Crisi dell'olio, appello urgente al Governo dalle associazioni dei frantoi

01 Agosto 2026 - 09:55
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lentepubblica.it

Frantoi al limite: l’olio invenduto mette a rischio la nuova raccolta. L’allarme delle associazioni al Governo.


La prossima campagna olearia rischia di partire con un problema che potrebbe avere ripercussioni su tutta la filiera italiana dell’olio extravergine di oliva. A lanciare l’allarme sono le principali associazioni nazionali e territoriali dei frantoiani, che parlano apertamente di una situazione ormai arrivata a un punto critico. Il timore è concreto: senza interventi tempestivi da parte delle istituzioni, numerosi frantoi potrebbero non essere nelle condizioni di ritirare le olive conferite dagli olivicoltori nei prossimi mesi.

Il nodo non riguarda soltanto la disponibilità di spazi per immagazzinare il nuovo prodotto, ma coinvolge anche la tenuta economica delle imprese di trasformazione. I depositi risultano ancora occupati dall’olio della precedente campagna, rimasto invenduto, mentre il capitale necessario per acquistare la nuova materia prima continua a essere immobilizzato nelle giacenze. Una combinazione che, secondo il comparto, rischia di paralizzare uno dei passaggi fondamentali dell’intera filiera agroalimentare.

Un documento unitario denuncia una situazione sempre più critica

Le preoccupazioni sono contenute in un documento congiunto sottoscritto da AIFO, FOA Italia, Assofrantoi, CNA Agroalimentare e Confartigianato Frantoiani, insieme a numerose rappresentanze regionali. Il testo è stato trasmesso al Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste e alle Regioni con l’obiettivo di ottenere un confronto urgente prima dell’avvio della nuova stagione produttiva.

Secondo le organizzazioni, il comparto della trasformazione sta attraversando una delle fasi più delicate degli ultimi anni. La crisi, spiegano, non riguarda soltanto i singoli operatori ma rischia di compromettere il regolare funzionamento dell’intero sistema olivicolo nazionale, con effetti che potrebbero coinvolgere produttori, imprese e consumatori.

Perché i frantoi rischiano di non ritirare le olive

La questione centrale riguarda due elementi strettamente collegati: la mancanza di spazio nei magazzini e l’assenza di liquidità.

Da una parte, gran parte dell’olio prodotto nella precedente campagna è ancora custodito nei depositi aziendali. Le vendite inferiori alle aspettative hanno impedito di liberare i serbatoi necessari ad accogliere la nuova produzione. Se questa situazione dovesse protrarsi fino all’inizio della raccolta, numerosi impianti potrebbero trovarsi materialmente impossibilitati a ricevere altro prodotto.

Dall’altra parte emerge un problema finanziario altrettanto rilevante. Le scorte invendute rappresentano capitale fermo che non genera incassi. Senza liquidità disponibile, molte imprese non sarebbero in grado di acquistare le olive conferite dagli agricoltori rispettando i termini di pagamento previsti dalla normativa.

Il riferimento è all’articolo 4 del Decreto legislativo n. 198 del 2021, che disciplina le pratiche commerciali sleali e stabilisce, per i prodotti agricoli deperibili, il pagamento entro trenta giorni. Secondo le associazioni, numerosi frantoi rischiano di non poter rispettare tale obbligo proprio a causa della grave esposizione finanziaria accumulata.

Il rischio di un effetto domino sull’intera filiera

Le associazioni evidenziano che il problema non riguarda esclusivamente le aziende già in difficoltà economica. Anche i frantoi che oggi presentano una situazione patrimoniale più solida potrebbero scegliere di limitare o sospendere il ritiro delle olive per evitare di aggravare la propria esposizione finanziaria.

In questo scenario gli olivicoltori potrebbero ritrovarsi senza sbocchi immediati per il raccolto, con conseguenze che andrebbero ben oltre la semplice attività di trasformazione. L’interruzione della normale operatività dei frantoi avrebbe infatti effetti sull’intera catena produttiva, rallentando la lavorazione delle olive proprio nel periodo più delicato dell’anno.

Come si è arrivati all’attuale crisi

Nel documento viene ricostruita anche l’origine dello squilibrio economico che oggi pesa sul comparto.

