contempo il ruolo essenziale dell’ETS nella transizione climatica ed energetica attraverso un segnale di prezzo basato sul mercato per le emissioni di carbonio che stimoli gli investimenti e l’innovazione.
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