Crisi auto, Urso avverte l’Ue: a rischio tutta la filiera
Il governo destina il 70% dei fondi automotive alla filiera e chiede all’UE neutralità tecnologica e regole Made in Europe anticipate.
Il governo italiano sposta il baricentro della politica per l’auto dagli incentivi all’acquisto alla difesa della capacità industriale. Aprendo il Tavolo Nazionale dell’Industria Automobilistica, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha chiesto che il 2026 diventi l’anno della revisione delle regole europee, con il pieno riconoscimento della neutralità tecnologica e l’attuazione anticipata dell’Industrial Accelerator Act. Una linea che punta a proteggere stabilimenti, occupazione e fornitori mentre il settore affronta costi crescenti, domanda incerta e concorrenza cinese.
Il nodo principale è il fattore tempo. Secondo il ministro, attendere il 2029 per introdurre i requisiti Made in Europe e Low Carbon lascerebbe l’industria continentale esposta proprio nella fase più delicata degli investimenti in batterie, piattaforme elettriche, software ed elettronica di potenza. Roma chiede quindi di anticipare le misure che dovrebbero favorire i prodotti realizzati in Europa e le filiere a minore impronta carbonica.
La definizione del perimetro geografico dell’Industrial Accelerator Act sarà decisiva. Il rischio è che i nuovi criteri premino veicoli assemblati nell’Unione, ma costruiti con batterie, componenti elettronici e tecnologie provenienti in larga parte dall’Asia. Per l’industria italiana, il valore della misura dipenderà dalla capacità di trattenere in Europa non soltanto l’assemblaggio finale, ma anche ricerca, componentistica, competenze e margini industriali.
La posizione del MIMIT nasce da uno scenario sempre più complesso per i costruttori europei. Il rallentamento della domanda elettrica, gli investimenti necessari alla riconversione e la crescita dei gruppi cinesi stanno comprimendo la redditività e rendendo più difficile utilizzare pienamente gli impianti. Urso ha attribuito l’origine della crisi alle scelte del Green Deal, sostenendo che abbiano favorito tecnologia e produzione cinese.
Al di là della lettura politica, emerge un problema industriale concreto: la transizione può trasformarsi in deindustrializzazione quando agli obiettivi sulle emissioni non corrispondono energia competitiva, domanda stabile e una filiera europea capace di produrre su larga scala. Il rischio riguarda soprattutto i fornitori, spesso costretti a finanziare nuove tecnologie mentre diminuiscono gli ordinativi legati ai motori tradizionali.
Il governo rivendica i primi risultati ottenuti a Bruxelles con il documento presentato insieme alla Repubblica Ceca, che avrebbe contribuito al rinvio delle sanzioni sulle emissioni e all’anticipo della revisione del regolamento sulla CO2. La prossima partita riguarderà la neutralità tecnologica, principio con cui l’Italia intende mantenere aperto lo spazio per più soluzioni: elettrico, ibrido, carburanti rinnovabili e retrofit.
Questa impostazione offrirebbe ai costruttori maggiore flessibilità nella gestione degli investimenti e dei cicli di prodotto. Potrebbe però anche rallentare la concentrazione delle risorse sull’elettrico, tecnologia sulla quale i concorrenti cinesi hanno già raggiunto scala industriale e vantaggi di costo. La sfida sarà quindi evitare che una maggiore libertà tecnologica diventi un rinvio delle decisioni necessarie alla trasformazione del settore.
Sul piano nazionale, il nuovo DPCM automotive 2026-2030 mette a disposizione 1,35 miliardi di euro. Il 70% delle risorse sarà indirizzato alla filiera attraverso gli Accordi per l’innovazione e i mini Contratti di sviluppo, con soglie di accesso più adatte alle piccole e medie imprese. È un cambio di impostazione rispetto agli incentivi generalizzati al mercato: l’obiettivo è sostenere investimenti produttivi, ricerca applicata e riconversione degli stabilimenti.
L’efficacia del piano dipenderà dalla rapidità con cui i fondi si tradurranno in nuovi impianti, brevetti, tecnologie e commesse. Per molte aziende della componentistica, infatti, il problema non è soltanto trovare risorse per innovare, ma avere volumi sufficienti a rendere sostenibili gli investimenti. Il sostegno pubblico può ridurre il rischio finanziario, ma non può sostituire una strategia di prodotto dei costruttori.
Una parte degli interventi resterà dedicata alla domanda, con misure per veicoli commerciali, mezzi di categoria L, retrofit e infrastrutture di ricarica. Il programma introduce anche il noleggio sociale a lungo termine per le famiglie con minore capacità economica. La formula punta a favorire l’accesso alla mobilità senza concentrare tutte le risorse sui contributi diretti all’acquisto.
Il banco di prova principale resta però Stellantis. Il governo continuerà a verificare l’attuazione del nuovo piano del gruppo, che prevede 5 miliardi di euro di investimenti in tecnologie, piattaforme e nuovi modelli, insieme a 7 miliardi di contratti ogni anno per la componentistica. Numeri che dovranno tradursi in produzione, saturazione degli stabilimenti e salvaguardia dell’occupazione.
Per la filiera italiana, la disponibilità delle commesse sarà importante quanto l’ammontare degli investimenti. La continuità degli impianti Stellantis determina infatti le prospettive di centinaia di fornitori, dai componenti meccanici all’elettronica, fino ai servizi di ingegneria e logistica.
La strategia del governo combina dunque pressione sulle istituzioni europee e sostegno selettivo alla manifattura nazionale. Il 2026 chiarirà se la revisione delle regole riuscirà a diventare una vera politica industriale dell’automotiveoppure si limiterà a spostare le scadenze. Per evitare una riduzione strutturale della produzione serviranno norme stabili, investimenti verificabili e modelli capaci di incontrare la domanda reale.
Scheda
Risorse DPCM automotive: 1,35 miliardi di euro
Periodo di applicazione: 2026-2030
Quota destinata alla filiera: 70%
Strumenti: Accordi per l’innovazione e mini Contratti di sviluppo
Misure per la domanda: veicoli commerciali, categoria L, retrofit e ricarica
Nuovo strumento: noleggio sociale a lungo termine
Investimenti Stellantis: 5 miliardi di euro
Contratti annui alla filiera: 7 miliardi di euro
Richieste all’UE: neutralità tecnologica e anticipo dell’Industrial Accelerator Act
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