All’inizio della scorsa campagna olearia i trasformatori hanno acquistato la materia prima a quotazioni particolarmente elevate. Il prezzo dell’olio all’ingrosso, spiegano le organizzazioni, ha raggiunto punte comprese tra 9 e 10 euro al chilogrammo, per poi attestarsi mediamente tra 7 e 8 euro al chilogrammo.

Successivamente il mercato ha registrato un significativo ridimensionamento delle quotazioni. Di conseguenza molti operatori si trovano oggi davanti a un bivio difficile: mantenere il prodotto in magazzino nella speranza di condizioni più favorevoli oppure venderlo a valori inferiori rispetto ai costi sostenuti, registrando perdite economiche consistenti.

Questa dinamica ha inciso pesantemente sui bilanci aziendali e ha aumentato il ricorso al credito bancario, aggravando ulteriormente la situazione finanziaria del settore.

Non solo prezzi: aumentano anche i costi di gestione

Alla riduzione del valore commerciale dell’olio si aggiunge un continuo incremento dei costi necessari per mantenere operative le aziende.

Le associazioni richiamano innanzitutto il peso della spesa energetica. L’attività di estrazione dell’olio richiede infatti consumi elevati di energia elettrica e ogni aumento delle tariffe incide direttamente sui costi di produzione.

Un ulteriore elemento di pressione riguarda la logistica. Il trasporto delle olive verso gli impianti e la successiva distribuzione dell’olio finito risultano oggi più onerosi rispetto agli anni precedenti, con un impatto significativo sui margini delle imprese.

Tra le criticità viene inoltre segnalata la gestione dei sottoprodotti della lavorazione, come sanse e acque di vegetazione. Secondo il comparto, oltre agli oneri economici legati allo smaltimento e alla movimentazione, manca ancora un quadro sufficientemente stabile riguardo alle possibilità di valorizzazione della sansa bifasica sotto il profilo energetico.

Le associazioni denunciano l’esclusione dai tavoli istituzionali

Oltre agli aspetti economici, il documento punta l’attenzione anche sul rapporto con le istituzioni.

I rappresentanti dei frantoiani contestano l’esclusione della categoria dal Tavolo Olio convocato dal Ministero dell’Agricoltura il 14 luglio 2026, incontro al quale hanno preso parte principalmente organizzazioni agricole e cooperative.

Secondo le associazioni firmatarie, lasciare fuori dal confronto le imprese di trasformazione significa affrontare la crisi in modo incompleto, poiché proprio i frantoi sono i soggetti che oggi custodiscono materialmente il prodotto e ne sostengono i relativi costi finanziari.

Analoga situazione viene segnalata anche a livello regionale, dove diversi assessorati non avrebbero coinvolto i rappresentanti della categoria nelle discussioni dedicate ai prossimi strumenti di sostegno e ai futuri bandi operativi.

La richiesta al Ministero e alle Regioni

Per evitare che la situazione degeneri con l’avvio della raccolta, le associazioni chiedono la convocazione immediata di un tavolo di crisi nazionale alla presenza del Ministro dell’Agricoltura e degli assessori regionali competenti.

L’obiettivo è individuare rapidamente misure in grado di restituire liquidità alle imprese e consentire la normale apertura della nuova campagna olearia. Tra le proposte già avanzate figura anche la richiesta di coinvolgere l’Associazione Bancaria Italiana per valutare una moratoria sulle esposizioni bancarie, così da alleggerire temporaneamente la pressione finanziaria sulle aziende.

Le organizzazioni ritengono che un intervento rapido possa evitare un blocco operativo che avrebbe conseguenze sull’intera filiera italiana dell’olio d’oliva, uno dei comparti simbolo dell’agroalimentare nazionale.

Una crisi che riguarda tutta la filiera

L’appello lanciato dai frantoiani evidenzia come il problema non sia limitato alla sola trasformazione delle olive. Se il sistema dovesse incepparsi nel momento della raccolta, le difficoltà ricadrebbero inevitabilmente anche sugli olivicoltori e, a cascata, sull’intero mercato.

Le prossime settimane saranno quindi decisive. Dalla rapidità delle risposte istituzionali potrebbe dipendere la possibilità di garantire continuità alla nuova campagna olearia, evitando che le difficoltà economiche accumulate negli ultimi mesi si trasformino in un’emergenza produttiva di più ampia portata.

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